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SUL PD E IL 150° DELL’UNITA’ D’ITALIA

di Gianni Cuperlo – deputato PD

Ma un paese può finire? Può rompersi come un legno secco? Noi diciamo di No e a parole lo dicono tutti. Eppure nell’Italia di oggi la domanda non è assurda e riguarda il nostro futuro. In fondo cosa tiene insieme una nazione? Lo Stato certo, nel senso delle sue istituzioni. E poi una cultura. E uno spirito di comunità, sentirsi parte di uno stesso destino. Tre elementi – istituzioni, cultura, comunità – impossibili da sciogliere. La crisi di uno può innescare spinte divaricanti, anche serie. Ma solo la crisi congiunta dei tre può condurre a una secessione. Magari “strisciante” come ha scritto Gianfranco Viesti ma non per ciò meno drammatica.

L’Italia che celebra il 150° della sua Unità è una realtà interamente compresa in questa domanda: se ha un senso e che senso ha il suo avvenire. Il che rende l’anniversario materia per gli storici, ma non solo. E’ la cultura italiana, e con essa la politica, che devono pronunciarsi. Il presidente Napolitano, parlando alla Scala il 25 aprile e nei giorni seguenti a Quarto e Marsala, ha scolpito quell’unità sul piano storico e del rigore costituzionale. Quello è il suo compito, ed egli dal primo giorno di mandato lo assolve in maniera impeccabile. Noi però siamo un partito. Il primo partito dell’opposizione e dunque quell’unità di fondo – strategica e irreversibile – la dobbiamo motivare sul terreno culturale e di un programma di governo che poi è il modo in dote alla politica di nominare la “missione” del paese. Dobbiamo farlo perché mai come ora un accidente storico – l’appuntamento del 2011 – si carica di segni futuri e interroga le classi dirigenti sulle proprie responsabilità.

L’Italia che si avvia a celebrare se stessa è bloccata. Ferma sulle gambe. Negli anni abbiamo perso dinamismo e mobilità, l’ultima crisi ha fatto il resto. Gli indicatori economici parlano. Circola meno denaro, la forbice di redditi e diseguaglianze si allarga. Perde fiducia chi dovrebbe trainare la ripresa, giovani, donne, l’impresa diffusa. Regge a fatica un welfare familiare ma i dati sulla povertà impauriscono. L’azione di governo, nell’insieme, appare desolante. La destra insegue il consenso. Rimuove la vita delle persone accantonando soluzioni necessarie e rifugiandosi nel mito di un federalismo fiscale privo a tutt’oggi di criteri e parametri di merito. Per loro la ricetta è banale, i tributi restino dove si pagano e ne godranno tutti: il Nord tartassato, il Sud degli sprechi e uno Stato più parco. Balle, ma dette a reti unificate. Dietro la propaganda comunque c’è altro. C’è il virus di una secessione degli animi. Qualcosa in grado di anticiparne altre, nelle regole, nei principi, nella forma stessa dello Stato. Un’opera tutt’altro che rozza transitata dal modo di concepire materie sensibili, il patto fiscale, la sicurezza, le identità dei territori. Da lì, a scendere, lo sfregio delle regole, un Parlamento svuotato di funzioni fino al conflitto irresponsabile verso le istituzioni di garanzia. L’obiettivo? Rompere la struttura del paese con un racconto dell’Italia dove via via evaporava l’intera nostra storia e tradizione democratica. Non una piccola cosa, e il tentativo continua.

Poi ci siamo noi. Un partito giovane e non senza i malanni che turbano la crescita. Ma una forza che sta in campo per reagire alla frana possibile di tre capisaldi: Democrazia, Economia e Cultura. Perché questo è oggi il tema. Noi non barcolliamo solo per una transizione istituzionale infinita. E neppure esclusivamente per una crescita bloccata o un consumo culturale appiattito. Noi da anni sbandiamo per l’intreccio di questi tre elementi ed è la loro relazione a impoverire l’insieme della trama civile e della tenuta unitaria del Paese. Diciamo che uno appresso all’altro si sono colpiti i bastioni dell’unità. Che erano valori costituzionali, ma anche linguaggi e persino quel pudore del dire che avrebbe impedito, vent’anni fa, di mescolare in una questione di mensa un illecito amministrativo, la mancata rata, con uno sbrego civile, la mancata razione. Il primo compito, quindi, è gravoso ma decisivo. Ricongiungere le trame della crisi: tenere insieme cultura, economia e democrazia, in un disegno che esige da noi qualcosa di più di un programma di cose da fare. Esige un vocabolario. Una gerarchia di forze da rappresentare e spingere sulla scena. Esige, sopra ogni altra cosa, un’idea del paese frontalmente opposta all’immagine che la destra ha adottato per sé.

E qui si colloca il 150°. Per noi vuol dire indicare una via d’uscita per quella crisi che al fondo segna il venir meno di un’idea di nazione. Al centro non c’è la bega quotidiana tra “noi” e “loro”. Al centro c’è una questione drammatica: la presa d’atto che un modello di Unità è incrinato nelle sue fondamenta. Parliamo della nostra funzione nel mondo e del ruolo che avremo nella nuova divisione internazionale del lavoro. Della convenienza a rimanere compresi in uno stesso organismo statuale contrastando spinte poderose a “fare da soli”, nell’idea di una salvezza dei singoli: territori imprese individui. Di questo vogliamo discutere. Di alcuni titoli che paiono rimossi dall’agenda pubblica ma dai quali dipende la sorte di tutti.

E allora: cosa siamo destinati a diventare nel tempo nuovo? Nell’Europa allargata e nel mondo globale? Che accadrà dopo esser stati per decenni nel salotto buono quando con gentilezza ci verrà indicata la porta d’uscita? E ancora: qual è oggi l’identità del paese nel giudizio che offre di sé? E quali i valori civili condivisi nel formarsi di un’opinione pubblica che poi è tanta parte del modo di pensare di una comunità. Insomma dove si forma a questo punto della storia la coscienza civile che sola è in grado di rianimare un interesse generale saldando i destini dei singoli al benessere degli altri? E infine: quale legame c’è tra il nuovo populismo e la caduta verticale del prestigio politico? Che poi è un modo di interrogarsi sulla natura del potere oggi. Sui caratteri della democrazia italiana nella seconda Repubblica.

Di questo vogliamo discutere, a partire da un primo seminario sul ruolo dell’Italia nella nuova scena internazionale che terremo a Roma il prossimo 26 di giugno. Vogliamo farlo in modo aperto, scavando più di quanto si è fatto sin qui. Sapendo che ci sono moltissime persone, interessi aggregati, gente perbene che aspetta da noi – da un partito nuovo – un racconto del tempo a venire meno paludato o timoroso di deludere qualcuno. In questo senso non mi pare che siamo senza parole. Le abbiamo. E anche belle, a partire da quel binomio – uguaglianza e libertà – che dovremmo ripensare un miliardo di volte ma non dimenticare mai, perché è la nostra essenza. Ma quelle parole vanno motivate senza timori. A partire dal recupero di un senso per la storia lunga che sta alle nostre spalle e che, fuori dalla ritualità, può aiutarci a capire meglio la storia che abbiamo davanti. Pensiamoci. Il 2011 è domani. Può ridursi a un anniversario oppure diventare l’occasione per un altro passo.