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RELAZIONE SULLA MORTE DEL CAPITANO DI FREGATA NATALE DE GRAZIA

Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse.

PREMESSA
Il capitano Natale De Grazia

Il dodici dicembre 1995 è stato l’ultimo giorno di vita del capitano Natale De Grazia.
Alle prime ore del 13 dicembre 1995, qualche giorno prima del suo trentanovesimo compleanno, il capitano De Grazia è deceduto per cause che a molti apparvero quanto meno sospette e che ancora oggi, a distanza di anni, continuano ad essere considerate tali.
Il capitano di fregata Natale De Grazia era un ufficiale della Marina militare, in servizio presso la Capitaneria di porto di Reggio Calabria.
Al momento della sua morte era applicato alla sezione di polizia giudiziaria presso la procura circondariale di Reggio Calabria e faceva parte di un pool investigativo, coordinato dal sostituto procuratore Francesco Neri, costituito per effettuare le indagini avviate a seguito di un esposto presentato da Legambiente, concernente presunti interramenti di rifiuti tossici in Aspromonte.
Nel corso dell’inchiesta si aprirono subito scenari inquietanti legati al fenomeno delle “navi a perdere”, indicandosi con tale espressione le navi affondate dolosamente con carichi di rifiuti radioattivi o comunque tossici, smaltiti illegalmente nelle profondità marine.
Secondo un dossier di Legambiente trasmesso alla Commissione gli affondamenti sospetti di navi, tra il 1979 ed il 2000, sarebbero stati 88 (doc. 117/30).
Del gruppo investigativo facevano parte, oltre al capitano De Grazia, il maresciallo capo Scimone Domenico, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, il maresciallo Moschitta e il carabiniere Rosario Francaviglia, questi ultimi due appartenenti al nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria.
In un momento successivo parteciparono attivamente alle indagini anche ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti al Corpo forestale dello Stato di Brescia e di La Spezia.
Nelle indagini il capitano De Grazia profuse una dedizione ed un impegno fuori dal comune, tali da farlo considerare, anche dai sui stessi colleghi, il “motore” dell’inchiesta.
Non a caso, dopo la sua morte, le attività investigative (giunte a risultati importanti e, da un certo punto di vista, ad una vera e propria fase di svolta) subirono un rallentamento significativo: alcune delle attività che il capitano stava personalmente compiendo non furono proseguite e si disperse, in parte, quel bagaglio di conoscenze e di professionalità che il capitano aveva acquisito nel corso dell’inchiesta e aveva messo a servizio dei magistrati e dei colleghi.
Per dare un’idea di quanto fosse considerato fondamentale l’apporto professionale del capitano De Grazia, basti leggere le note che il procuratore capo della procura circondariale di Reggio Calabria, dottor Scuderi, inviò al comandante della Capitaneria di porto e al procuratore generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria: la prima, del 13 novembre 1995, finalizzata a far dispensare il capitano dalle ordinarie attività svolte presso la Capitaneria di porto onde consentirgli di dedicarsi all’indagine della procura; la seconda, di ringraziamento, del 27 novembre 1995 (doc. 681/7).
Entrambe si riportano integralmente.
Nota del 13 novembre 1995:
“Oggetto: Proc. penale n. 2114/94 R.G.N.R. – Indagini relative ad un traffico di rifuti tossici e/o radioattivi.
Com’è noto alla S.V., anche per aver partecipato ad una delle riunioni promosse dal procuratore generale per il coordinamento tra le varie procure interessate, da parte di quest’ufficio sono in corso le indagini di cui in oggetto, le quali hanno già conseguito i primi risultati anche grazie al prezioso contributo, in termini di professionalità, intuito investigativo e spirito di sacrificio, del C.C. Natale De Grazia, in servizio presso codesto Comando.
Da circa tre mesi, però, detto ufficiale si trova nell’impossibilità di svolgere tale attività in quanto impegnato, come dalla S.V. personalmente significatomi in via informale, nell’espletamento dei suoi compiti di Istituto.
La conseguenza immediata di ciò, purtroppo, è stata una situazione di stallo dell’attività investigativa, che ha gravemente risentito, per la sua specificità (pare che i rifiuti vengano smaltiti col sistema delle “navi a perdere”), del venir meno delle conoscenze tecniche del succitato ufficiale (oltre che della sua elevata professionalità).
In considerazione di quanto sopra, vorrà esaminare la possibilità di disporre che il capitano De Grazia sia temporaneamente, e per due mesi almeno, dispensato dai compiti attinenti a codesto ufficio, onde consentirgli di riprendere a collaborare con lo scrivente nello svolgimento delie delicate e complesse indagini di cui sopra”.

Nota del 27 novembre 1995:
“La presente per darLe atto della grande sensibilità dimostrata in relazione ai problemi che ebbi a prospettarle con la mia del 13 u. s. ringraziarla vivamente della sollecitudine con cui ha consentito al capitano De Grazia di continuare a collaborare con quest’ ufficio nelle indagini di cui in oggetto”.

Rientrato a tempo pieno nel gruppo investigativo, il capitano De Grazia si dedicò nuovamente alle indagini con la consueta determinazione.
Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1995 partì, unitamente al maresciallo Moschitta e al Carabiniere Francaviglia, con autovettura di servizio, alla volta di La Spezia per dare esecuzione alle deleghe di indagine, firmate dal procuratore Scuderi e dal sostituto Neri, finalizzate ad acquisire maggiori elementi di conoscenza in merito all’affondamento di alcune navi.
Durante il viaggio, sul tratto autostradale di Salerno, alle prime ore del 13 dicembre 1995, il capitano venne colto da malore e, quindi, trasportato dall’ambulanza, nel frattempo intervenuta, presso il pronto soccorso dell’ospedale di Nocera Inferiore, ove però giunse cadavere.
Con nota del 22 dicembre 1995 il capitano Antonino Greco, comandante del nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria, rimise al procuratore Scuderi le sei deleghe di indagine datate 11 dicembre 1995 “non potute evadere a causa del decesso del capitano di corvetta De Grazia Natale” (doc. 321/2).
Il Comitato civico “Natale De Grazia” ha trasmesso alla Commissione una serie di documenti dai quali si rileva che nel giugno 2004 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì al capitano De Grazia la Medaglia d’oro alla Memoria con le seguenti motivazioni:
“Il capitano di Fregata (CP) Spe r.n. Natale DE GRAZIA ha saputo coniugare la professionalità, l’esperienza e la competenza marinaresca con l’acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria, contribuendo all’acquisizione di elementi e riscontri probatori di elevato valore investigativo e scientifico per conto della procura di Reggio Calabria. La sua opera di Ufficiale di Marina è stata contraddistinta da un altissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini ed illeciti operati da navi mercantili. Il comandante De Grazia è deceduto in data 13.12.1995 a Nocera Inferiore per “Arresto cardio-circolatorio”, mentre si trasferiva da Reggio Calabria a La Spezia, nell’ambito delle citate indagini di “Polizia Giudiziaria”. Figura di spicco per le preclare qualità professionali, intellettuali e morali, ha contribuito con la sua opera ad accrescere e rafforzare il prestigio della Marina militare Italiana” (doc. 191/2).(SEGUE)

L’approfondimento sulla morte del capitano De Grazia

L’approfondimento sulle cause del decesso del capitano De Grazia si inserisce nel contesto dei più ampi accertamenti che la Commissione ha effettuato sul fenomeno delle “navi a perdere”.
Si tratta di un tema tornato di attualità a seguito del rinvenimento nell’anno 2009, sui fondali antistanti la costa di Cetraro, del relitto di una nave, inizialmente (ed erroneamente) ritenuta essere la Cunsky ossia una delle navi che l’ex collaboratore di giustizia Francesco Fonti aveva indicato essere state affondate dolosamente insieme al loro carico di rifiuti altamente tossici. In relazione a questa vicenda, la procura di Paola ha aperto un procedimento penale, poi proseguito dalla procura di Catanzaro e conclusosi con un provvedimento di archiviazione.
Nell’ambito di questa più ampia inchiesta, invero, sono emerse talune peculiarità relative alle circostanze che hanno accompagnato il decesso del capitano ritenute meritevoli di ulteriori approfondimenti sia perché le indagini effettuate all’epoca furono carenti sotto molteplici aspetti, lasciando insoluti interrogativi in ordine alle cause del decesso sia perché tale tragico evento si inserisce in un contesto investigativo del tutto particolare in ragione degli interessi in gioco e dei personaggi coinvolti (dalle indagini sulle navi a perdere condotte dalle procure di Reggio Calabria e Matera emersero, infatti, per la prima volta indizi di un disegno criminoso di respiro sovranazionale, nel quale apparivano coinvolti diversi Stati, riguardante il presunto inabissamento in mare di rifiuti tossici).
La Commissione, oltre ad aver acquisito copia degli atti del procedimento aperto presso la procura della Repubblica di Nocera Inferiore relativo al decesso del capitano nonché degli atti riguardanti le indagini alle quali lo stesso capitano De Grazia aveva preso parte, ha svolto direttamente una serie di attività mirate a far luce sugli aspetti poco chiari della vicenda.
In primo luogo, si è cercato di comprendere come mai, dopo la morte del capitano, il gruppo investigativo si fosse progressivamente sfaldato, come se, ad un certo momento, tutti coloro che ne avevano preso parte non fossero più interessati a proseguire, nonostante si trattasse di un’indagine particolarmente rilevante sia per l’oggetto trattato (smaltimento illecito di rifiuti radioattivi) sia per le dimensioni sovranazionali del traffico illecito sia, ancora, per la collaborazione prestata non solo da diverse forze di polizia operanti sul territorio nazionale, ma anche dai servizi segreti, in particolare dal Sismi.
Contestualmente, si è cercato di comprendere se effettivamente, all’epoca, vi fosse un clima di intimidazione che gli stessi inquirenti hanno dichiarato di aver percepito durante lo svolgimento del loro lavoro.
Ancora, sono stati oggetto di approfondimento da parte della Commissione alcuni aspetti emergenti proprio dall’indagine avviata dalla magistratura in ordine al decesso del capitano e conclusasi con provvedimento di archiviazione.

L’attività della Commissione

Gli approfondimenti della Commissione sono stati effettuati attraverso:
- l’acquisizione dei documenti afferenti le indagini dell’autorità giudiziaria (tra i più rilevanti si segnalano gli atti delle indagini svolte dalle procure circondariali di Reggio Calabria e di Matera in merito allo smaltimento di rifiuti radioattivi; gli atti dei procedimenti relativi al decesso del capitano De Grazia; gli atti dei procedimenti iscritti dalla procura presso il tribunale di Reggio Calabria e dalla procura presso il tribunale di Paola);
- l’acquisizione di documenti utilizzati da precedenti Commissioni parlamentari di inchiesta (Commissione di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Commissioni parlamentari di inchiesta sul ciclo dei rifiuti presediute dall’On. Russo e dall’On. Scalia);
- audizione dei persone in grado di riferire elementi utili ai fini dell’inchiesta.

E’ stato, inoltre, conferito un incarico di consulenza tecnica al prof. dottor Giovanni Arcudi (direttore dell’Istituto di medicina legale nella facoltà medica dell’Università di Roma “Tor Vergata” nonchè consulente della Commissione) al fine di operare una rivalutazione delle attività medico legali svolte dai consulenti nominati dal pubblico ministero e dalle parti civili nell’ambito del procedimento aperto presso la procura della Repubblica di Nocera Inferiore, volto ad accertare le cause del decesso del capitano De Grazia.

Tra gli auditi si segnalano:
- i magistrati Francesco Neri, Nicola Maria Pace, Francesco Greco, Giancarlo Russo, Felicia Genovese, Francesco Basentini, Alberto Cisterna;
- Postorino Francesco, cognato del capitano di fregata Natale De Grazia;
- il maresciallo Niccolò Moschitta, già appartenente al nucleo oeprativo dei Carabinieri di Reggio Calabria;
- il maresciallo Domenico Scimone, già appartenente al nucleo oeprativo dei Carabinieri di Reggio Calabria;
- il carabiniere Rosario Francaviglia, appartenente al nucleo oeprativo dei Carabinieri di Reggio Calabria;
- il carabiniere Angelantonio Caiazza;
- il carabiniere Sandro Totaro;
- l’ex colonnello del Corpo forestale dello Stato di Brescia, Rino Martini;
- il brigadiere del Corpo dello Stato Gianni De Podestà;
- il vice ispettore del Corpo forestale dello Stato dello stato Claudio Tassi;
- Francesco Fonti, ex collaboratore di giustizia;
- il medico legale, dottoressa Del Vecchio;
- il medico legale, dottor Asmundo;
- il comandante in seconda, ufficiale presso la Capitaneria di porto di Vibo Valentia, Giuseppe Bellantone;
- rappresentanti della società di navigazione Ignazio Messina.

La relazione è strutturata in due parti:

La prima dedicata all’indagine avviata dalla procura circondariale di Reggio Calabria, nella quale ebbe un ruolo determinante il capitano De Grazia. Ed infatti, non è possibile trattare adeguatamente il tema del decesso del capitano, senza avere prima analizzato nel dettaglio l’indagine nella quale lo stesso era impegnato; in questa parte si è affrontato anche il tema relativo allo sfaldamento del gruppo investigativo nel quale operava il capitano De Grazia.
La seconda parte è dedicata alle cause della morte del capitano e all’inchiesta aperta sul punto dalla magistratura.
Sono poi riportati gli accertamenti e le attività che la Commissione ha ritenuto di svolgere al fine di approfondire tutti gli aspetti ritenuti poco chiari.
Infine, vi sono le conclusioni, nelle quali la Commissione – pur nella consapevolezza della difficoltà di scrivere una parola definitiva sulla vicenda in questione, tenuto conto del lasso di tempo trascorso dagli accadimenti – riesamina criticamente tutti gli elementi acquisiti.

PARTE PRIMA – LE INDAGINI GIUDIZIARIE
1 – L’indagine avviata dalla procura circondariale di Reggio Calabria
1.1 – La denuncia di Legambiente del 2 marzo 1994 e l’apertura del procedimento
La Commissione ha accertato che il primo procedimento penale aperto in relazione alla vicenda delle “navi a perdere” fu quello recante il n. 2114/94 mod. 21 R.G.N.R., iscritto presso la procura circondariale di Reggio Calabria, assegnato al sostituto procuratore della Repubblica, dottor Francesco Neri.
Il procedimento venne aperto inizialmente a carico di ignoti a seguito di un esposto di Legambiente del 2 marzo 1994 nel quale si denunciava l’esistenza, in Aspromonte, di discariche abusive contenenti materiale tossico-nocivo e/o radioattivo, trasportato con navi presso porti della Calabria e, successivamente, in montagna con automezzi pesanti.
Nella denuncia si evidenziava come il territorio calabrese si prestasse particolarmente alla realizzazione di discariche abusive sia perché i porti erano scarsamente controllati, sia perché l’Aspromonte, con le sue caverne naturali, appariva il luogo ideale in cui nascondere questo tipo di materiale.
Vennero, pertanto, disposti dal pubblico ministero accertamenti tecnici – per il tramite dell’istituto geografico militare – finalizzati a verificare se il territorio calabrese fosse effettivamente adatto per un simile illecito smaltimento di rifiuti. La risposta fu affermativa in quanto realmente l’Aspromonte, per la sua geomorfologia, accessibilità e vicinanza a porti incontrollati si prestava ad essere utilizzato per occultare rifiuti pericolosi.
Contestualmente, vennero delegate indagini ai ROS, alla Guardia di finanza e alla squadra mobile di Reggio Calabria, finalizzate ad accertare quali veicoli pesanti avessero potuto trasportare rifiuti in Aspromonte.
Occorre subito evidenziare che – in poco meno di un anno – le indagini ebbero sviluppi inimmaginabili, tanto che nel giugno 1995 il sostituto procuratore Francesco Neri sentì l’esigenza di trasmettere al procuratore capo una relazione nella quale evidenziava le tappe investigative ed i sorprendenti scenari che si erano aperti, per i quali riteneva necessario procedere con rogatorie internazionali, collaborazioni con altre procure, non solo calabresi, e scambio di informazioni con i servizi segreti (cfr. doc. 362/3 allegato).

1.2 – Approfondimenti relativi alla nave Korabi e costituzione del primo gruppo investigativo

Il tema investigativo ben preso si ampliò. Ed infatti, contemporaneamente allo svolgimento degli accertamenti sulle caratteristiche del territorio calabrese, giunse alla procura di Reggio Calabria la notizia che la nave Koraby, battente bandiera albanese e salpata dal porto di Durazzo con destinazione Palermo, era stata perquisita nella rada antistante “Pentimele” perché sospettata di trasportare materiale radioattivo (scorie di rame di altoforno).
La nave, giunta a Palermo, era stata respinta per radioattività del carico. Tuttavia, al successivo controllo presso il porto di Reggio Calabria, ove si era ormeggiata, detta radioattività non era stata riscontrata. La nave aveva, perciò, ripreso la sua navigazione con destinazione Durazzo.
Questo dato è stato rappresentato dal dottor Neri come particolarmente inquietante perché poteva far presumere che la nave si fosse disfatta del carico radioattivo nel percorso tra Palermo e Reggio Calabria.
Nel corso dei controlli effettuati presso il porto di Reggio Calabria dalla Guardia di finanza venne trovato a bordo della nave un motore fuoribordo, del quale il comandante non seppe fornire alcuna giustificazione.
I successivi controlli effettuati consentirono di accertarne la provenienza furtiva. Venne disposto, dunque, il fermo di polizia giudiziaria del comandante per ricettazione ed il sequestro della nave, nel frattempo ormeggiata presso il porto di Pescara.
Gli accertamenti disposti successivamente sulla radioattività della motonave Koraby ebbero esito negativo e la nave venne, pertanto, dissequestrata.
Fu disposta, in seguito, consulenza collegiale per accertare se le “presunte” scorie di rame contenessero “plutonio” o altre sostanze radioattive o fungessero da “scudo” ad altra fonte radioattiva di cui il comandante si era potuto disfare nel tragitto tra Palermo e Reggio Calabria.
Invero, lo stesso, nel corso dell’interrogatorio reso innanzi all’autorità giudiziaria di Pescara, aveva dichiarato che il carico ritirato a Durazzo era stato scaricato a Rieka (Fiume) Slovenia per essere poi caricato su vagoni ferroviari con destinazione ignota (cfr. doc. 362/3 allegato).
Si iniziò, dunque, a profilare l’ipotesi che rifiuti tossici potessero essere smaltiti illecitamente in mare.
La denuncia di Legambiente fu trasmessa anche alle procure di Locri, Palmi, Vibo Valentia e Crotone.
Fu disposta una consulenza collegiale da parte di tutte le procure interessate al fine di ottenere una mappa aggiornata di tutti i possibili siti (discariche, cave, ecc.) di stoccaggio abusivo di rifiuti radioattivi e tossico/nocivi.
Sempre nello stesso periodo venne acquisita dalla procura della Repubblica di Savona (pubblico ministero dottor Landolfi) documentazione circa il ritrovamento di 6.000 fusti contenenti materiale tossico in una cava di Borghetto Santo Spirito, gestita da personaggi legati alle cosche calabresi.
L’ipotesi, poi approfondita dalla procura di Locri, competente per territorio, era che il materiale tossico potesse essere destinato al sud, nei territori gestiti dalle cosche predette.
Anche dalle procure di Vibo Valentia, Crotone e Palmi pervennero notizie in merito a presunti interramenti di rifiuti tossici.
Quello sopra descritto è lo scenario nel quale si sviluppò l’indagine condotta dal dottor Francesco Neri.
Proprio per la complessità delle situazioni emerse venne creato un apposito gruppo investigativo costituito dal maresciallo capo Scimone Domenico, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, dal capitano di fregata De Grazia Natale, dal maresciallo M. Moschitta e dal carabiniere Rosario Francaviglia, questi ultimi due appartenenti al nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria.
Tale gruppo ebbe modo di interfacciarsi sia con la procura di Matera (che indagava sul centro ricerche Trisaia Enea di Rotondella) sia con il Corpo forestale dello Stato di Brescia (che aveva da tempo avviato indagini mirate su Giorgio Comerio, presunto trafficante di rifiuti tossici e, più in generale, mirate sul traffico di rifiuti radioattivi).

1.3 – Audizione del teste “Billy” e coordinamento investigativo con la procura di Matera
Nel marzo 1995 l’indagine si arricchì di elementi importanti, riguardanti il traffico e la gestione delle scorie nucleari in Italia, lasciando intravedere anche il coinvolgimento dell’Enea.
Un funzionario di questo ente, ingegner Carlo Giglio, chiese espressamente alla polizia giudiziaria di essere sentito, dopo aver appreso dalla stampa che la procura di Reggio Calabria si stava occupando di traffici illegali di rifiuti radioattivi in Calabria.
Il teste venne sentito a Roma, ove risiedeva, il 17 marzo 1995 (doc. 681/44 allegato), dal dottor Neri e dai marescialli Scimone e Moschitta.
Riferì di essere riuscito a scoprire, nell’ambito della sua attività istituzionale, che la registrazione degli scarti nucleari era truccata per rendere incontrollabile il movimento in entrata e in uscita di tutto il materiale radioattivo che doveva essere gestito presso tutti gli impianti nucleari.
Dichiarò che le sue relazioni ispettive effettuate presso i centri Enea di Rotondella (MT) e di Saluggia (Vercelli) scatenarono all’interno dell’ente azioni di ritorsione che sfociarono in denunce per diffamazione e calunnia.
Parlò, poi, di una presunta attività clandestina dell’Enea finalizzata a fornire tecnologia e materiale nucleare all’Iraq (12.000 kg di uranio), delle reazioni del governo americano e dei servizi segreti israeliani. Riferì, ancora, in ordine allo smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti dall’Enel, sotto la supervisione dell’Enea, la cui destinazione sarebbe stata ignota.
L’ingegner Giglio, in quell’occasione, rese una serie di dichiarazioni attinenti ad una presunta attività di fornitura da parte dell’Italia all’Iraq di armi da guerra (comprese navi) e di tecnologie nucleari.
Particolarmente significative si rivelarono le dichiarazioni relative al traffico clandestino di materiale nucleare:
“(…) la scelta di Palermo come punto di riferimento per il traffico clandestino di materiale nucleare non è occasionale, ma mirato, in quanto è logico ritenere che solo la Mafia o le altre organizzazioni criminali operanti al sud potevano garantire quella attività di copertura necessaria per detti traffici. (…). Altro aspetto inquietante del traffico illecito di materiale radioattivo concerne lo smaltimento effettuato, con la supervisione dell’Enea, da parte dell’Enel di rifiuti radioattivi la cui destinazione è a tutt’oggi ignota. Mentre la conferma che la Calabria è stata utilizzata come deposito illecito di materiale radioattivo è data dalla scoperta di una discarica abusiva di un tale Pizzimenti. L’ing. Giglio fa inoltre presente come la persecuzione subita nell’ambito del suo ente sia dipesa essenzialmente dall’avere adempiuto ai suoi doveri denunciando alla magistratura, al suo ente ed alle varie Commissioni di inchiesta i fatti sin qui narrati (…)”.
In seguito, l’ingegner Giglio, per la delicatezza delle dichiarazioni rilasciate, fu chiamato dagli investigatori con lo pseudonimo “Billy”.
Nacque, quindi, l’esigenza di coordinare le indagini con quelle svolte dalla procura circondariale di Matera, in particolare dal procuratore Nicola Maria Pace, dal momento che questi, sin dai primi anni ‘90, stava svolgendo indagini in merito ad un presunto traffico di rifiuti radioattivi provenienti dal Centro Trisaia Enea di Rotondella (procedimento penale n. 254/93 R.G.N.R.).
Secondo quanto riferito dal dottor Pace alla Commissione era stato ipotizzato un interesse dell’Enea nell’attività di smaltimento in mare attraverso le navi. Questa ipotesi aveva portato al coordinamento investigativo con le attività svolte sul territorio limitrofo dagli investigatori operanti in Calabria, guidati dal dottor Neri.
Ed, in effetti, Carlo Giglio venne successivamente sentito, in data 10 maggio 1995, dal dottor Neri e dal dottor Pace, questa volta presso gli uffici del Corpo forestale dello Stato di Brescia (alla presenza dei marescialli Moschitta e Scimone).
In tale occasione fornì talune precisazioni in merito a quanto già riferito in precedenza:
“i controlli da me effettuati in presenza dei rappresentanti Enea presso i centri sono stati sempre oggetto di verbali di sopralluogo firmati dal sottoscritto e dalla stessa direzione Enea (…) tali verbali sono stati sempre trasmessi all’autorità giudiziaria competente per le gravissime deficienze riscontrate nei sistemi di monitoraggio e di misura della radioattività e per quanto riguarda specificatamente il Centro di Rotondella”.
Precisò, poi, che il processo avviato in merito a tali fatti si era concluso con una sentenza emessa dal tribunale di Matera in data 28 maggio 1984 con la quale furono assolti sia gli ispettori dell’Enea sia il direttore dell’impianto.
In sintesi, le dichiarazioni di Carlo Giglio hanno fatto riferimento a presunti fatti di particolari gravità, quali:
- la non corretta tenuta della contabilità all’interno del centro Enea di Rotondella tale da consentire l’uscita di rifiuti radioattivi erroneamente definiti “scarti”;
- l’esistenza di un traffico illecito di rifiuti radioattivi (negli anni ‘80/’90) destinati ai paesi del terzo mondo, in particolare Irak, Pakistan e Libia, ove sarebbero stati utilizzati per la produzione di ordigni atomici;
- l’insussistenza di un’effettiva ed efficace attività di controllo tra Enea ed Enel, nonchè la totale inefficienza della Nucleco, società costituita tra Enea ed Agip, per il trattamento dei rifiuti radioattivi.
Il successivo 16 giugno 1995, sempre innanzi ai pubblici ministeri Neri e Pace e alla presenza del colonnello Martini e del maresciallo Scimone, Carlo Giglio rese ulteriori dichiarazioni (questa volta presso la sede di Roma del Corpo forestale dello Stato).
In sostanza, secondo quanto affermato dal Giglio, sarebbero state violate numerose norme penali (ma non sono specificate né le norme violate né le modalità attraverso le quali sarebbero state violate).
Le ultime dichiarazioni rese da Carlo Giglio agli inquirenti, presso la procura della Repubblica di Reggio Calabria, risalgono al 5 dicembre 1995.
In quella occasione il teste, in sostanza, evidenziò che:
- da quando aveva iniziato a collaborare con l’autorità giudiziaria, lui e i suoi familiari avevano vissuto strani episodi riconducibili a velate intimidazioni (così come era accaduto nel corso di precedenti indagini riguardanti l’Enea);
- Giorgio Comerio aveva avuto rapporti con l’Enea: “Non vi è dubbio che il Comerio ha avuto rapporti diretti con l’Enea se intendeva smaltire rifiuti radioattivi in mare (…) Addirittura nella strategia dell’ente si sta cercando di eliminare ogni prova o traccia di rapporti tra il Comerio ed altri dirigenti dell’Ente. Il Comerio infatti ha offerto all’ente i suoi servigi circa lo smaltimento in mare dei rifiuti radioattivi”;
- anche l’Italia aveva disperso in mare le scorie radioattive: “è noto che anche l’Italia ha disperso in mare scorie radioattive quindi l’Ente (Enea) è in grado di riferire dove, come e quando”;
- l’Enea sarebbe stata infiltrata dalla massoneria: “proprio per il tramite della massoneria deviata i traffici illeciti del materiale nucleare e strategico o quelli relativi allo smaltimento in mare possono essere attuati nell’ambito dell’Ente ai massimi livelli e con la copertura più ferrea compresa quella con i servizi deviati, da sempre e notoriamente coinvolti in detti traffici”.
Sui fatti riguardanti il centro Enea di Rotondella la Commissione ha audito il dottor Pace.
Lo stesso era stato, peraltro, già ascoltato sia dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta dall’On. Russo (in data 10 marzo 2005) sia dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (quest’ultima audizione è segretata).
Secondo quanto dichiarato nel corso dell’audizione del 10 marzo 2005:
- nel centro Enea di Rotondella era stata riscontrata una situazione di grave pericolo, in quanto giacevano rifiuti radioattivi liquidi ad alta attività all’interno di contenitori che, già all’epoca, avevano esaurito il tempo massimo previsto dal progetto;
- una delle principali anomalie dell’Enea era relativa alla mancanza di controlli esterni. La conservazione di materiali pericolosi all’interno di contenitori inidonei era una regola avallata, attraverso proroghe continue, da parte di due ingegneri i quali, dopo un incidente verificatosi il 14 aprile del 1994, furono costretti a redigere un documento di estremo allarme in merito alla situazione della centrale (documento che il dottor Pace inviò al Presidente della Repubblica dell’epoca);
- nel prosieguo delle indagini il dottor Pace aveva acquisito documenti da cui risultava che l’Italia, nel 1978, aveva ceduto all’Iraq due reattori plutonigeni Cirene; aveva, poi, accertato che presso la centrale Enea di Rotondella vi era la presenza continuativa di personale iracheno (tale ultima circostanza è stata riferita alla Commissione anche dalla dottoressa Genovese, nel corso dell’audizione del 21 ottobre 2009, allorquando ha dichiarato che nel corso delle indagini era emerso da fonti dichiarative che tecnici iracheni e pachistani “andavano e venivano” dall’Enea);
- il dottor Pace cercò di individuare i cosiddetti siroi (cavità, risalenti al IV secolo a.C., scavate nella roccia) che da un manuale dell’Enea risultavano impiegati per il deposito di scorie radioattive. Si rivolse per questo sia al prof. Quilici dell’Università di Bologna – il quale però gli disse che i siroi non erano più localizzabili -, sia ad un professore rumeno, tale Amasteadu, che aveva condotto studi archeologici in Basilicata. Anche quest’ultimo professore disse di non potere localizzare i siroi; aggiunse, però, che era stato pubblicato un testo, ormai introvabile, contenente le mappe dei siroi, testo che lui stesso aveva posseduto in passato, ma che gli era stato trafugato dopo avere ricevuto una strana visita da parte di non meglio identificati cittadini iracheni che gli avevano fatto numerose domande.

Nel corso dell’audizione resa avanti a questa Commissione, avvenuta in data 20 gennaio 2010, il dottor Pace ha, sostanzialmente, confermato le dichiarazioni precedentemente rese, aggiungendo ulteriori particolari.
Alla domanda posta dal Presidente, on. Gaetano Pecorella: “vorrei sapere se al centro Enea giungessero anche materiali radioattivi esterni, cioè provenienti da altri paesi o da altre fonti di produzione. Vorrei chiederle inoltre se il sistema di controllo dell’entrata e dell’uscita di questi materiali fosse in grado di garantire almeno che ciò che usciva fosse verificato, cioè risultasse in modo documentale. Uno dei punti sostenuti da Fonti, che stiamo verificando, è che questo materiale radioattivo provenisse dall’Enea di Rotondella attraverso camion che uscivano durante la notte. Vorremmo quindi capire se la situazione contabile potesse offrire una qualche garanzia di ciò che entrava e di ciò che usciva”, il dottor Pace ha risposto di avere attentamente valutato la contabilità dell’Enea, che presentava delle anomalie, ma non tali da indurre a ritenere che camion di materiali potessero uscire in modo incontrollato.
E, tuttavia, secondo il confronto tra i dati di contabilità e il magazzino nucleare mancava il plutonio: “la contabilità risultava inveritiera soltanto per quanto riguarda il plutonio, fatto di non poco conto, tanto che su questo tema c’è stata una notevole dialettica con i massimi esponenti dell’Enea”.
Con riferimento, invece, alla contabilità concernente i materiali esterni (quelli provenienti dagli ospedali e che dovevano avere la caratterizzazione, il registro di carico e scarico) tutta la documentazione dei rifiuti trasportati avrebbe dovuto essere custodita in un armadio, che invece fu trovato vuoto.
Sul coordinamento investigativo tra la procura di Reggio Calabria e quella di Matera ha riferito alla Commissione anche il maresciallo Moschitta, in data 11 maggio 2010:
“ (..) l’attenzione cadde sull’Enea nel momento in cui il dottor Pace di Matera ci telefonò e ci chiese se stavamo indagando sui materiali radioattivi. Alla nostra risposta affermativa, ci propose di lavorare insieme, dal momento che lui aveva una centrale – così disse – che stava esplodendo.
Ci disse che era solo, che non aveva le strutture e che quindi aveva paura a procedere nell’attività. Invece, unendosi a noi e lavorando sullo stesso terreno, avremmo potuto raggiungere qualche risultato.
A seguito di questa collaborazione, il dottor Pace ci disse che Matera viveva una situazione molto pericolosa, perché nella centrale nucleare della città, dentro una piscina, vi erano 64 barre di uranio, acquistate prima della moratoria dalle centrali Elk River degli Stati Uniti. La piscina era stata realizzata nel 1960, quando ancora la normativa antisismica non esisteva. Matera è una zona sismica. Quindi, ci mostrò la gravità della situazione e ci chiese come avremmo potuto prenderla in mano. Ci disse che il personale dell’Enea gli faceva muro davanti, che avrebbe voluto fare degli accertamenti e proseguire le operazioni, che lo invitavano a fare delle verifiche personalmente, ma che lui non sapeva dove andare a controllare.
La situazione era incresciosa, se pensiamo – queste sono le parole che sono state pronunciate allora – che il problema di Chernobyl è nato da mezza barra di uranio e che a Matera ve ne erano 64. Apprese queste notizie, acquisita da Giglio l’informazione che dalla centrale di Saluggia non erano stati vetrificati i liquidi radioattivi e tante altre notizie che già erano a conoscenza del dottor Pace, si rese necessario fare una relazione al capo del Governo dell’epoca. Vi si recò il dottor Cordova personalmente”.
In sostanza, le indagini avviate a Reggio Calabria sugli interramenti di rifiuti in Aspromonte si estesero rapidamente ai traffici di rifiuti radioattivi e agli smaltimenti illeciti degli stessi effettuati in mare o destinati verso paesi esteri. Inevitabile fu, quindi, il coordinamento investigativo con la procura di Matera che già indagava in merito a presunte irregolarità concernenti il centro di ricerche Enea Trisaia di Rotondella.

1.4 – L’inserimento nelle indagini del Corpo forestale dello Stato di Brescia. Giorgio Comerio e il progetto O.D.M.
I procuratori Neri e Pace, dunque, unirono le loro risorse e conoscenze investigative per proseguire le indagini.
Queste, peraltro, ebbero una svolta decisiva in conseguenza del contributo fornito dai militari appartenenti al Corpo forestale dello Stato di Brescia, coordinati dal colonnello Rino Martini, il quale si rivelò da subito un elemento chiave, sia per la sua specifica competenza nella materia del traffico illecito di rifiuti radioattivi, sia per le indagini che da tempo stava svolgendo sull’argomento.
Nella primavera del 1995 gli accertamenti svolti dal Comando di Brescia avevano, infatti, consentito di acquisire notizie di estrema rilevanza in relazione ad un imponente traffico di rifiuti radioattivi destinati ad essere smaltiti in mare.
In particolare, con nota informativa del 3 aprile 1995 (doc. 277/2), il colonnello Rino Martini informò il dottor Neri circa l’esistenza di una holding, denominata O.D.M. (Oceanic Disposal Management inc.), che si occupava dell’inabissamento in mare di rifiuti radioattivi.
A capo dell’organizzazione vi era tale Manfred Convalexius, titolare della Convalexius trading con sede a Vienna (personaggio definito nella nota come conosciuto in Austria ed in altri Paesi nord-europei per il traffico di rifiuti e di rottami ferrosi), mentre il referente italiano era un certo Giorgio Comerio, nato il 3 febbraio 1945 a Busto Arsizio (VA), titolare della Comerio industry ltd., con sede legale a La Valletta (Malta).
La scoperta della società O.D.M. era scaturita dal controllo – effettuato il 23.5.94 dal Corpo forestale dello Stato di Brescia – nei confronti di tale Ripamonti Elio alla frontiera di Chiasso, all’esito del quale erano stati sequestrati una serie di documenti che il Ripamonti portava con sé, riguardanti il progetto della O.D.M. di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi (cosiddetto progetto DODOS), corredato dalle relazioni tecniche e da documentazione dalla quale si ricavava che il progetto interessava nazioni come l’Italia, l’Austria, la Cecoslovacchia, la Germania e la Lettonia (doc. 362/3 allegato).
In realtà risulta che, già nell’anno 1993, Ripamonti era stato controllato al confine dalla Guardia di finanza di Vigevano e trovato in possesso di documentazione relativa a traffici illeciti riguardanti lo smaltimento di rifiuti radioattivi. L’analisi dei documenti (in particolare di una proposta di contratto trasmessa via fax dall’abitazione di Garlasco di Giorgio Comerio) portò a ritenere che quest’ultimo, con la O.D.M., avesse proposto lo smaltimento di rifiuti radioattivi tramite i cosiddetti penetratori, da effettuarsi in paesi baltici, come l’ex Urss.
Da ciò era scaturita una perquisizione, ordinata dalla procura della Repubblica di Lecco, che aveva aperto un procedimento nei confronti del Ripamonti e di Comerio (doc. 1180/1 e 1180/2).
DODOS è l’acronimo di Deep Ocean Data Operative. Si trattava di un progetto studiato ad Ispra sul lago Maggiore, presso il centro di ricerca della Comunità europea, al quale avevano lavorato soggetti appartenenti a diversi Stati compreso Giorgio Comerio nella sua qualità di ingegnere e di responsabile di una società che originariamente avrebbe dovuto partecipare al progetto.
Il progetto riguardava le modalità di smaltimento dei rifiuti radioattivi attraverso il loro inabissamento in mare. In sostanza, i rifiuti radioattivi avrebbero dovuto essere inseriti in contenitori di acciaio e carbonio chiamati cannister, a loro volta inseriti in un cilindro di 25 metri a forma di siluro (cosiddetto penetratore). Infine, il siluro avrebbe dovuto essere buttato in mare su un fondale marino adeguato, alla profondità di qualche migliaio di metri, piantandosi in tal modo nel fondale stesso.
Il progetto non fu, però, portato avanti in ragione della opposizione manifestata da taluni Paesi che avevano aderito a trattati internazionali che vietavano lo smaltimento in mare dei rifiuti radioattivi.
Dalla documentazione sequestrata al Ripamonti emerse che questi avrebbe dovuto individuare clienti svizzeri per lo smaltimento in mare di rifiuti radioattivi per il tramite dell’avvocato Forni di Lugano. Emerse, altresì, che un primo ordine da parte di qualche governo estero era stato già emesso (verosimilmente l’Austria per il tramite del Convalexius).
Ripamonti Elio venne sentito dal dottor Neri e dal colonnello Martini in data 11 maggio 1995 (doc. 277/12). In tale occasione confermò le circostanze emerse dalla documentazione sequestratagli, precisando:
- di essere stato incaricato da Giorgio Comerio di portare la documentazione relativa al progetto DODOS all’Avv. Forni di Lugano per siglare un contratto in esclusiva con la Svizzera;
- che nel caso fosse stato concluso il contratto, sarebbe stata versata la somma di 200.000 franchi svizzeri su un conto corrente intestato a Giunta Giuliana (legata sentimentalmente a Comerio);
- che i rifiuti radioattivi svizzeri avrebbero dovuto essere depositati su fondali marini del nord Europa;
- che il Comerio gli aveva confidato di avere conoscenze all’interno dell’Enea e che si era riservato l’esclusiva per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi italiani;
- che il progetto di smaltimento in mare adottato dal Comerio (penetratori) era stato elaborato anche dall’Enea in collaborazione con altri Stati esteri.

Sempre le indagini svolte dal Corpo forestale dello Stato di Brescia, riportate nell’informativa del 3 aprile 1995 (doc. 277/2), permisero di individuare un’altra figura di rilievo, tale Renato Pent, rappresentate della società Jelly Wax con sede in Opera, definito nell’informativa come un personaggio noto nell’ambiente degli smaltitori per avere organizzato nel 1986-1987 le navi dei veleni insieme allo svizzero Ambrosini. Tali affermazioni, successivamente, non sono state supportate da elementi concreti di riscontro.
Come risulta dalla successiva annotazione dell’8 maggio 1995 del Corpo forestale dello Stato di Brescia (doc. 277/3), da una fonte confidenziale si apprese che:
- Giorgio Comerio aveva il domicilio in Malta;
- manteneva, in ogni caso, un ufficio della Comerio Industry ltd. in via Colonna 9 a Milano;
- la sede legale della Comerio Industry ltd.. era a La Valletta (Malta);
- il porto di Reggio Calabria era il luogo di transito per l’imbarco di containers di materiale radioattivo diretto a Malta e negli stati del Medio Oriente.
Si ipotizzò, pertanto, che il domicilio in Malta potesse servire al Comerio per seguire direttamente i suoi affari attinenti al traffico di rifiuti nonché per evitare controlli quali quello subìto precedentemente (in data 1993) ad opera della Guardia di finanza di Vigevano (PV) su delega della procura di Lecco (nell’ambito del procedimento penale n. 6356/93).
Venne precisato, infine, nell’annotazione che Giorgio Comerio intratteneva rapporti commerciali con la Nucleco (Enea-Agip Nucelare) di Roma per la gestione e/o smaltimento di rifiuti radioattivi.
Particolarmente importante è apparsa alla Commissione l’annotazione – redatta dal colonnello Rino Martini, dal brigadiere Gianni De Podesta’ e dal brigadiere Claudio Tassi – del 13 maggio 1995, trasmessa al procuratore F. Neri, nella quale vennero riportate le dichiarazioni rese da una fonte confidenziale di sesso maschile chiamata “Pinocchio”. Tali dichiarazioni riguardavano vari personaggi coinvolti nel traffico di rifiuti pericolosi nonché l’affondamento di una nave carica di rifiuti (doc. 118/7 e 277/5).
In sintesi, la fonte dichiarò agli investigatori che:
1) tale Noè, funzionario Enea a La Spezia, aveva la supervisione (non ufficiale) all’interno dell’Enea delle boe elettroniche per la segnalazione, localizzazione e guida sottomarina spaziale e navigazione in superficie. Si trattava, pertanto, di un soggetto che conosceva perfettamente i fondali antistanti la rada di La Spezia, figurando per tale motivo quale possibile uomo chiave per la criminalità organizzata. In sostanza, veniva indicato come un personaggio che aveva la possibilità di far entrare e uscire dal porto imbarcazioni di media grandezza, eludendo i controlli;
2) era a conoscenza di un caso specifico di affondamento di nave con carico di materiale radioattivo. Testualmente: “La nave affondata a Capo Spartivento, luogo della regione Calabria-provincia di Reggio Calabria, di una portata di tonnellate 4-6000 caricata con materiale nucleare (uranio additivato), altri rifiuti e carico vario, prima di giungere in Calabria, dove viene affondata volontariamente per riscuotere il premio assicurativo e nel contempo gettare a mare ogni sorta di rifiuti, ha come luogo di provenienza la Grecia, successivamente tocca altri porti in Albania e nel nord Africa e poi entra definitivamente nel mar Ionio. Qui viene affondata al largo di capo Spartivento su un fondale di circa 400 metri. Tale punto d’affondamento viene scelto per condizioni climatiche che, quasi sempre avverse, non permetterebbero un futuro recupero”;
3) altri personaggi erano legati al traffico di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi nel tratto La Spezia/Napoli/Reggio Calabria e oltremare, quali Duvia Orazio, Di Francia Giorgio, Conte Angelo, Mastropasqua Domenico, Bini Renzo, Monducci Eros e Messina Ignazio, quest’ultimo titolare dell’omonima compagnia di navigazione. Indicava, poi, tale Motta Giancarlo (amministratore della Sistemi Ambientali) descritto come una persona a conoscenza (per interesse diretto) dei vari passaggi di materiale di scarto nucleare (possibile uranio) avvenuti via mare fra il Nord Africa, i paesi meridionali balcanici e le coste Ioniche, passaggi che sarebbero avvenuti tramite una compagnia di navigazione il cui titolare era Ignazio Messina di La Spezia.

Sin d’ora si deve precisare che gli spunti investigativi forniti dalla fonte confidenziale non sono stati supportati da elementi di prova.
Dunque, il panorama investigativo, originariamente circoscritto a verificare se in Calabria fossero state costituite abusive discariche di rifiuti radioattivi o pericolosi (all’interno delle caverne naturali presenti in Aspromonte), si estese notevolmente, profilandosi l’ipotesi che l’occultamento illecito di rifiuti radioattivi venisse attuato anche mediante l’affondamento in mare degli stessi, attraverso organizzazioni di respiro internazionale che agivano anche sulla base di contatti con organi istituzionali e in accordo con gli stessi.

1.5 – La perquisizione presso l’abitazione di Giorgio Comerio e le indagini conseguenti
Giovandosi delle attività investigative avviate dal colonnello Martini sul traffico illecito di rifiuti radioattivi, le indagini dei magistrati di Matera e Reggio Calabria si incentrarono su Giorgio Comerio.
Venne, pertanto, emesso un decreto di perquisizione della sua abitazione sita in Garlasco e dei luoghi nella disponibilità dello stesso.
I documenti acquisiti all’esito della perquisizione fornirono agli investigatori dell’epoca uno spaccato decisamente inquietante in merito all’attività svolta dal Comerio, a suoi interessi nello smaltimento dei rifiuti radioattivi, alle connessioni tra il traffico di armi e il traffico di rifiuti.
All’esito della perquisizione, eseguita il 12 e il 13 maggio 1995 dalla sezione polizia giudiziaria CC procura circondariale di Reggio Calabria, dal reparto operativo CC Reggio Calabria, dal reparto operativo CC Matera e dal Corpo forestale dello Stato-settore di polizia regionale di Brescia, venne sequestrata una mole imponente di documentazione che permise agli inquirenti di far luce sull’esistenza di progetti finalizzati allo smaltimento in mare di rifiuti radioattivi.
Secondo quanto riferito dal dottor Neri al suo procuratore, con la nota sopra citata, l’importanza della documentazione sequestrata “consentiva di incaricare le forze di polizia giudiziaria impegnate nell’indagine di avvalersi dell’ausilio del Sismi che peraltro ha fornito ben 277 documenti sul Comerio a conferma della pericolosità di detto soggetto e a riprova della bontà della ipotesi investigativa seguita” (doc. 362/3 allegato).
Sempre nella medesima nota a firma del dottor Neri si legge che nell’abitazione di Comerio furono trovati: “Agende, video-tape, dischetti magnetici, fascicoli relativi alla commercializzazione del progetto Euratom (DODOS) trafugato a detto ente (centro Euratom di Ispra) clandestinamente dal Comerio stesso (…) Veniva sequestrata anche numerosa corrispondenza (e fotografie) di incontri con rappresentanti governativi della Sierra Leone per ottenere l’autorizzazione a smaltire in mare rifiuti radioattivi. Si accertava così che soci nell’affare erano tale Paleologo Mastrogiovanni (presunto principe dell’Impero di Bisanzio) e tale Dino Viccica, uomo ricchissimo che avrebbe dovuto finanziare l’operazione “Sierra Leone” (…) Al riguardo il Console Onorario della Sierra Leone sentito in merito ha confermato che il Comerio ha concluso l’affare con i governanti di detti Stati corrompendo un ministro. (…)” (doc. 362/3 allegato).
E’ proprio in questa fase che emerge chiaramente la partecipazione del capitano De Grazia alle indagini, avendo lo stesso contribuito ad analizzare i documenti con riferimento a tutti gli aspetti di sua specifica competenza nonchè a redigere l’informativa sugli esiti della perquisizione e sulle attività investigative conseguenti.
Gli elementi raccolti sulla base della documentazione sequestrata e della successiva attività di indagine, infatti, vennero riportati nell’informativa del 25 maggio 1995 n. 399/41 di prot. (a cura del capitano di fregata Natale De Grazia e del maresciallo Moschitta) tramessa alla procura di Reggio Calabria (doc. 118/5).
Vennero deferiti all’autorità giudiziaria procedente ed iscritti nel registro indagati, per i reati previsti dal decreto del presidente della Repubblica n. 185 del 1964, dal decreto del presidente della Repubblica n. 915 del 1982, oltre che per il reato di ricettazione:
- Giorgio Comerio
- la compagna Giuliana Giunta
- il socio Gabriele Molaschi
- altri personaggi, quali Gerardo Viccica (alias Dino), Pietro Pagliariccio (alias Giampiero), Jack Mazreku, Giuseppe Barattini, Mastrogiovanni Paleologo e Ezio Piero Toppino.
I principali elementi evidenziati nell’informativa in questione e posti all’attenzione dei magistrati inquirenti furono:
- all’interno dell’abitazione di Comerio, sita in Garlasco, era stata rivenuta documentazione attinente al progetto DODOS (Deep Ocean Data Operating System) che prevedeva il lancio sui fondali marini, attraverso i cosiddetti penetratori, di scorie radioattive, progetto in parte già realizzato in zone africane e del nord Europa in violazione della Convenzione di Londra;
- erano stati, poi, sequestrati un progetto relativo alla costruzione ed alla vendita di telemine, strumento bellico subacqueo, nonché documenti dai quali emergevano contatti con paesi arabi e indiani e transazioni bancarie in dollari su banche svizzere che rendevano concretamente ipotizzabile l’avvenuta vendita delle telemine;
- da alcuni disegni di navi sequestrati era evidente che il Comerio avesse intenzione di modificare una nave Ro-Ro per la costruzione delle telemine. I disegni si riferivano alla Jolly Rosso (spiaggiatasi il 14 dicembre 1990 ad Amantea) ed alla nave Acrux, poi denominata Queen Sea (all’epoca sotto sequestro presso il porto di Ravenna);
- erano stati sequestrati, inoltre, atti relativi a navi aventi scarso valore commerciale e in degrado strutturale, sulle quali erano stati abbozzati preventivi di spesa per la riparazione e per la documentazione di cambio di bandiera;
- tutta la documentazione sequestrata a Comerio portava a ritenere che lo stesso si occupasse dell’acquisto delle navi per il loro successivo utilizzo a fini illeciti;
- conseguentemente, era stato effettuato un accertamento presso i Lloyds di Londra – sede di Genova – ed erano state acquisite le copie dei sinistri marittimi intervenuti dall’anno 1987 al 1993, al fine di verificare quelli di natura eventualmente dolosa avvenuti nelle acque territoriali calabresi;
- da tale attività era emerso che ben 23 navi erano affondate nel mare antistante le coste calabresi;
- le risultanze delle indagini trasmesse dal Corpo forestale dello Stato di Brescia relative al possibile affondamento di una nave a capo Spartivento trovavano un primo riscontro nella documentazione acquisita, dalla quale risultava l’affondamento della nave da carico Rigel di bandiera Maltese, inabissatasi il 21 settembre 1987, a 20 miglia Sud-Est da capo Spartivento. La citata nave proveniva da Marina di Carrara ed era diretta a Limassol e, prima della partenza, risultava avere avuto problemi giudiziari per il carico a bordo;
- i punti di affondamento delle navi Anni ed Euroriver, entrambe battenti bandiera maltese, trovavano riscontro con i punti di dispersione delle scorie pericolose previste dal progetto O.D.M. di Comerio, nella parte indicata dal punto C. Aree Nazionali Italiane, sequestrato nel corso della perquisizione;
- era stato accertato che la Capitaneria di porto di Vibo Valentia aveva richiesto ai locali Vigili del Fuoco accertamenti radiometrici sulla motonave Jolly Rosso e sulla spiaggia circostante;
- il comandante Bellantone, della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, aveva riferito di avere richiesto lui stesso gli accertamenti in quanto a bordo della nave erano stati reperiti sia documenti con strani cenni a materiale radioattivo, sia documenti che lo stesso non aveva saputo interpretare (gli erano sembrati un “piano di battaglia navale”) e che poi riconosceva nei progetti O.D.M. sequestrati presso l’abitazione di Comerio. Il comandante, in quell’occasione, aveva fornito copia del verbale di consegna della citata documentazione al comandante della Rosso nonché copia dell’istanza con la quale il capitano Bert M. Kleywegt – in rappresentanza della società olandese Smit Tak – aveva chiesto l’autorizzazione al recupero della nave;
- il Comerio, per la realizzazione dei suoi programmi, aveva creato una serie di società quali: Oceanic Disposal Management Inc. (O.D.M.); Acquavision s.r.l.; Comerio Industry Ltd.; Georadar Ltd.; Mei ltd Ltd., tutte società strumentali alla realizzazione di telemine, di boe di rilevamento nonché al reperimento e alla modifica di navi destinate ad utilizzi illeciti.

Nell’informativa citata vennero riportate le dichiarazioni rese, rispettivamente l’11 e il 12 maggio 1995, da Maria Luigia Nitti (legata sentimentalmente a Giorgio Comerio dal 1986 al 1993) e da Renato Pent:
La prima dichiarò:
“ho sentito parlare il Comerio di un altro suo progetto ossia quello di creare dei depositi marini di rifiuti radioattivi e ricordo che voleva coinvolgermi in questo suo affare e per ovvi motivi io non accettai avendo avuto perdite in altre società. Preciso che il Comerio ha diverse società sparse in varie citta’ del mondo e ricordo in particolare la Mei ltd (Marine Electronic Industryes) che operava nella costruzione di boe di rilevamento marino o boe di segnalazione. Detta società dovrebbe avere sede in Inghilterra. (…) io sapevo che il suo progetto O.D.M. era ufficiale tant’e’ che aveva accordi con diversi governi anche dell’est tra cui sicuramente quello russo. Preciso che non erano accordi conclusi ma di trattative avviate. La mia collaborazione secondo la richiesta fattami dal Comerio doveva consistere nella elaborazione al computer di dati relativi al trasferimento dei materiali nella struttura da immergere in mare. Difatti le operazioni prevedevano l’inabissamento di materiali radioattivi di varia provenienza mediante l’impiego di un natante. Preciso che nel 1993 il Comerio mi chiari’ che il progetto Euratom prevedeva l’affondamento in mare di contenitori con scorie radioattive e che la O.D.M. era una sua società. Ricordo di avere sentito il nome di tale Convalexius Manfred anche se non l’ho mai conosciuto. (…) Le uniche volte che sentii parlare il Comerio di materiale nucleare o radioattivo, riguardava il progetto O.D.M.. Ne parlava in termini tali da far intendere che l’operazione doveva essere fatta in maniera legale, tant’è che nell’affare era coinvolto anche l’avv. Gaspari-Vaccari. Tale progetto di deposito del materiale radioattivo nelle profondità marine faceva seguito ad attività di ricerca fatte presso il centro Euratom di Ispra, attività nella quale aveva preso parte anche Comerio richiesto dal centro di fornire un apporto esterno con la costruzione della BOA di rilevamento”.
La Nitti riferì, inoltre, che Comerio le aveva confidato di far parte dei servizi segreti (“il Comerio mi esterno’ di appartenere ai servizi segreti tant’e’ che era ossessionato dall’idea di avere i telefoni sotto controllo al punto che effettuava le sue telefonate da cabine telefoniche. A seguito di attentati terroristici avvenuti in quel periodo il Comerio si assento’ dicendo che era stato convocato per collaborare nelle indagini….preciso che si trattava di attentati dinamitardi primavera del 1993. Mi pare si trattasse del’attentato all’accademia dei Georgofili di Firenze.”).

Renato Pent, confermando quanto dichiarato dalla Nitti, affermò (doc. 277/17):
- di avere conosciuto Giorgio Comerio il quale nel 1989/1990 gli aveva proposto di entrare in affari con lui nell’ambito di un progetto finalizzato allo smaltimento in mare di sostanze radioattive (si tratta del noto progetto elaborato presso il centro Euratom di Ispra). La collaborazione richiestagli da Comerio riguardava la messa a disposizione da parte sua di automezzi idonei per la fase relativa al prelievo del materiale presso il produttore e al successivo trasporto su imbarcazioni del tipo RO-RO, che avrebbero poi operato nella fase di affondamento del siluro (l’impiego di imbarcazioni del tipo RO-RO si spiegava con l’esigenza di permettere agli automezzi di entrare direttamente nella stiva evitando la fase di trasbordo e la pubblicità che ne sarebbe derivata col rendere l’operazione visibile agli estranei);
- di avere visto il filmato relativo alla sperimentazione della fase di lancio in mare;
- di avere appreso da Comerio che il progetto non era ancora operativo, ma che avrebbe potuto partire non appena avesse ricevuto l’acconto da parte di un committente;
- Comerio non gli aveva mai parlato del mare Mediterraneo, ma del mare prospiciente uno dei paesi dell’Unione sovietica, sul quale avrebbe iniziato ad operare non appena avesse avuto tutte le autorizzazioni governative;
- che l’operazione che il Comerio diceva di essere pronto ad effettuare era relativa al Mar Baltico e sarebbe stata portata avanti in società con Convalexius;
- di essersi recato a Vienna unitamente a Comerio e di aver incontrato, per il tramite di Convalexius, alcuni ministri austriaci, ai quali venne esposto il progetto di Comerio. Comerio aveva preso contatti anche con il governo svizzero. Entrambi i paesi, pur essendo interessati all’operazione subordinarono la loro adesione alla preliminare adesione di altri paesi;
- che, verso la fine del 1994, Comerio gli aveva riferito che un primo ordine era stato effettuato, ma non gli disse da parte di quale paese;
- di non conoscere le navi che Comerio aveva acquistato per effettuare lo smaltimento dei rifiuti radioattivi;
- che Comerio aveva dei referenti molto importanti presso il centro Enea, e ciò lo desumeva dalla gran massa di materiale progettuale non solo cartaceo, ma anche magnetico proveniente dall’Enea o comunque da strutture con le quali aveva collaborato l’Enea.

Secondo quanto riferito dal dottor Neri al procuratore capo Scuderi, con la nota più volte citata (doc. 362/3 allegato), Comerio, subito dopo la perquisizione, trasmise alla procura una lettera con la quale, dichiarandosi disponibile per ogni chiarimento, riferiva che:
a) non erano stati acquisiti elementi utili alle indagini;
b) i progetti e i documenti sequestrati erano proposte di carattere commerciale;
c) non era stato concluso alcun contratto;
d) si era sempre impegnato per conto della giustizia nel settore ambientale;
e) quale consulente navale nell’ambito della difesa aveva sempre lavorato per società estere e solo “per la promozione di attività fra governo e governo”.
Qualche tempo dopo, precisamente in data 12 luglio 1995, Giorgio Comerio si presentò spontaneamente in procura. In quella occasione ebbe a dichiarare:
- quanto al progetto O.D.M., che si trattava di un progetto legale che aveva propagandato presso vari governi per lo smaltimento di rifiuti radioattivi;
- quanto alla Jolly Rosso, che le carte rinvenute presso la sua abitazione e relative alla nave si giustificavano con pregresse trattative finalizzate all’acquisto che lui aveva cercato di concludere per conto del governo iraniano;
- di avere conosciuto Convalexius perché gli era stato presentato da Renato Pent;
- di avere conosciuto Marino Ganzerla che aveva acquistato, attraverso la società Soleana, quote della società O.D.M., e di non avere avuto con lui proficui rapporti di lavoro, in quanto Ganzerla riteneva che i penetratori dovessero essere realizzati in cemento.

Alla perquisizione dell’abitazione di Giorgio Comerio seguì quella a casa di Molaschi Gabriele, conclusasi positivamente con il sequestro di copiosa documentazione che venne attentamente esaminata dalla polizia giudiziaria procedente.
L’esame portò a ritenere che il Molaschi, così come il Comerio, fosse coinvolto in un complesso traffico internazionale di armi nonché in attività di smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Ritennero gli investigatori che Molaschi avesse contatti con personaggi di alto livello politico all’estero e riuscisse a a muovere ingenti flussi di danaro per il continuo rifinanziamento delle sue attività illecite.
Così si legge nell’informativa del 9 giugno 1995, a firma del maresciallo Moschitta e del carabiniere Francaviglia (doc. 681/15).
Si riportano di seguito alcuni stralci tratti dalla predetta informativa, utili a comprendere in quante e, soprattutto, in quali delicate direzioni stesse volgendo l’indagine nata dalla denuncia di Legambiente:
“con riferimento al progetto O.D.M., vale a dire il programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi, emerge dalla documentazione del Molaschi che uno dei siti e’ stato localizzato in una zona africana per come risulta da un fax che Giorgio Comerio trasmette a Giannantonio Gaspari-Vaccari e allo stesso Molaschi, in data 30.12.1994, dal seguente tenore (testuale): “AUGURI DI BUON 1995 – SITO LOCALIZZATO – FIRMA ACCORDI DAL 5 AL 10 GENNAIO A S. BIAGIO (Comune di Garlasco, n.d.r.) RATIFICA FRA IL 15 ED IL 20 GENNAIO IN AFRICA (DATE PREVISTE E CONFERMABILI ENTRO IL 5.01.1995) CONTRATTI CON CLIENTI NEGOZIABILI DA 1 FEBBRAIO SALUTI ” segue firma.
La stessa documentazione consente di appurare che la O.D.M. e’ in fase di trattative, collocabili agli inizi del 1994, con l’Ucraina, e precisamente con 4 suoi ministri, in quanto quest’ultimo paese e’ alla ricerca disperata di smaltire un ingente quantitativo di rifiuti radioattivi.
Nel contesto O.D.M. non vanno dimenticate le vicende delle navi utilizzate come veicoli per l’inabissamento dei rifiuti radioattivi in mare e anche il Molaschi sembra essere coinvolto (…) presso la sua abitazione questo Comando ha rinvenuto fotocopia della documentazione della motonave “Jolly Rosso” (…) La “Jolly Rosso” e’ cosi’ importante anche per MOLASCHI che di essa se ne trova traccia anche nella sua agenda del 1992 e precisamente nel giorno indicante il 31 marzo. Il nominativo di detta nave era accomunato a quello della “ZANUBIA” e “CAREN B” ed a fianco ad ognuno di essi, rispettivamente, vi era indicata una società’: per la”Jolly Rosso”, Acqua; per la “Zanubia”, Castalia e per la “Caren B”, Eco-Servizi. (…) Ma, per ritornare al Molaschi, le sue “carte” aprono, o confermano, altri scenari interessanti quali, per esempio, i depositi abusivi in Italia di rifiuti radioattivi, di cui vi sono in corso altre indagini della procura della Repubblica presso la pretura circondariale di Matera, collegate con le presenti.
Il documento, che in sostanza è un appunto manoscritto datato 24.04.1994, fa riferimento alla società’ Nucleco, costituita dall’Agip e dall’Enea per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, che avrebbe del materiale accumulato in magazzino. Evidentemente si riferisce al fatto che detta società ha problemi di smaltimento di rifiuti radioattivi e ciò interessa l’organizzazione del Comerio.
Tale assunto trova conferma in uno scambio epistolare tra la Nucleco e la O.D.M., una delle quali datata 20.12.1993, con la quale la Nucleco, in risposta ad un fax del 23.08.1993 della O.D.M., trasmette i propri depliants illustrativi sul tipo di attività che svolge. Appare evidente che alla O.D.M. serviva (alla data odierna non si è a conoscenza dell’esito dei contatti) la struttura tecnica della Nucleco per coinvolgerla nello smaltimento a mare dei rifiuti radioattivi (…)”.
Deve tenersi presente che già nel 1985 l’Enea aveva pubblicato un opuscolo nel quale (alle pagine 8 e 9) si rappresentava la possibilità di smaltimento di rifiuti radioattivi nei siti marini. Con nota del 4 novembre 1995 il comandante del nucleo oeprativo dei CC, A. Greco, trasmise tale opuscolo ai magistrati titolari delle indagini (dottor Neri e dottor Pace) evidenziando che il metodo di inabissamento dei rifiuti illustrato era identico a quello previsto dal noto progetto O.D.M. di Comerio (doc. 681/31).
Nel corso delle indagini venne sentito un altro socio di Giorgio Comerio, Marino Ganzerla; anche Ganzerla si presentò spontaneamente, in data 14 luglio 1995, a seguito della perquisizione che aveva subito il giorno precedente (doc. 277/13).
Ganzerla dichiarò in quella occasione:
- di avere acquistato, quale procuratore della società Soleana autorità giudiziaria di Vaduz, per la somma di lire 20 milioni, il 3% di azioni della O.D.M. (società di Comerio), nonché’ il 50% della società NTM (società di trasporto di rifiuti radioattivi) con sede in Ticino (Svizzera) al prezzo di 29.000 dollari consegnati a Comerio in Lugano;
- che Comerio gli aveva parlato del suo progetto di effettuare lo smaltimento dei rifiuti radioattivi in mare attraverso i penetratori, ma lui si era subito reso conto dell’inattuabilità del progetto sia perché non sarebbero riusciti a trovare siti idonei, sia perché i penetratori in acciaio-cemento non sarebbero stati mai omologati perché non erano idonei a resistere per migliaia di anni in fondo al mare;
- che Comerio non gli aveva mai comunicato punti di affondamento dei penetratori nel Mediterraneo;
- che con la società O.D.M. non erano mai stati effettuati smaltimenti di rifiuti radioattivi con i penetratori;
- “per quanto riguarda l’affondamento delle navi devo dire che circa 10 anni fa venni a conoscenza di progetti di affondamenti di navi cariche di rifiuti chimici, il cosiddetto sistema delle navi “a perdere,” truffando così anche le assicurazioni. Se ricordo bene il porto più sospetto era quello di La Spezia. E ricordo che anche che si diceva che le coste dello Ionio erano preferite non solo perché gestite dalla ‘ndrangheta ma anche perché i marinai una volta arrivati a terra con le scialuppe affidavano detti mezzi di salvataggio a soggetti del luogo e provvedevano ad affondarle o comunque ad occultarle in maniera definitiva per far sparire ogni traccia dell’affondamento ed evitare così l’indagine giudiziaria. Mi risulta anche che dette navi facevano capo ad armatori del Pireo. Nessuna rilevanza hanno le bandiere perché possono essere cambiate con facilità. Aggiungo che i marinai potevano essere recuperati anche da altre navi amiche che transitavano appositamente vicino al punto di affondamento e trasportavano gli stessi in paesi esteri anche perché trattavasi di marinai stranieri, anche se a volte il comandante o il direttore di macchine erano italiani o comunque gente fidata degli spedizionieri. Ciò mi fu riferito se ben ricordo da un greco nel corso di una cena avvenuta circa 10 anni fa a Genova. Era preferito lo Ionio perché molto profondo. Mi risulta che il Comerio trattava compravendita di navi”.

E’ evidente che le testimonianze acquisite in quella fase e i documenti sequestrati dagli investigatori fossero estremamente preziosi al fine di ricostruire, al di là di quanto riferito dalle fonti confidenziali, la figura e l’attività di Giorgio Comerio nonché di verificare l’esistenza e – soprattutto – la concreta attuazione dei progetti di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi.
La Commissione, nell’ambito degli approfondimenti svolti nel corso della missione effettuata a Bologna nel febbraio 2010, ha audito Renato Pent e Marino Ganzerla.
Il Pent ha, innanzi tutto, dichiarato di essere amministratore della Jelly Wax, che produce paraffine, con sede in Opera, società attiva già nel 1987.
Parte dei rifiuti prodotti nell’ambito dell’attività venivano smaltiti attraverso l’esportazione degli stessi a mezzo di navi. In particolare, ha riferito in merito all’esportazione di rifiuti avvenuta a mezzo della nave Links (citata dall’ex collaboratore Francesco Fonti in un memoriale pubblicato sul settimanale l’Espresso nel mese di giugno 2005), nonchè della trattativa con il Governo venezuelano per la realizzazione di una discarica di rifiuti industriali in Venezuela (per il dettaglio si rimanda al resoconto stenografico relativo all’audizione del 17 febbraio 2010).
Riguardo al tema dell’affondamento di navi e di rifiuti, il Pent ha dichiarato:
“Conosco Comerio, ma non mi risulta che abbia partecipato. Delle navi affondate ho appreso dai giornali (…). Mi chiedo perché sia necessario affondare una nave con i rifiuti. (…)”.
Il Pent ha proseguito parlando dei rapporti intrattenuti con l’armatore della motonave Zanoobia. Alla domanda circa il luogo ove fossero stati depositati i rifiuti della Zanoobia, il Pent ha risposto che:
“I rifiuti sono stati sbarcati a Genova, dove la nave era stata portata da Marina di Carrara, e smaltiti dalla Castalia (…) Come sono stati smaltiti non mi è dato di sapere.(…)”.
Con riferimento alle vicende che hanno interessato le motonavi Links e Zanoobia, il Pent ha fatto riferimento al procedimento penale avviato dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Massa Carrara, conclusosi in primo grado con sentenza di condanna, acquisita in copia dalla Commissione.
I fatti oggetto del processo attengono all’estorsione denunciata da Renato Pent ed imputata, tra gli altri, all’armatore della motonave Zanoobia.
A prescindere dalla specifica fattispecie estorsiva, peraltro riconosciuta esistente, la sentenza è importante perché ricostruisce le vicende originate dall’invio in Venezuela di 2.000 tonnellate di rifiuti industriali caricati sulla motonave Links (doc. 289/2).
Se ne riportano i passaggi fondamentali:
“La Jelly Wax s.p.a. di cui Pent Renato era il legale rappresentante, aveva stipulato in data 21/1/87 con la società Ambrosini e con la Intercontract un contratto di smaltimento di 2.000 tonnellate di residui industriali. I rifiuti erano stati caricati sulla nave Lynx nel porto di Marina di Carrara e dovevano essere trasportati a Gibuti ma, a causa di un inadempimento contrattuale da parte della Ambrosini, non vi erano mai arrivati. La Jelly Wax, preso atto dell’inadempimento (per il quale aveva sporto querela per truffa), aveva stipulato in data 18/3/87 un nuovo contratto di smaltimento con la società Mercanti Lemport in esecuzione del quale i rifiuti erano stati sbarcati in Venezuela. Tuttavia, dopo circa sei mesi, a seguito di una campagna di stampa contraria allo smaltimento di quei rifiuti in Venezuela, la Jelly Wax era stata di fatto costretta a riprendersi i rifiuti ed a provvedere in altro modo al loro smaltimento. Il carico di rifiuti era stato allora imbarcato sulla nave Makiri, che aveva fatto rotta verso il Mediterraneo. (…) la nave si era diretta a Tartous (Siria). In quella località, aveva tentato di sbarcare e smaltire il carico di rifiuti, ma non essendo riuscita l’operazione, i rifiuti erano stati imbarcati sulla nave Zanoobia, al comando dell’imputato Tabalo Ahmed. La Zanoobia si era quindi diretta in un primo momento a Salonicco, dove però non era riuscita a scaricare il carico di rifiuti, e successivamente aveva fatto rotta verso l’Italia, concludendo il suo viaggio a Marina di Carrara. (…) è emerso che, a seguito delle pressioni del governo venezuelano, (…) la Jelly Wax (…) aveva stipulato con la ditta Samin un (secondo) contratto di presa in consegna ed assunzione di proprietà dei rifiuti. L’accordo era stato concluso in data 10/11/87 tra la Jelly Wax e Tabalo Mohfimed (…) proprietario della Makiri e della Zanoobia. (…) Successivamente, dopo circa due mesi, l’imputato Tabalo Mohamed ed il suo legale avv. Rizzuto avevano comunicato alla Jelly Wax che, per ordine del governo siriano, la merce era stata caricata sulla nave Zanoobia e doveva essere trasportata fuori dal territorio siriano perché era stato accertato che il carico era radioattivo. Pertanto, il Tabalo ed il Rizzuto avevano chiesto al Pent (…) il pagamento di una somma di 2-300mila dollari per lo smaltimento dei rifiuti, facendo presente che, in caso di mancata accettazione della proposta, avrebbero rimesso forzatamente a disposizione della Jelly il carico di rifiuti riportandolo a Marina di Carrara, con le prevedibili ricadute a danno dell’immagine della Jelly Wax (…). Quest’ultima non aveva accettato e perciò la Zanoobia, guidata dal comandante Tabalo Ahmed (fratello di Tabalo Mohamcd), aveva riportato il carico di rifiuti a Marina di Carrara”.

Sono stati riportati i passaggi della sentenza, depositata il 20 giugno 2003, in quanto le indagini effettuate dalla procura circondariale di Reggio Calabria avevano riguardato anche le vicende della nave Zanoobia e, più in generale, l’attività svolta dalla Jelly Wax nonché i rapporti intercorrenti tra Renato Pent e Giorgio Comerio.
La Commissione, sempre in data 17 febbraio 2010, ha audito Marino Ganzerla, il quale ha di fatto negato quanto affermato innanzi al pubblico ministero Neri con riferimento al fenomeno delle navi a perdere.
In riferimento a Comerio, Ganzerla ha ammesso di avere acquisito una partecipazione nella società O.D.M.. Ha, tuttavia, negato di aver acquistato, per conto della Soleana (società che a suo dire non avrebbe mai operato), il 50 per cento della NTM, società di trasporto dei rifiuti radioattivi con sede in Svizzera, nel Ticino, versando al Comerio 29.000 dollari USA. (Tale ultima circostanza, peraltro, era stata dallo stesso Ganzerla riferita al dottor Neri, come risulta dal verbale di spontanee dichiarazioni del 14 luglio 1995, acquisito in copia dalla Commissione – cfr. doc. 277/13).
Con specifico riferimento alla possibilità di smaltire rifiuti radioattivi tramite penetratori, il Ganzerla ha precisato di avere sempre nutrito dubbi sulla legittimità dell’operazione e di essersi rivolto ad un esperto di diritto internazionale per capire se i rifiuti radioattivi potessero essere scaricati sotto il fondo marino. L’esperto gli comunicò che, in base alla normativa del tempo si sarebbe potuto fare, ma che la normativa stessa, di lì a poco sarebbe cambiata, rendendo illegittime le operazioni in parola.
Conseguentemente, a cavallo tra il 1995 e il 1996, Ganzerla contattò Comerio per comunicargli di non voler più proseguire l’affare. Ha aggiunto alla Commissione: “Da quanto so, la società non ha mai operato. Non so se sia andato avanti per conto suo. Non ha mai fatto niente. Io ho rinunciato a tutto, non gli ho fatto causa per truffa, mi sono tenuto la perdita e non l’ho più visto”.
Con riferimento all’affondamento di navi finalizzato allo smaltimento di rifiuti, Ganzerla ha dichiarato di averne sentito parlare solo perché qualcuno (il cui nome non è stato rivelato) venne a proporgli un affare su questo tipo di attività.
La Commissione ha tuttavia contestato al Ganzerla di aver reso al dottor Neri dichiarazioni parzialmente diverse. Allorquando poi la Commissione ha chiesto al Ganzerla il nominativo del personaggio greco dal quale avrebbe avuto notizia dell’affondamento doloso di navi cariche di rifiuti tossici nel mediterraneo, il Ganzerla non ha saputo o voluto fornire elementi utili alla sua identificazione.
In generale, può affermarsi che, nel corso dell’audizione, il Ganzerla si è limitato a rendere informazioni alquanto generiche e comunque già in possesso della Commissione, ripetendo, in risposta alle insistenti domande dei commissari, di non ricordare.

Dunque le indagini svolte all’epoca dalla procura di Reggio Calabria, proprio sulla base degli elementi acquisiti nel corso della perquisizione a carico di Giorgio Comerio, si incentrarono su tale figura e sui personaggi che gravitavano intorno a lui.

1.6 – Gli affondamenti sospetti di navi nel Mediterraneo. Gli approfondimenti investigativi svolti dal capitano Natale De Grazia
L’interesse investigativo si concentrò via via sempre più sugli affondamenti sospetti di navi avvenuti nel mare Mediterraneo, avendo preso concretamente piede l’ipotesi che navi cariche di rifiuti radioattivi, o comunque pericolosi, venissero inabissate dolosamente in modo tale da potere ricavare il duplice vantaggio rappresentato, da un lato, dall’indebito risarcimento ottenuto dalla compagnia assicurativa, dall’altro, dal guadagno derivante dall’attività di illecito smaltimento.
Come si è già sottolineato, all’interno del gruppo investigativo creato dal sostituto procuratore dottor Neri, un ruolo fondamentale ebbe il capitano di fregata Natale De Grazia, il quale, a detta di tutti quelli che lavorarono con lui, profuse in questa indagine un impegno straordinario.
Il 30 maggio 1995 il capitano trasmise al magistrato un appunto, riassuntivo degli elementi fino a quel momento acquisiti.
Se ne riporta il testo (doc. 681/32):

“Appunto per il dottor F. Neri del 30 maggio 1995:
A riepilogo dell’attività investigativa svolta, relativamente allo smaltimento di rifiuti tossico nocivi e/o radioattivi in mare, si riferisce che da informazioni confidenziali acquisite dal coordinamento regionale di Brescia del Corpo forestale dello Stato, si è avuta notizia che era stata affondata al largo di capo Spartivento una nave carica di materiale nucleare (uranio additivato).
Successivamente durante la perquisizione effettuata presso il signor Giorgio Comerio si è acquisita documentazione relativa al progetto O.D.M che prevedeva l’affondamento di rifiuti radioattivi nel sottofondo marino con penetratori lanciati da navi. Nella documentazione sequestrata, inoltre, vi erano dei progetti relativi a siluri a lenta corsa denominati “telemine”. Tra gli altri documenti rinvenuti in casa del Comerio vi erano anche degli appunti/ progetti preventivi relativi a navi che dovevano essere attrezzate per la realizzazione e il trasporto delle citate telemine, nonché per l’affondamento dei penetratori del progetto O.D.M.; inoltre vi erano alcuni appunti con documentazione tecnica fotografica relativi a navi generalmente vecchie ed in disuso. Tra questi vi erano gli appunti per l’acquisto del mototraghetto Guglielmo Mazzola, della motonave SAIS, del f/b Transcontainer I , della motonave Acrux e della motonave Jolly Rosso.
Gli appunti in questione contenevano anche dei progetti di modifica di una nave RO-RO per la costruzione degli ordigni, riferiti in particolare alle navi Jolly Rosso e Acrux ora denominata Queen Sea I.
Gli atti sequestrati ed informazioni di polizia giudiziaria hanno fatto nascere il sospetto che il Comerio avesse individuato le navi in questione per l’acquisto ed il successivo utilizzo per attività illecite quali la costruzione e posa delle telemine nonché il traffico e l’affondamento con a bordo rifiuti radioattivi.
Onde effettuare riscontro dei sospetti e delle informazioni confidenziali si è acquisita copia dei registri Lloyd’s relativi agli incidenti accorsi alle navi in genere, nelle varie parti del mondo. La documentazione è stata acquisita presso l’ufficio Lloyd’s Register di Genova.
Da un esame di detti registri si ha avuto riscontro in prima analisi dell’affondamento di una nave a venti miglia a Sud-Est da capo Spartivento il 21 settembre1997. Il sinistro non risulta dai registri delle Autorità Marittime e le caratteristiche della nave e la tipologia dell’evento davano una prima conferma delle informazioni confidenziali. La nave affondata, denominata “Rigel”, di bandiera Maltese è andata perduta durante il viaggio da Marina di Carrara a Limassol e l’equipaggio fu tratto in salvo da una nave Jugoslava denominata “Kral” che sbarcò i naufraghi in un porto della Tunisia. Da ulteriori informazioni si accertava che la procura della Repubblica di La Spezia aveva in corso un procedimento a carico di numerosi imputati per l’affondamento doloso della nave, per truffa all’assicurazione.
Per gli imputati di quel processo è stato richiesto dal tribunale di La Spezia il rinvio a giudizio con ordinanza in data 20 novembre 1992. Dagli atti dell’ordinanza stessa emerge che non si ha conoscenza dei carico effettivo della motonave “Rigel” tanto che viene richiesto il rinvio a giudizio della funzionaria doganale di Marina di Carrara per aver ricevuto una somma di danaro affinché omettesse di controllare il carico destinato alla nave. La situazione poco chiara circa la tipologia del carico è inoltre confermata da una richiesta di compenso all’assicurazione esosa rispetto al valore della merce dichiarata dai caricatori. La tesi accusatoria e gli accertamenti successivi dell’autorità giudiziaria. di La Spezia fanno perno su una telefonata tra il signor Gino ed il signor Vito Fuiano, ambedue imputati, nel corso della quale veniva annunciata la mattina del 21 settembre 1987 la nascita di un bambino, poi chiarito come allusione all’affondamento della nave. Nelle agende del Giorgio Comerio sequestrate presso i propri uffici il giorno 21 settembre 1987 si rileva un’annotazione in lingua inglese relativa alla “perdita della nave” come indicato nell’informativa del 25 maggio 1995; si è proceduto ad estrarre dai registri Lloyd’s’citati in precedenza numero 23 navi che nei vari anni sono affondate nel Mediterraneo e delle quali per la maggior parte non si ha certezza degli eventi. Di questi potrebbero ritenersi dubbiosi, oltre alla Rigel i seguenti affondamenti:
-M/N “ASO” affondata il 16.05.1979 al largo di Locri carica con 900 Tonn. di solfato ammonico e da considerarsi un’affondamento a rischio per il tipo di carico e per le circostanze poco chiare emerse nell’inchiesta sommaria;.
- M/N “MIKIGAN” affondata il 31 ottobre 1986 nel Tirreno in posizione 38:35′ N / 15° 42′ E con un carico di granulato di marmo era partita dal porto di Marina di Massa lo stesso porto di origine della “Rigel” dove i controlli sul carico potrebbero essere stati non effettuati;
- M/NA ‘FOUR STAR I” di bandiera Sry Lanka con carico generale affondata il 9 dicembre1988 in, un punto non noto dello Jonio Meridionale durante il viaggio da Barcellona ad Antolya (Turchia). Da una ricostruzione stimata del punto di affondamento la nave in questione potrebbe essere affondata al ‘largo di capo Spartivento, nei pressi del punto di affondamento della”Rigel”.La nave potrebbe essere ritenuta sospetta in quanto non risultano chiamate di soccorso alle Autorità Marittime né denunce di Sinistro nonostante questo sia avvenuto nella ZEE italiana. La tecnica quindi potrebbe collegarsi a quella della nave ‘”Rigel”, più volte citata, che non emesse nessuna richiesta sulle frequenze di soccorso;
- M/N Anni di bandiera Maltese affondata il 01 agosto1989 in alto Adriatico;
- M/N Euroriver di bandiera Maltese affondata anch’essa in Adriatico il 12 novembre 1991. Queste due navi. di bandiera Maltese sono affondale in due punti dell’Adriatico che nel progetto O.D.M. reperito tra i documenti di Comerio sono indicati quali punti previsti nel programma di dispersione delle scorie nelle aree nazionali italiane e degli affondamenti si ha notizia dai registri Lloyd’s;
- M/N “ROSSO” di bandiera Italiana arenatasi a capo Suvero di Vibo Valentia il 14 dicembre 1990 durante il viaggio da Malta a La Spezia. In merito al sinistro occorso a questa motonave si è riferito ‘nell’informativa del 25 maggio 1995 dove appunto si faceva rilevare la richiesta di misurazione della radioattività fatta eseguire dalla Capitaneria di porto di Vibo Valentia Marina per il ritrovamento di documenti che come riferito dal Comandate di quell’Ufficio Marittimo sarebbero i progetti O.D.M.. Inoltre dell’unità in questione furono trovati presso il Comerio i progetti di trasformazione per la costruzione delle ‘telemine”.
Circa le navi affondate elencate nell’informativa inizialmente citata sospetti sul carico sono basati sulla bandiera delle navi, quasi sempre di comodo e dal fatto che non si é a conoscenza degli sviluppi del sinistro. Si fa riserva di comunicare tutte le ulteriori informazioni necessarie qualora scaturissero ulteriori elementi dalle indagini in corso.
Reggio Calabria, li 30 maggio 1995 capitano De Grazia”.

Gli elementi riassunti nell’appunto del capitano De Grazia spinsero gli investigatori a concentrarsi sull’ipotesi investigativa relativa all’affondamento doloso di navi partendo dall’individuazione di tutti gli affondamenti che parevano “sospetti” o per le circostanze dell’affondamento o per la natura del carico.
Il gruppo di lavoro si dedicò, innanzitutto, all’affondamento della motonave Rigel, avvenuto il 21 settembre 1987 di fronte a capo Spartivento, nonchè allo spiaggiamento della motonave Rosso, avvenuto di fronte alle coste di Amantea il 14 dicembre 1990.
Altri accertamenti furono delegati in ordine ad altri sospetti affondamenti, come si evince dalla delega, del 17 luglio 1995, emessa dal sostituto procuratore F. Neri ed indirizzata al capitano De Grazia ed al maresciallo Moschitta, i quali avrebbero dovuto accertare:
“a) i motivi del trasporto del materiale radioattivo da parte della nave Acrux e quindi acquisire in copia tutta la documentazione utile alle indagini;
b) richiedere alla Capitaneria di porto di Genova quali siano le navi che normalmente caricano o scaricano materiale tossico nocivo o radioattivo dalle banchine del Ponte Libia di Genova;
c) accertare in La Spezia presso gli uffici competenti quali merci pericolosi siano transitate (tossico nocive o radiattive) dalle banchine della Cont Ship italia;
d) vorranno contattare le forze di polizia giudiziaria di La Spezia che possano fornire elementi utili di indagine sul procedimento in corso.
dato in Brescia 13.07.95”
Gli approfondimenti relativi alla Rigel e alla Rosso verranno di seguito trattati in paragrafi separati in quanto, in riferimento a ciascuna delle due vicende, gli investigatori svolsero attività consistite nel ricostruire – partendo dagli atti di indagine già svolti dalla procura di La Spezia e dalla Capitaneria di porto di Vibo Valentia – tutte le circostanze relative all’affondamento, al carico delle navi, alla formazione dell’equipaggio.
Le due vicende, apparentemente separate, avevano in realtà dei punti di connessione che furono individuati proprio nel corso delle indagini.

1.7 – L’affondamento della motonave Rigel: l’indagine della procura della Repubblica presso il tribunale di La Spezia e le successive attivtià investigative della procura di Reggio Calabria
La motonave Rigel, di proprietà della Mayfair Shipping Company Limited di Malta, affondò, secondo la versione ufficiale, a 20 miglia al largo di capo Spartivento – promontorio situato nel Comune di Brancaleone (RC) – in acque internazionali, il 21 settembre 1987, dopo essere partita dal porto di Marina di Carrara il 2 settembre 1987, diretta a Limassol, Cipro.
Secondo le indagini svolte dalla procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito del procedimento penale n. 814/1986 RGNR, la Rigel fu affondata dolosamente.
I responsabili, rinviati a giudizio il 20 novembre 1992 per aver cagionato il naufragio della nave al fine di truffare la società di assicurazioni, furono condannati con sentenza confermata nei successivi gradi di giudizio.
Appare opportuno ripercorre i passaggi fondamentali della sentenza-ordinanza del 20 novembre 1992 in quanto furono poi ripresi dal procuratore Neri e dal capitano De Grazia al fine di approfondire il tema concernente il carico della nave e l’eventuale utilizzo della stessa per lo smaltimento illecito di rifiuti radioattivi, aspetto questo non affrontato nell’inchiesta di La Spezia.
Secondo quanto si legge nel provvedimento giudiziario citato, l’accordo per l’affondamento della nave intervenne tra Luigi Divano (titolare della Trade Centre s.r.l.), Vito Bellacosa (di professione agente marittimo, titolare dell’agenzia marittima “Spediamar” corrente in la Spezia), Fuiano Gennaro (di professione funzionario doganale), Cappa Giuseppe e Figliè Carlo, quest’ultimo titolare di un’agenzia marittima in Marina di Carrara (quali organizzatori in Italia e ricercatori delle persone da indurre ad effettuare un fittizio trasporto di merce destinata all’affondamento), Khoury e Papanicolau (il primo quale fittizio acquirente della merce caricata sulla Rigel, e il secondo quale fornitore del mezzo da far naufragare), il capitano Vassiliadis come esecutore materiale nonché capitano della Rigel.
Nel corso dell’indagine erano state intercettate le utenze in uso a Gennaro Fuiano, funzionario di dogana già sospeso, e a Luigi Divano, intermediatore di affari di Rapallo.
Particolarmente interessante per gli investigatori calabresi si rivelò la conversazione telefonica del 24 marzo 1987 tra Gennaro Fujano e Vito Bellacosa (il quale si trovava a Limassol, Cipro, presso la sede della società di Khoury) nella quale si parlava di un carico da spedire “colà”, con un “carico buono e meno buono” (definito testualmente “merda” da Bellacosa).
Poiché in quel periodo i soggetti erano impegnati nell’organizzazione della truffa assicurativa, il riferimento al carico della nave apparve di sicuro interesse investigativo, tenuto conto del fatto che il carico “buono” non poteva essere inteso come la parte del carico da far arrivare a destinazione (atteso che tutta la nave era destinata ad affondare).
Dunque, gli investigatori interpretarono le espressioni utilizzate come riferite ai rifiuti, in parte definiti buoni (cioè non pericolosi) e in parte non buoni (quindi tossici).
L’altra conversazione di interesse fu quella del 21 settembre 1987, sempre tra Gennaro Fujano e Vito Bellacosa, nella quale venne pronunciata l’espressione: “il bambino è nato”, con ciò indicandosi, secondo l’ipotesi investigativa, con una metafora, il buon esito della operazione di affondamento, che infatti avvenne proprio in quella data.
Gli atti del processo di La Spezia offrirono agli investigatori coordinati dal dottor Neri elementi di conferma di estrema importanza alle ipotesi investigative formulate, spingendoli ad approfondire sempre di più l’aspetto che invece non era stato oggetto delle indagini dell’autorità giudiziaria di La Spezia, ossia quello della natura del carico della nave.
Nel processo di La Spezia, infatti, venne definitivamente accertata la natura dolosa dell’affondamento della Rigel e la truffa ai danni dell’assicurazione.
Gli imputati vennero giudicati in relazione ai reati di associazione a delinquere, truffa ai danni della società assicurativa, corruzione ed altri reati connessi e finalizzati a conseguire il premio assicurativo, ma nulla venne accertato in merito all’effettivo carico della nave.
In sostanza, nel processo di La Spezia non venne neppure ipotizzato che la nave Rigel fosse stata caricata con rifiuti tossici e pericolosi: ed, infatti, nessun elemento era emerso in questo senso né dalle testimonianze né dai documenti, appositamente falsificati per far risultare un carico diverso da quello effettivo.
Gli atti del procedimento furono, pertanto, riesaminati dal capitano De Grazia, al fine verificare quale fosse il carico della motonave affondata, sospettandosi che unitamente alla stessa fossero stati inabissati rifiuti radioattivi.
Indicazioni precise in questo senso erano state fornite dalla fonte confidenziale denominata “Pinocchio” (di cui all’informativa citata del 13 maggio 1995 del Corpo forestale dello Stato, doc. 118/7), che aveva fatto riferimento ad una nave affondata in Calabria, a largo di capo Spartivento, a venti miglia circa dalla costa, nave che – secondo gli investigatori – poteva appunto identificarsi con la Rigel (cfr. par. 1.4).
Due importanti elementi di riscontro, considerati unitariamente, convinsero gli investigatori a ritenere più che fondate le dichiarazioni della fonte confidenziale anzidetta e li spinsero a ricercare ulteriori prove.
Posto che la motonave Rigel era affondata il 21 settembre 1987 a largo di capo Spartivento, come accertato dal processo di La Spezia, il primo elemento di riscontro fu ricavato dall’annotazione “lost the ship” rinvenuta sull’agenda sequestrata a Giorgio Comerio proprio sulla pagina corrispondente alla data 21 settembre 1987.
Il secondo elemento proveniva direttamente dalle informazioni acquisite dal capitano De Grazia presso i registri Lloyds di Londra, che coprono il 90% della situazione mondiale di tutte le navi affondate, e presso l’IMO, secondo cui l’unica nave affondata il 21 settembre 1987 era la motonave Rigel.
Dunque, secondo gli investigatori, l’annotazione di Comerio non poteva che riferirsi alla Rigel e, tenuto conto della documentazione trovata in possesso del Comerio attinente al progetto Dodos e alla società O.D.M., era legittimo ritenere che l’interesse del Comerio alle sorti della Rigel potesse essere legato al carico di rifiuti tossici.
Gli investigatori cercarono – tra gli atti del processo di La Spezia – altri elementi utili a rafforzare il quadro che velocemente si andava delineando.
Da subito si comprese che fondamentale era il ritrovamento della nave e del suo carico.
In particolare, il capitano De Grazia si concentrò in tale direzione, cercando di individuare il punto esatto di affondamento della motonave Rigel.
Significative in merito sono alcune informative che il capitano De Grazia trasmise al sostituto dottor Francesco Neri nel mese di giugno 1995, riportate di seguito, nelle quali vengono riassunti gli elementi fino a quel momento acquisiti, evidenziandosi che (cfr. inf. del 16, del 22 e del 26 giugno 1995 – doc. 681/32, 681/18, 681/21):

- la procura della Repubblica di La Spezia aveva accertato l’affondamento doloso della Rigel, finalizzato a truffare la compagnia assicuratrice;
- nell’ambito del procedimento di La Spezia era emerso che due degli indagati – in una telefonata del 21 settembre 1987 – avevano fatto riferimento alla nascita di un bambino, poi chiarita dagli stessi come allusione all’affondamento della nave;
- Giorgio Comerio aveva annotato sulla sua agenda l’evento dell’affondamento, scrivendo alla data del 21 settembre 1987: “lost the ship”;
- una copia dei progetti O.D.M. di Giorgio Comerio era stata trovata sulla plancia della motonave Jolly Rosso, spiaggiatasi ad Amantea il 14 dicembre 1990, dal comandante della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, Bellantone;
- per individuare il relitto della nave al largo di capo Spartivento, stante la disponibilità dei mezzi offerta dal Comando generale delle Capitanerie di porto, occorreva individuare la tipologia del mezzo nautico da impiegare, quindi, acquisire notizie tecniche circa le apparecchiature e le modalità d’impiego di sonar per l’individuazione dei relitti, nonché di strumenti idonei alla misurazione della radioattività;
- per tale attività si chiedeva all’autorità giudiziaria l’autorizzazione a recarsi a Roma per prendere contatti diretti con l’ingegner Bertone del centro ricerche nucleari di Roma e con il reparto pperazioni del comando generale delle Capitanerie di porto per la pianificazione delle attività da porre in essere.

Conclusivamente, con riferimento alla Rigel, le attività del capitano De Grazia si concentrarono essenzialmente nell’esame della documentazione sequestrata a Comerio, nell’individuazione di elementi di collegamento con l’affondamento della Rigel e nella ricerca del punto esatto di affondamento della motonave, condizione questa indispensabile per avviare proficue attività di ricerca del relitto.
Sebbene fosse stato ritenuto necessario procedere ad una nuova escussione dei soggetti coinvolti nell’inchiesta di La Spezia, con particolare riferimento alla natura del carico e alle relative operazioni, tuttavia, il capitano De Grazia non ebbe la possibilità di parteciparvi personalmente in quanto deceduto prima che venissero svolte queste attività.
Successivamente, fu il maresciallo Scimone ad effettuare le attività predette, di cui si renderà conto nel prosieguo della relazione.
Va detto, fin da subito, che – secondo la testimonianza del magistrato Nicola Maria Pace – il capitano De Grazia sarebbe riuscito ad individuare le coordinate relative al punto di affondamento, tanto che insistette, proprio la mattina della sua partenza per La Spezia, per portarvi lo stesso magistrato.
Si riporta il passo dell’audizione del dottor Pace, avvenuta avanti alla Commissione in data 12 gennaio 2010:
“Quando è giunta la notizia della morte di De Grazia io, Neri ed altri non abbiamo avuto dubbi sul fatto che quella morte non fosse dovuta a un evento naturale. Avevo sentito De Grazia alle 10,30 di quella mattina, mi aveva detto che con una delega di Neri si sarebbe recato prima a Massa Marittima e poi a la Spezia, mi avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarmi con una nave sul punto esatto in cui è affondata la Rigel. Alle 10,30 del 13 dicembre, giorno in cui è morto, ricevetti questa sua telefonata in ufficio, ma non sono in grado di fornire elementi obiettivi”.

1.8 – Lo spiaggiamento della Jolly Rosso e Giorgio Comerio. Gli approfondimenti svolti dal capitano De Grazia
Particolare attenzione suscitò la vicenda della motonave Rosso, della compagnia di Ignazio Messina.
Tale nave naufragò al largo di capo Suvero, in Calabria, in data 14 dicembre 1990 (con immediato abbandono della stessa da parte di tutto l’equipaggio), per arenarsi sulla costa di Amantea (CS) nella stessa giornata (doc. 695/1).
Sullo spiaggiamento, inzialmente, non venne avviata alcuna indagine di carattere penale, ma solo un’indagine amministrativa da parte della compagnia di assicurazione e un’inchiesta da parte della Capitaneria di porto di Vibo Valentia di cui si dà atto nel rapporto riassuntivo a firma del comandante Giuseppe Bellantone (doc. 695/19).
Nel 1994 la vicenda della Rosso fu oggetto di ulteriore approfondimento nell’ambito dell’indagine condotta da dottor Francesco Neri.
Il motivo dell’approfondimento era da collegarsi ad una serie di circostanze sospette, prima fra tutte quella relativa al rinvenimento presso l’abitazione di Comerio, in Garlasco, di documentazione attinente alla motonave Jolly Rosso.
Particolarmente importanti furono le dichiarazioni rese dal comandante Bellantone al capitano De Grazia, assunte da quest’ultimo informalmente, delle quali si dà conto nell’informativa del 30 maggio 1995 (doc. 681/32):
“(…) dall’indagine sommarla esperita dalla Capitaneria di porto di Vibo Valentia Marina emerge che il comandante di quella Capitaneria ha richiesto, a seguito dell’incaglio, degli accertamenti radiometrici sulla nave semi sommersa. Data l’inusualità dell’accertamento si è contattato il comandante di quella Capitaneria di porto Bellantoni il quale riferiva di avere lui stesso richiesto detti accertamenti in quanto in alcuni documenti reperiti a bordo della nave vi erano strani cenni a materiale radioattivo.
Successivamente, il preddetto comandante riferiva oralmente che sulla nave aveva rinvenuto della documentazione che non aveva saputo interpretare ma che comunque gli sembravano dei piani di “battaglia navale” che poi riconosceva nei progetti O.D.M. sequestrati presso l’abitazione-laboratorio del Comerio.
Il citato Ufficiale in quella occasione forniva copia del verbale di consegna della succitata documentazione al comandante della “Rosso”, nonché copia dell’istanza con la quale il Capitano Bert M. Kleywegt in rappresentanza della società Smit Tak, olandese, aveva chiesto- l’autorizzazione al recupero della suddetta nave. Viene riferito ciò in quanto la ditta, pur avendo operato per circa 30 giorni, non ha effettuato alcuna attività di recupero nonostante abbia operato con dei subaquei, alcuni gommoni e un grosso Tir”.
Successivamente il comandante Bellantone fu sentito a sommarie informazioni dai procuratori Scuderi e Neri (in data 29 febbraio 1996) ed anche in tale circostanza confermò quanto dichiarato informalmente al capitano De Grazia sulla presenza – a bordo della Rosso – di documenti con strani cenni a materiale radioattivo. Precisò ancora che, all’epoca, il capitano De Grazia gli mostrò un opuscolo con uno stemma triangolare della società O.D.M. uguale a quello dallo stesso notato a bordo della nave (doc. 695/7).
Al verbale di sommarie informazioni vi è il document citato, di cui si riporta il frontespizio:

E’ importante sottolineare che il comandante Bellantone è stato successivamente sentito sia dal pubblico ministero di Paola, Francesco Greco, nell’anno 2004, sia dalla Commissione in data 8 marzo 2011.
Le dichiarazioni fornite in tale occasioni sono risultate contrastanti tra di loro nonché con quanto precedentemente dichiarato ai magistrati e al capitano De Grazia. In particolare, nel verbale di sit del 15 luglio 2004 (doc. 695/7), il comandante ha dichiarato, quanto ai documenti rinvenuti sulla Rosso, di avere visto su qualche documento uno stemma a forma di triangolo con la scritta O.D.M. nonché di non conoscere all’epoca dello spiaggiamento il significato della scritta O.D.M..
Tuttavia il comandante ha in qualche modo modificato le dichiarazioni già rese ai magistrati di Reggio Calabria affermando:
“Non ricordo di aver visto sulla nave una cartografia raffigurante i siti di affondamento di navi che possa raffigurare una battaglia navale. Ricordo però che la stessa mi fu mostrata dal magistrato Neri di Reggio Calabria e o dal suo collaboratore Natale De Grazia.”
Nel corso dell’audizione dinnanzi alla Commissione il comandante Bellantone ha oscillato tra smentite, parziali conferme e dichiarazioni di non ricordare, palesando finanche la possibilità che le sue dichiarazioni avanti ai magistrati di Reggio Calabria non fossero state fedelmente riportate.
Risulta, quindi, allo stato incerto quello che effettivamente fu rinvenuto a bordo della motonave Rosso, in mancanza di verbali di sequestro redatti in quell’occasione.
Non può essere ignorato il fatto che le iniziali dichiarazioni rese dal comandante Bellantone al Capitanto De Grazia, riportate nell’annotazione citata e successivamente confermate ai magistrati di Reggio Calabria, sono quelle rese in epoca più prossima ai fatti e, quindi, da ritenere, secondo criteri di comune esperienza, più attendibili.

Come si avrà modo di evidenziare, il capitano De Grazia, pur incaricato di sviluppare questi aspetti, non ebbe la possibilità di portare a termine l’attività per le ragioni che di seguito si andranno ad esporre.

1.9 – Le verifiche effettuate dal capitano De Grazia in merito agli ulteriori affondamenti sospetti
Come già evidenziato, il capitano De Grazia, in ragione delle sue specifiche compentenze, operò una verifica – presso la compagnia di assicurazione Lloyd di Londra – in ordine agli affondamenti sospetti di navi, stilando un elenco che avrebbe dovuto costituire la base di ulteriori approfondimenti.
E, pertanto, si può sostenere, senza timore di smentita, che il capitano approfondì proprio l’aspetto attinente all’utilizzo di navi per lo smaltimento illecito dei rifiuti radioattivi sia attraverso il loro affondamento sia, più in generale, attraverso il loro utilizzo per il trasporto verso paesi esteri.
Ed è proprio in questo ampio contesto investigativo che va esaminata la vicenda, dai contorni poco chiari, relativa alla monotave Latvia, ormeggiata presso il porto di La Spezia, di cui si ha traccia in due informative del Corpo forestale dello Stato di Brescia indirizzate al procuratore Neri.
Dell’esistenza di questa nave si dà conto per la prima volta nell’annotazione di polizia giudiziaria redatta dal Corpo forestale dello Stato di Brescia in data 26 ottobre 1995 (doc. 277/8), nella quale si evidenzia che la nave, venduta ad un prezzo superiore al valore reale, avrebbe potuto essere destinata al trasporto di rifiuti nucleari e/o tossico-nocivi.
Si riportano i passi di interesse dell’informativa, redatta previa assunzione di informazioni di cui all’articolo 203 del codice di procedura penale:
“(…) Motonave Latvia.
Nell’area portuale di La Spezia è presente la motonave Latvia. adibita al trasporto passeggeri, ex-sovietica, giunta nei cantieri ORAM prima della caduta del blocco orientale. Nave ritenuta come appartenente ai servizi segreti sovietici (KGB) (…). Attualmente è ormeggiata alla diga di La Spezia, è stata messa in vendita (forse dal tribunale) ed acquistata da una società Liberiana con sede in Monrovia, tramite un ufficio legale di La Spezia. Da fonte attendibile risulta che il prezzo pagato è superiore di quello del valore reale, e questo fa supporre che potrebbe essere utilizzata come “bagnarola“ per traffici illegali di varia natura, in particolare di rifiuti nucleari e o tossico-nocivi, (esempi pratici sono le cosidette navi dei veleni) (…)”.
Ancora, la Latvia viene menzionata nell’annotazione di polizia giudiziaria redatta, in data 10 novembre 1995, con la quale il brigadiere Gianni De Podestà comunicò alle procure di Reggio Calabria e di Napoli che fonte confidenziale attendibile aveva di recente riferito in merito al coinvolgimento di famiglie camorristiche e logge massoniche deviate nei traffici di rifiuti radioattivi e tossico nocivi interessanti la zona di La Spezia e l’interland napoletano.
Nell’annotazione si dava atto che la Latvia, così come già era stato fatto per la Rigel e la Jolly Rosso, avrebbe dovuto essere preparata per salpare nell’arco di 4 giorni con un carico non ben definito (rifiuti tossico-nocivi e/o radioattivi) per poi seguire la rotta La Spezia-Napoli (per un ulteriore carico, come accertato per la Rosso) – Stretto di Messina-Malta – ritorno sulle coste joniche (per affondamento).
Dall’annotazione in parola si evince che la fonte confidenziale cui si fa riferimento è la stessa di cui all’informativa del 13 maggio 1995 richiamata espressamente, e dunque la fonte denominata “Pinocchio”.
Si riporta parte del testo dell’annotazione del 10 novembre 1995 (doc. 681/32):
“Fonte confidenziale attendibile ha qui riferito, in epoca recente, del traffico di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi che interessano in particolar modo la zona di La Spezia e l’interland napoletano e quindi il coinvoglimerito di famiglie camorristiche e logge massoniche deviate. Nella prima annotazione di p.g. redatta in data 13.5.95 in questo ufficio, l’informatore riferiva di personaggi legati al traffico La Spezia~Napoli-Reggio Calabria e oltremare (…).
In merito all’annotazione di p.g. prot. 1045 del. 26 ottobre u.s., ove la fonte confidenziale (rimane tale per ragioni disicurezza personale, familiare e per la p.g.. che lavora all’indagine) ha riferito che nell’area portuale di La Spezia vi è presente la motonave Latvia (ex KGB russo) e che tale imbarcazione dovrebbe essere preparata come è stato fatto per la Rigel e la Jolly Rosso e quindi destinata sui fondali marini come quest’ultime. Ancora la Latvia, se vengono rispettati i tempi di allestimento e caricamento della Jolly Rosso (dal 4.12.90 all’8.12.1990) nell’arco di 4 giorni, risulterà pronta a salpare da La Spezia, con un carico non ben definito (rifiuti tossico-nocivi e/o radioattivi) per poi seguire la seguente rotta marittima : — La Spezia >Napoli- (porto) —>Stretto di Messina >Malta >ritorno sulle Coste Joniche (per affondamento).
Risulta tappa importante il porto di Napoli, dove al carico di La Spezia dovrebbe essere aggiunto dell’altro (come accertato per la Jolly Rosso poi Rosso) e seguito in via strettamente riservata da persone di fiducia (uomini di fiducia del camorra napoletana legata al Di Francia e alla mafia sici1iana, che ha una ramificazione in La Spezia con un certo Giarusso)”.

Dunque, si iniziò ad indagare anche sulla Latvia, per le ragioni che emergono nelle informative appena riportate. In particolare, oggetto di attenzione fu il carico, la provenienza della nave, la sua destinazione nonché le ragioni della lunga permanenza presso il porto di La Spezia.
E’ di tutta evidenza l’importanza che gli approfondimenti sulla Latvia avevano nell’ambito dell’inchiesta. Si trattava, infatti, di una nave che era possibile monitorare per così dire “in diretta” e che consentiva, quindi, di superare i vuoti conoscitivi attinenti alle altre navi delle quali si erano perse le tracce.
Appare, quindi, del tutto credibile la circostanza emersa nell’ambito dell’inchiesta svolta dalla Commissione, secondo la quale il capitano De Grazia si sarebbe dovuto recare a La Spezia anche per effettuare indagini con riferimento alla predetta nave e per avere un contatto diretto con la fonte confidenziale che aveva già riferito informazioni in merito alla Latvia (cfr. informative appena riportate nonché paragrafo 1.10 nel quale si tratta delle indagini che a La Spezia avrebbe dovuto effettuare il capitano De Grazia).
Tale circostanza, invero, non risulta da alcun documento, ma è stata rappresentata alla Commissione da un soggetto il cui nome è rimasto segretato e che – all’epoca dei fatti – aveva collaborato con il Corpo forestale dello Stato di Brescia.
(verificare con il Presidente se si può inserire il racconto fatto da questo soggetto in merito alle indagini fatte sulla Latvia, parte tutta segretata).

In data 15 dicembre 1995, due giorni dopo il decesso del capitano De Grazia, l’ispettore Tassi trasmise un fax alla procura circondariale di Reggio Calabria nel quale testualmente riferiva (doc. 634/1):
“In data odierna è stata accertata la partenza della Motonave Latvia, avvenuta all’incirca verso la terza decina del Novembre u.s. per raggiungere il porto di ARIGA (Turchia). La Motonave è stata acquistata tramite il tribunale di La Spezia, da una Soc. Ciberiana la “DIDO STEEL Corporation S.A.” con sede in Brod Street Monrovia Liberia, Il trasporto è avvenuto o sta avvenendo a traino di un rimorchiatore denominato Kerveros di nazionalità greca. Le pratiche sono state curate da una Agenzia Marittima Spezzina”.
Lo stesso ispettore Tassi, nel marzo 1996, trasmise, sempre al sostituto procuratore dottor Neri, sette fotografie della motonave in questione (doc. 681/71):


Nell’ambito dell’indagine condotta dal dottor Neri gli approfondimenti relativi alla motonave Latvia furono esclusivamente quelli contenuti nelle due informative dell’ispettore De Podestà, sopra riportate, nonché la comunicazione dell’ispettore Tassi relativa all’avvenuta partenza della nave, collocata temporalmente alla fine di novembre (dopo il decesso del capitano De Grazia).
Non può non sottolinearsi la peculiarità della vicenda, tenuto conto dei seguenti dati:
- nel pieno di indagini concernenti l’utilizzo di navi per lo smaltimento illecito di rifiuti tossici, vi era la possibilità di monitorare una nave, la Latvia, rispetto alla quale vi erano concreti indizi in merito al suo utilizzo per le predette finalità illecite;
- ebbene, nonostante la preziosissima fonte di informazioni, rappresentata dalla motonave in questione, non solo non risultano effettuate verifiche approfondite da parte degli ufficiali di polizia giudiziaria della zona, ma neppure risultano essere stati mai sentiti gli occupanti della nave;
- paradossale è poi che non sia stato predisposto un servizio di osservazione in merito agli spostamenti della nave.

1.10 – Le indagini che il capitano De Grazia avrebbe dovuto compiere a La Spezia
La Commissione ha ritenuto di fondamentale importanza comprendere quale fosse l’oggetto specifico delle indagini che il capitano De Grazia, unitamente al maresciallo Moschitta e al maresciallo Francaviglia, avrebbe dovuto effettuare recandosi a La Spezia dal 12 dicembre 1995.
Deve sin d’ora sottolinearsi come questo approfondimento, teoricamente agevole in quanto erano state predisposte deleghe di indagine da parte del pubblico ministero procedente, si è rivelato nei fatti difficoltoso.
La documentazione acquisita, costituita da ben sei deleghe, alcune delle quali conferite specificatamente ai militari in missione, non si è rivelata risolutiva in quanto le deleghe in questione sono state formulate in modo alquanto generico. Non è noto se per ragioni precauzionali e di riservatezza o per lasciare ampio margine di manovra agli ufficiali di polizia giudiziaria.
Neppure chiarificatrici sono state le dichiarazioni rese sul punto da quegli stessi ufficiali che parteciparono alla missione in questione.
Contradditorie, infine, sono state le informazioni acquisite dagli altri investigatori impegnati nell’indagine.
Poco chiara è stata anche la vicenda attinente alla valigetta che il capitano De Grazia portava con sé, valigetta che non è stata mai sequestrata, ma solo affidata in custodia al maresciallo Moschitta e restituita, successivamente, al dottor Neri. Il contenuto della valigetta in questione non risulta mai inventariato essendo stata solo riportata genericamente (in un’annotazione di polizia giudiziaria) la presenza al suo interno di documenti attinenti all’indagine di cui al procedimento penale n. 2114/94 RGNR.
La Commissione ha acquisito le copie delle sei deleghe di indagine emesse in data 11 dicembre 1995 dai magistrati di Reggio Calabria (sostituto F. Neri e procuratore F. Scuderi).
Dall’analisi delle stesse si ricava che la prima era finalizzata all’escussione di Cesare Granchi e all’acquisizione in copia conforme di tutta la documentazione attinente ai rapporti commerciali e societari con Giorgio Comerio, con particolare riferimento a quelli concernenti la realizzazione del progetto O.D.M. (doc. 681/87);
la seconda era indirizzata al presidente del tribunale di La Spezia, affinché il capitano di fregata Natale De Grazia e il maresciallo Nicolò M. Moschitta fossero autorizzati a visionare e estrarre copia degli atti del procedimento penale nr. 814/1986 (a carico Fuiano Gennaro + altri – Affondamento M/n Rigel) (doc. 681/87);
la terza era indirizzata al procuratore della Repubblica presso il tribunale di La Spezia, affinché il “vice ispettore Claudio Tassi della sezione di polizia giudiziaria del Corpo forestale dello Stato della procura della Repubblica di La Spezia fosse autorizzato a svolgere le indagini delegategli nell’ambito del procedimento penale 2114/94”. (doc. 681/87);
con la quarta si chiedeva al vice ispettore Tassi di voler svolgere tutte le indagini già concordate nell’ambito del procedimento penale 2114/94 anche fuori sede (doc. 695/16)
Con le ultime due, indirizzate ai procuratori della Repubblica presso la pretura circondariale e presso il tribunale di Salerno, si richiedeva di consegnare al maresciallo Moschitta copia di tutti gli atti relativi agli accertamenti effettuati in merito allo spiaggiamento di un containers, avvenuto a Positano nell’aprile del 1994, avente tracce di radioattività (Torio) e riferibile all’affondamento della motonave Marco Polo (doc. 681/87).
Dunque, le attività delegate sarebbero dovute consistere in parte nell’esame di atti processuali, in parte nel compimento di attività concordate precedentemente e non esplicitate nelle deleghe.
Come già evidenziato, la Commissione ha ritenuto di audire tutti coloro in grado di fornire precisazioni in merito alle indagini da compiersi a La Spezia.
In particolare, sono stati sentiti il maresciallo Moschitta, il carabiniere Francaviglia, il maresciallo Scimone, l’ispettore Tassi e un soggetto del quale non possono essere fornite le generalità per ragioni di segretezza.
A fronte dell’importanza della missione, così come rappresentata dai magistrati e dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, nessuno di essi è stato in grado di specificare in modo puntuale quali fossero effettivamente le attività da svolgere e per quale motivo il capitano De Grazia fosse diretto a La Spezia.
Peraltro, a bene esaminare le dichiarazioni, le stesse risultano non solo generiche, ma anche in alcuni punti contraddittorie tra di loro.
Formalmente, dalla delega acquisita il capitano De Grazia avrebbe dovuto esaminare gli atti processuali attinenti all’affondamento della motonave Rigel.
Stando però le dichiarazioni rese alla Commissione dalle persone sopra indicate, il capitano De Grazia avrebbe dovuto:
- sentire a sommarie informazioni alcuni componenti dell’equipaggio della Rosso;
- effettuare ulteriori approfondimenti in merito agli affondamenti sospetti di navi rilevati dai registri Lloyd’s Adriatico;
- incontrare una fonte confidenziale già utilizzata dall’ispettore Tassi al fine di apprendere notizie in merito alla motonave Latvia, ormeggiata presso il porto di La Spezia.

Anche il pubblico ministero Neri, nel verbale di sommarie informazioni rese al pubblico ministero Russo in data 9 aprile 1997 nell’ambito dell’indagine avviata in ordine al decesso del capitano De Grazia, ha affermato genericamente che “la missione a La Spezia aveva lo scopo di sentire testi presenti sulle navi affondate”.
In particolare: ”il capitano era partito per La Spezia e Massa Carrara per sentire testi delle navi oggetto delle indagini. Lui stesso ci spiegò che vi era l’urgenza di fare questi accertamenti per evitare anche inquinamenti probatori e che completata questa fase investigativa fuori sede nel corso delle vacanze di Natale avrebbe avuto tutto il tempo di studiarsi le carte ed arrivare a punti conclusivi dell’indagine. I carabinieri che lo accompagnavano, Moschitta e Francaviglia, lo coadiuvavano in modo assiduo e costante essendo a conoscenza di ogni aspetto della indagine, trattandosi di un nucleo investigativo interforze appositamente da me costituito”.
In relazione alla missione a La Spezia, il maresciallo Scimone è stato l’unico a dichiarare che originariamente alla missione avrebbe dovuto partecipare lui e non il capitano De Grazia. Nessun’altro tra gli inquirenti ha, infatti, accennato a tale circostanza.
In particolare, nel corso dell’audizione del 18 gennaio 2011, in merito alla suddivisione dei compiti ha dichiarato:
“Sul viaggio a La Spezia c’erano due programmi: il mio di acquisire documentazione presso la dogana e quello di Moschitta, che avrebbe dovuto svolgere un’attività che stava seguendo lui e che in questo momento non ricordo di preciso. Doveva sentire forse qualcuno…(…) Se non ricordo male, doveva sentire delle persone in merito a un aspetto della vicenda che stava curando lui come Nucleo operativo. Io mi ero occupato invece della ricostruzione della Jolly Rosso e di un’altra nave, per cui era necessario acquisire queste bolle di carico, tra cui anche quelle della Rigel, come è stato fatto successivamente, perché dopo la morte di De Grazia sono andato a prendere questa documentazione”.
Secondo la versione del maresciallo Scimone fu lo stesso De Grazia a chiedere di recarsi a La Spezia al posto del maresciallo Scimone per l’esame della documentazione marittima presso la dogana, in quanto munito di competenze specifiche che avrebbero agevolato l’esecuzione della delega.
In realtà, dopo la morte del capitano fu proprio il maresciallo Scimone ad acquisire la documentazione in questione presso la dogana di La Spezia, il che, evidentemente, dimostra che lo stesso disponeva delle competenze adeguate per svolgere questo tipo di attività.
Il maresciallo non ha fatto alcun riferimento ad indagini interessanti la motonave Latvia.
Partendo proprio da quest’ultimo dato si deve evidenziare come anche il procuratore di Paola, Francesco Greco, nel 2004 abbia cercato di comprendere quale fosse l’oggetto delle indagini che avrebbero dovuto essere compiute in quel periodo a La Spezia, senza riuscirvi compiutamente.
In primo luogo va esaminata la posizione dell’ispettore Tassi, appartenente al Corpo forestale dello Stato ed applicato presso la sezione di polizia giudiziaria della procura di La Spezia.
Il pubblico ministero Greco aveva convocato l’ispettore Tassi proprio per sapere se avesse portato a compimento la delega sopra indicata e l’oggetto della stessa. Sul punto l’ispettore Tassi ha risposto in primo luogo precisando di avere avuto la delega via fax in data 15 dicembre 1995 (dunque successivamente al decesso del capitano De Grazia) e, in secondo luogo, dichiarando di aver effettuato alcuni accertamenti, poi riassunti nell’annotazione del 29 febbraio 1996 (doc. 695/22). L’annotazione fu prodotta al pubblico ministero Greco in occasione dell’escussione dell’ispettore.
Dalla lettura dell’annotazione, si evince che le attività richieste all’ispettore Tassi erano relative all’accertamento di utenze telefoniche riferibili alla compagnia di navigazione Ignazio Messina.
Tuttavia nell’annotazione si fa riferimento espresso alla delega della procura di Reggio Calabria nella quale era stati disposti accertamenti in Livorno, Arezzo e Casale Monferrato. Di talchè l’annotazione prodotta al dottor Greco non sembra riconducibile alla delega dell’11 dicembre 1995, bensì ad altra delega contenente richieste di accertamenti specifici relative ad utenze telefoniche da eseguirsi anche nelle città menzionate.
Peraltro, lo stesso Tassi, nel verbale di sommarie informazioni reso davanti al pubblico ministero Greco il 24 maggio 2005 (doc. 695/22), nel produrre l’annotazione in parola, ha specificato di “ritenere” che quella annotazione contenesse la risposta alla delega dell’11 dicembre 1995, senza esprimersi in termini di certezza.
Pare strano, in ogni caso, (laddove la delega dell’11 dicembre si fosse riferita effettivamente ad accertamenti su utenze telefoniche in vista di eventuali operazioni di intercettazione) che le attività siano state compiute in un lasso di tempo così ampio (due mesi e mezzo).
L’ispettore Tassi, a differenza di quanto ha voluto far credere nel corso delle audizioni in Commissione, era pienamente coinvolto nelle indagini, tanto che il procuratore Neri aveva richiesto per iscritto l’11 dicembre 1995 al procuratore della Repubblica presso il tribunale di La Spezia che fosse autorizzato a svolgere le indagini delegategli nell’ambito del procedimento penale 2114/94. (doc. 681/87).
La richiesta di autorizzazione, come sopra evidenziato, rientra fra le sei deleghe che Neri aveva consegnato al capitano De Grazia, il giorno prima della sua partenza per La Spezia. Ad ulteriore sostegno di quanto esposto, vi è l’altra delega, tra le sei consegnate a De Grazia, indirizzata specificatamente al vice ispettore Tassi nella quale gli si chiedeva espressamente “di voler svolgere tutte le indagini già concordate nell’ambito del procedimento penale 2114/94 anche fuori sede” (doc. 695/16).
Il riferimento alle indagini già concordate presuprocedimento penaleone inequivocabilmente l’esistenza di pregressi rapporti investigativi nonché l’esigenza di non rendere esplicito l’oggetto della delega per ragioni di riservatezza e anche di tutela delle persone che si occupavano delle indagini (cfr. capitolo due).

Nel corso dell’inchiesta la Commissione ha verificato che il Corpo forestale dello Stato di Brescia si avvaleva di fonti confidenziali, una delle quali aveva come immediato riferente – secondo quanto dichiarato dagli stessi ufficiali del Corpo forestale dello Stato di Brescia – l’ispettore Tassi.
Nel corso delle audizioni in Commissione quest’ultimo ha riferito che le indagini che avrebbero dovuto compiere il capitano De Grazia a La Spezia erano costituite dall’assunzione di informazione di alcuni componenti dell’equipaggio della motonave Rosso, in particolare gli ufficiali Zanello e Zembo, che lo stesso tassi avrebbe dovuto escutere unitamente al capitano.
Nessun riferimento è stato fatto dal Tassi alla vicenda della motonave Latvia della quale ha parlato in Commissione una fonte confidenziale affermando:

“(…) sulla nave di capo Spartivento il capitano De Grazia doveva venire a La Spezia a conferire con me e con Tassi con riferimento ad un’altra nave, la Latvia, ex nave del KGB sovietico che era ormeggiata a fianco di una struttura della marina militare nell’area del San Bartolomeo. Poi, questa nave è stata monitorata. (…) Questa nave era stata poi acquistata da una società fatta a La Spezia, non ricordo il nome ma non è difficile recuperarlo, (…) E’ stata ormeggiata alcuni mesi sulla diga foranea a La Spezia. (…) questa nave era rimasta ormeggiata prima ad un molo prospiciente il comando NATO dell’Alto Tirreno a La Spezia, quindi nell’area del San Bartolomeo proprio sotto la discarica Pitelli ed era stata acquistata da una società costituita da alcuni industriali e altri di La Spezia (…)
Non poteva prendere il mare, era smantellata e priva di equipaggio.
Poi, improvvisamente, questa nave dopo la costituzione di questa società che aveva recuperato questa nave come rottame, ha preso il largo trainata da un rimorchiatore che credo fosse turco ed è arrivata in Turchia. Voci dicevano che fosse stata riempita, non riempita, ma che fosse stato immesso del materiale particolare sulla nave prima della sua fuoriuscita dalla rada di La Spezia. Questo era uno dei lavori che abbiamo fatto io e l’ispettore Tassi del Corpo forestale dello Stato”

La nave probabilmente era stata caricata con del mercurio rosso radioattivo e il sospetto era che i rifiuti fossero stati buttati in mare.
La nave pare l’abbiano poi demolita ad Ariga.

Il Presidente nel corso dell’audizione ha richiesto insistentemente all’audito da chi avesse appreso quelle notizie. L’audito ha risposto che si trattava di “voci” acquisite nell’ambiente dei trasportatori e di tutti coloro che ruotano nel mondo dei rifiuti.
si è trattato evidentemente di una risposta evasiva soprattutto alla luce di quanto successivamente riferito dall’audito in merito all’attività che lui personalmente svolse con riferimento alla Latvia. In particolare ha dichiarato di essere salito sulla nave, di averla visionata, di avere pagato per questo un membro dell’equipaggio.
Ha poi affermato che il capitano De Grazia avrebbe dovuto visionare la Latvia ma l’incontro non è avvenuto per la prematura morte del capitano De Grazia. Testualmente ha dichiarato:
“Questo è un periodo che mi ricordo abbastanza bene in quanto eravamo rimasti piuttosto allibiti sul fatto che il capitano – che era anche uno sportivo da quello che mi veniva detto, perché io non l’ho mai conosciuto il personaggio- fosse morto e la cosa non mi era piaciuta assolutamente. Già questo aveva dato un forte rallentamento a quello che si poteva fare, parlo dei rapporti fra me e Tassi: Poi credo che Tassi abbia avuto dei problemi con Brescia, con la struttura del Corpo forestale dello Stato di Brescia, per questioni loro sulle quali non sono mai andato ad indagare perché non erano fatti che riguardavno me. Io ho continuato a sentire De Podestà (…) ho rivisto Tassi, mi aveva detto lui, questo credo lo possa confermare, che la nave era arrivata ad Ariga in Turchia e addirittura c’era il gruppo sommergibili di La Spezia – due sommergibili della classe costiera che dovevano seguire la nave per un certo percorso per vedere se aveva contatti con l’esterno con mezzi di superficie o se buttasse qualcosa a mare.
Tuttavia per un disguido, che non ho mai capito quale fosse stato, non ero io che tenevo i rapporti tra gruppo di sommergibili e tutta la struttura di intercettazione ma era evidentemente il corpo forestale. La nave è praticamente scappata, il rimorchiatore è arrivato ed in sei ore ha agganciato…. Ha ancorato la nave con i cavi, la nave miracolosamente si è raddrizzata dallo sbandamento ed è uscita”

Evidenti sono le discrepanze tra quanto dichiarato da Tassi e quanto riferito invece dalla fonte confidenziale.

Deve, infatti, sottolinearsi che la motonave Latvia era effettivamente oggetto di indagini da parte della procura circondariale di Reggio Calabria, tenuto conto delle informative già redatte dagli ufficiali del Corpo forestale dello Stato di Brescia nelle quali si dava conto di una serie di evidenti anomalie che suscitavano l’interesse investigativo sulla motonave.
Di sicuro rilievo è che la fonte audita abbia avuto la possibilità, secondo quanto dichiarato, di salire sulla motonave versando denaro a membri dell’equipaggio non meglio identificati.
Non è stato chiarito in alcun modo quali soldi fossero stati impiegati per questa operazione e dunque se sia stato utilizzato denaro personale della fonte o denaro messo a disposizione dagli investigatori.

Nessun riferimento ad accertamenti riguardanti la motonave Latvia è stato fatto dal maresciallo Moschitta nel corso delle due audizioni del 2010 avanti alla Commissione. Lo stesso, infatti, ha riferito:
“Stavamo andando a La Spezia ad acquisire la documentazione in merito alla Rigel, la nave affondata a capo Spartivento. Tale documentazione era di interesse perché il processo di La Spezia aveva sancito che sul trasporto di quella nave erano state pagate dazioni ed era stato coinvolto personale della dogana e della Rigel circa il carico. Era necessario e importante avere con noi questi documenti per poi proseguire, se non erro, per Como o per un’altra destinazione per sentire altri eventuali testimoni, con tanto di delega del magistrato”.
Ancora più generiche sono state le dichiarazioni sul punto da parte del carabiniere Rosario Francaviglia, rese in data 1 agosto 2012:
“In data 12 dicembre 1995, insieme al maresciallo Moschitta e al capitano di corvetta Natale De Grazia, alle ore 18.50 siamo partiti a bordo di un’autocivetta per portarci a La Spezia, dove dovevano essere sentite delle persone per l’indagine. (…) Ricordo che si trattava di persone che facevano parte dell’equipaggio di una nave che era stata affondata, della Rigel se non ricordo male. (…) Quello che veniva deciso era condiviso soltanto da noi del pool; nessuno veniva informato. In quel periodo, avevamo anche la delega nominativa con divieto di riferire, anche gerarchicamente, sulle indagini e su ciò che facevamo, tanto che sui fogli di viaggio mettevamo varie regioni d’Italia, come destinazione, non dichiaravamo che stavamo andando a La Spezia o altrove”.

1.11 – Gli sviluppi investigativi in relazione alla Somalia
Il mese di novembre 1995 fu denso di attività investigative in quanto:
- erano in corso gli accertamenti sulla Rigel e sulla Jolly Rosso. In particolare, per quanto riguarda la Rigel, è stato riferito che il capitano De Grazia avesse individuato le coordinate precise del luogo di affondamento della nave (cfr. quanto dichiarato dal magistrato Nicola Maria Pace nel corso dell’audizione del 20 gennaio 2011);
- con riferimento alla Jolly Rosso erano state programmate attività finalizzate ad identificare e a sentire a sommarie informazioni componenti dell’equipaggio nonché a ricostruire le varie fasi dello spiaggiamento e dello smantellamento del relitto;
- con riferimento alla motonave Latvia erano state acquisite informazioni di notevole rilevanza nel contesto investigativo tanto che (secondo quanto emerso nel corso dell’inchiesta svolta alla Commissione) il capitano De Grazia, una volta giunto a La Spezia, avrebbe dovuto acquisire direttamente informazioni;
- sempre nello stesso periodo gli investigatori iniziarono a trovare sempre più riscontri agli elementi ricavati dalla documentazione sequestrata a Giorgio Comerio nel maggio 1995, con riferimento anche alla Somalia, che già da tempo figurava quale luogo di destinazione di rifiuti tossici provenienti da diversi paesi.

Il raccordo tra lo smaltimento di rifiuti tossici e la Somalia emerse ufficialmente, per quanto risulta alla Commissione, in data 2 dicembre 1995, allorquando il Corpo forestale di Brescia informò la procura circondariale di Reggio Calabria che, in data 11 novembre 1995, Ali Islam Haji Yusuf, membro dell’Autorità’ del servizio mondiale per i diritti umani di Bosaaso aveva segnalato che “al largo della citta’ di Tohin, del distretto di Alula, nella Regione del Bari, due navi sconosciute stavano effettuando una operazione insolita, vale a dire che mentre una scavava sui fondali del mare, l’altra seppelliva in dette buche dei containers dal contenuto sconosciuto. Tale operazione stava creando tensione fra la popolazione locale”.
Tale documento era pervenuto al Corpo forestale dello Stato da Greenpeace.
La comunicazione del Corpo forestale dello Stato era di sicuro rilievo in quanto tra i documenti sequestrati a Comerio ve ne erano alcuni attinenti in modo specifico alla Somalia, contenuti in apposita cartellina recante la scritta “Somalia”.
Tali dati risultano compendiati nell’informativa 22 gennaio 1996 (cui si rimanda), redatta dal comandante provinciale – R.O.N.O. di Reggio Calabria, Antonino Greco (doc. 681/62), nella quale si fa riferimento a documentazione sequestrata a Comerio dalla quale si desumeva l’esistenza di trattative avviate per operazioni di smaltimento di rifiuti da realizzarsi in zone coincidenti con quelle in cui stavano operando le navi segnalate da Ali Islam Haji Yusuf. L’informativa, sebbene trasmessa dopo la morte del capitano De Grazia, dà conto di informazioni già acquisite precedentemente e, quindi, va intesa come riferita ad attività di indagine effettuate prima del decesso del capitano De Grazia.
Pare doveroso evidenziare anche in questa sede che gli elementi complessivamente raccolti in ordine ai singoli indagati ed in particolare a Giorgio Comerio evidentemente non sono stati ritenuti sufficienti a formulare precise accuse né nei confronti di Comerio né nei confronti degli altri indagati, tanto che il procedimento si è concluso con una richiesta di archiviazione accolta dal Gip.
Il tema relativo alla Somalia, come è noto, è stato ed è ancora oggi oggetto di numerosi approfondimenti in quanto le regioni del nord Africa – sulla base di dati investigativi anche recenti – sembrano essere la sede privilegiata di destinazione di rifiuti altamente tossici.
Tuttavia, l’ipotesi secondo la quale in Somalia sarebbero giunti in quegli anni navi cariche di rifiuti radioattivi ed interrati in loco non ha avuto sinora un riscontro probatorio in ambito giudiziario.

Con riferimento alla documentazione sequestrata a Comerio, occorre evidenziare un altro dato emerso nel corso dell’inchiesta: nella cartellina riportante la scritta “Somalia” erano contenuti una serie di documenti tra cui anche uno concernente la morte di Ilaria Alpi.
Il procuratore Neri, nel corso dell’audizione avanti alla Commissione ha ribadito di aver visto – tra gli atti sequestrati a Comerio – il certificato di morte di Ilaria Alpi. Tale certificato, peraltro, non è stato mai ritrovato all’interno del fascicolo e quindi – secondo quanto dichiarato dal magistrato – sarebbe stato verosimilmente trafugato.
Questa specifica vicenda ha avuto già sviluppi processuali, non essendo stata confermata la notizia che effettivamente nel fascicolo vi fosse tale documento (vi è stato un procedimento penale a carico dello stesso magistrato per falsa testimonianza).
Il dato incontroverso è che all’interno della cartellina in questione, dedicata alla Somalia, vi fosse un documento in qualche modo attinente alla morte di Ilaria Alpi, documento che secondo il maresciallo Scimone sarebbe consistito in una notizia Ansa.
Resta in ogni caso significativo che all’interno di una cartella intitolata “Somalia”, nella quale erano contenuti documenti concernenti lo smaltimento di rifiuti tossici e contatti con esponenti somali, vi fosse un atto riguardante la morte della giornalista, in un’epoca in cui ancora nessun potenziale collegamento era stato ipotizzato tra la morte della stessa e il traffico di rifiuti.
Si riportano le dichiarazioni del maresciallo Scimone sul punto:
“Ho anche sentito dire una cosa stranissima: che il comandante De Grazia avrebbe trovato tra gli atti di Comerio il certificato di morte di Ilaria Alpi. Non mi risulta. (…) Non era il certificato di morte di Ilaria Alpi perché sapete bene che il certificato di morte non è stato redatto in Somalia: Ilaria Alpi fu portata su una nave italiana e il primo certificato di decesso è stato fatto dal medico della nave. Credo che poi il comune di Roma abbia redatto l’ultimo certificato. Comerio aveva una «fascetta», la notizia Ansa della morte di Ilaria Alpi, che De Grazia aveva trovato mentre cercavamo nelle carte e che mi aveva fatto vedere. Era una notizia Ansa, non un certificato di morte. (…) Era un fascicolo della Somalia. Lui aveva dei fascicoli tra cui questo, Somalia, in cui c’erano tutte le proposte di smaltimento dei rifiuti, i suoi progetti, i contatti con i vari ministri, roba di questo genere e c’era questa striscia”.
Va sottolineato che, man mano che l’indagine acquisiva maggiore consistenza, sarebbe stata naturale un’intensificazione ed accelerazione delle attività investigative, che, peraltro, fino a quel momento, si erano svolte regolarmente.
Viceversa, deve prendersi atto che fu proprio quello il momento in cui si assistette, non solo ad un rallentamento dell’attività di indagine, ma anche al disfacimento del gruppo investigativo costituito dagli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti a diverse forze dell’ordine, che fino a quel momento avevano collaborato con il dottor Neri.
Il decesso del capitano De Grazia deve essere inserito in questo preciso contesto investigativo ed analizzato unitamente agli eventi immediatamente precedenti e successivi al decesso.
Prima di approfondire la fase regressiva dell’indagine occorre necessariamente soffermarsi sul rapporto di collaborazione tra la procura di Reggio Calabria e i servizi segreti, di cui il dottor Neri ha dato ampiamente conto anche nel corso delle audizioni.

1.12 La collaborazione tra la procura di Reggio Calabria e i servizi segreti
Una delle peculiarità dell’indagine condotta dal dottor Neri fu certamente quella della costante interlocuzione con il Sismi al quale vennero richieste informazioni e documenti sia su Comerio sia, più in generale, su tutti i temi oggetto di inchiesta (traffico di rifiuti radioattivi, traffico di armi, affondamenti di navi).
Come si legge nella relazione sullo stato delle indagini inviata dal dottor Neri al procuratore capo in data 26 giugno 1995 (doc. 362/3 allegato), l’importanza della documentazione sequestrata a Giorgio Comerio (nella quale figuravano soggetti come Galli, Pazienza e Kassoggi) consentì alla procura di autorizzare la polizia giudiziaria impegnata nell’indagine ad avvalersi dell’ausilio del Sismi, che fornì “ben 277 documenti sul Comerio a conferma della pericolosità di detto soggetto e a riprova della bontà della ipotesi investigativa seguita”.
La documentazione acquisita venne studiata sia dalle forze di polizia giudiziaria che dal Sismi.
Riguardo l’inizio della collaborazione, il dottor Neri riferì al pubblico ministero Russo, nell’aprile 1997:
“Ricordo che unitamente al collega Pace della procura circondariale di Matera comunicammo al capo dello Stato che le indagini potevano coinvolgere la sicurezza nazionale, inoltre poiché fatti di questo tipo potevano essere a conoscenza del Sismi ancor prima dell’ingresso del capitano De Grazia nelle indagini chiese al direttore del servizio di trasmettermi copia di tutti gli atti che potevano riguardare il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi. A dire il vero il Servizio molto correttamente mi trasmise degli atti tramite la polizia giudiziaria. In particolare il passaggio degli atti avvenne tramite il maresciallo Scimone appositamente delegato a ciò da me. Il maresciallo Scimone faceva parte del gruppo investigativo da me diretto e teneva i contatti con il Sismi. Il capitano De Grazia era a conoscenza di ciò, cioè sapeva dei contatti istituzionali di Scimone con il Sismi per la acquisizione delle notizie che chiedevamo. Ogni attività di rapporto con il Sismi è formalizzata in specifici atti reperibili nel processo.”
Sui rapporti con il Sismi ha riferito anche il maresciallo Moschitta nel corso delle due audizioni rese avanti alla Commissione (l’11 marzo e l’11 maggio 2010):
“Un giorno mi presento al Sismi e sequestro un documento, con tanto di provvedimento del magistrato. Ho trovato grande collaborazione nel generale Sturchio, il capo di gabinetto. Mi chiese se volessi il tale documento e me lo dettero tranquillamente. (…) Chiedevamo se avevano qualcosa su Giorgio Comerio. Il primo documento che emerse mostrava che Giorgio Comerio era colui il quale aveva ospitato in un appartamento, non so se di sua proprietà, a Montecarlo l’evaso Licio Gelli.
Da lì comincia il nostro rapporto con i servizi segreti, i quali ci hanno veramente fornito molto materiale. Si è sempre collaborato benissimo, apertamente e senza problemi, tanto che nell’edificio della procura distrettuale di Reggio Calabria avevano approntato per loro anche un piccolo ufficio per esaminare documentazioni nostre ed eventualmente integrarle (…) i servizi segreti, il Sismi, hanno lavorato con noi. Il primo impatto che ho avuto con i servizi segreti è stato a seguito di un decreto di acquisizione di documenti presso il Sismi. Sono andato personalmente ad acquisire un documento a carico di Giorgio Comerio, titolare della O.D.M., oramai noto nell’inchiesta. In modo particolare, si trattava della fuga di Licio Gelli da Lugano fino al suo rifugio segreto nel principato di Monaco. Ci risulta che la casa in cui era ospitato Licio Gelli era di Giorgio Comerio.
In seguito, i servizi segreti sono entrati ufficialmente con noi nell’indagine perché esaminavano la documentazione, d’accordo con la magistratura. In effetti, è stata una collaborazione corretta, leale e senza problemi”.
La collaborazione tra procura e Sismi proseguì anche dopo che il fascicolo fu trasmesso alla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, come si evince dal provvedimento con il quale il sostituto procuratore dottor Alberto Cisterna, divenuto titolare dell’indagine, autorizzò la polizia giudiziaria “ad avvalersi dell’ausilio informativo del Sismi” per il tramite di persone nominativamente indicate appartenti all’ottava divisione (doc. 681/39).
Quello sopra descritto fu il rapporto “formale” tra procura e servizi segreti, in merito alle indagini sulle “navi a perdere”.
E’ emerso, però, un ulteriore profilo di intervento dei servizi segreti nella materia riguardante il traffico dei rifiuti radioattivi e tossico nocivi e il traffico di armi, come emerge dalla documentazione acquisita dalla Commissione riferita al medesimo periodo in cui erano in corso le indagini del dottor Neri.
In particolare il documento proveniente dal Copasir, archiviato dalla Commissione con il n. 294/55, riguarda una comunicazione del Sismi al Cesis in merito alle spese sostenute nell’anno 1994 per i servizi di intelligence connessi al problema del traffico illecito di rifiuti radioattivi e di armi, indicati nella misura di 500 milioni di lire.
Si tratta di un documento desecretato dalla Commissione particolarmente interessata a comprendere in che modo fossero stati utilizzati i 500 milioni di lire nelle operazioni di intelligence relative al traffico di rifiuti e di armi.
Non è stato però possibile, nonostante le numerose audizioni effettuate sul punto, sapere in che modo sia stata spesa la somma di cui sopra, per lo svolgimento di quali attività e, ancor prima, per quali ragioni i servizi, all’epoca, fossero interessati al tema dei rifiuti radioattivi.
E’ stato, inoltre, prospettato alla Commissione, ma non è stato acquisito alcun riscontro al riguardo, un ulteriore ipotetico interessamento dei servizi all’indagine svolta dal dottor Neri attraverso il controllo delle attività poste in essere dalla procura e dagli ufficiali di polizia giudiziaria.
Proprio con riferimento a quest’ultimo punto si evidenziano le dichiarazioni rese da Rino Martini alla Commissione, in data 17 febbraio 2010, allorquando ha dichiarato:
“In quel periodo, si verificarono due episodi, uno dei quali ricordato dal procuratore Pace. Per una settimana siamo stati filmati da un camper parcheggiato di fronte alla caserma in cui operavo. Una sera in cui erano stati invitati anche altri magistrati, avevamo deciso di recarci in una bettola sul Maddalena, che non è frequentata da nessuno durante la cena perché è aperta solo di giorno, e dieci minuti dopo il nostro arrivo attraverso una strada nel bosco è arrivata un’altra autovettura e si sono presentati a cena due ragazzi di trent’anni, che hanno lasciato la macchina nel parcheggio. Siamo usciti per primi e, attraverso due sottufficiali dei Carabinieri di Reggio Calabria presenti, dalla targa dell’autovettura siamo risaliti al proprietario: il SISDE di Milano. Non ho altri episodi da raccontare. Certamente, c’era un controllo telefonico e attività ambientali di verifica su come ci muovevamo.”
Come specificato dall’ex colonnello, su domanda della Commissione, riguardo a questa presunta attività di controllo, lo stesso aveva semplicemente formulato un’ipotesi, senza avere alcun riscontro.
Riguardo poi alla vicenda del camper, il colonnello ha specificato che le verifiche effettuate non hanno portato a risultati di alcun tipo:
“Dal pubblico registro automobilistico non abbiamo trovato nulla di interessante e abbiamo preferito mantenere un basso profilo per cercare di capire come avvenissero questi controlli. Sicuramente, non apparteneva a nessuno degli abitanti del posto, perché di fronte ci sono ville residenziali. All’interno comunque non c’era nessun operatore, ma era piazzata una telecamera.(…) puntata verso l’ingresso”.
Circa 20 giorni dopo la sua audizione, il colonnello Martini ha trasmesso alla Commissione un appunto relativo al secondo dei due episodi sopra riferiti, aggiungendo ulteriori dettagli.
Si riporta il contenuto del documento trasmesso (doc. 304/1):
“Con riferimento alla lettera sopracitata riguardante l’episodio della presenza delle due persone come riferito nell’audizione, preciso quanto segue.
Il punto di ritrovo serale per un certo periodo è stato l’Antica Birreria alla Bornata di V.le Bornata, 46 Brescia (ex Wurer), ma per la presenza di soggetti che frequentavano la trattoria alla stessa ora (mai la stessa) avevamo deciso di individuare un altro punto di ritrovo.
A questo posto si arriva attraverso una strada sterrata di qualche centinaio di metri all’interno del bosco della Maddalena (collina adiacente alla città di Brescia) e dopo aver lasciato l’autovettura in un parcheggio si percorrono a piedi 200-300 metri.
A quel tempo l’Osteria era denominata Briscola (Via Costalunga 18/4) ed alla sera era aperta su prenotazione.
Dopo circa 30 minuti sono arrivate due persone ben vestite e di età sui 35 anni. Naturalmente io e gli altri presenti siamo usciti dopo pochi minuti ed abbiamo così potuto prendere la targa della seconda autovettura parcheggiata.
Per poter ricostruire l’episodio ho chiesto al Coordinamento del Corpo forestale dello Stato di Brescia di verificare se i fogli di viaggio di quel periodo erano ancora in loro possesso per determinare la data del fatto.
Ho poi contattato il Dr. Nicola Pace, procuratore della procura di Brescia, che mi ha riferito che probabilmente non era presente in quel periodo quindi mi sono messo in contatto col Dr. Francesco Neri, consigliere della procura generale di Reggio Calabria. Il contatto è avvenuto il 1/03/2010 in tarda mattinata.
II Dr. Neri invece ricorda perfettamente l’episodio e lui stesso all’epoca aveva chiesto ai suoi collaboratori, sottoufficiali dei Carabinieri di verificare l’appartenenza dell’autovettura.
Dopo due giorni mi è stato riferito che l’autovettura era in carico ai Servizi Civili di Milano. Alla fine dell’anno 1995 tutta la documentazione riguardante l’indagine è stata trasferita alla procura della Repubblica di Reggio Calabria ed a Brescia presso il Nucleo sono rimaste le pure annotazioni senza allegati”.

2. Il clima di intimidazione nel corso delle indagini

Nel corso dell’inchiesta alla Commissione sono state rappresentate – sia dai magistrati che dagli ufficiali di polizia giudiziaria impegnati nell’indagine – talune difficoltà operative legate, in taluni casi, a problemi burocratici e organizzativi, in altri, all’esistenza di un clima di intimidazione percepito nitidamente dagli investigatori in più di un’occasione.
Sotto il primo profilo, si segnala che il capitano De Grazia, dopo essere stato applicato presso la procura di Reggio Calabria per collaborare con il dottor Neri nelle indagini sulle navi a perdere, era andato incontro a difficoltà operative, non essendo stato dispensato dallo svolgimento delle ordinarie incombenze del suo ufficio e ciò nonostante l’impegno particolarmente intenso che l’indagine giudiziaria richiedeva.
Risulta inoltre che, ad un certo momento, il capitano De Grazia fu richiamato dall’ufficio di appartenenza e che i magistrati dovettero reiterare per iscritto la richiesta di applicazione dell’ufficale in procura, definendo non solo importante il suo apporto, ma indispensabile.
Sul punto si è espresso il maresciallo Moschitta, audito dalla Commissione in data 11 marzo 2010:
“(…) quando le indagini arrivavano a un picco, e quindi stavamo mettendo le mani su fatti veramente gravi, coinvolgenti anche il livello della sicurezza nazionale…(…) A un certo punto De Grazia non venne più a effettuare le indagini con noi, perché il suo comandante l’aveva bloccato.(…) Se non erro, era il colonnello Maio o De Maio, non ricordo bene. Era il comandante della Capitaneria di porto di Reggio Calabria. De Grazia mi chiamò e mi riferì che non poteva più venire, perché il suo comandante gli aveva mostrato un foglio matricolare… (…) Mi chiese se potevo parlare col giudice in modo che scrivesse un’altra lettera per poterlo reinserire nelle indagini. Accettai e promisi di parlarne col dottor Neri. Quest’ultimo scrisse un’altra lettera di incarico di indagini affermando che De Grazia non era solo necessario, ma indispensabile per la prosecuzione delle indagini. Solo così è ritornato con noi a lavorare. (…) Una volta morto lui, ci siamo un po’ fermati. Io sono stato male e anche il giudice Neri ha avuto problemi pressori”.
A parte questo, devono essere richiamati altri episodi percepiti dagli inquirenti quali presunte forme di controllo e di intimidazione nel’ambito delle indagini.

2.1 – Le dichiarazioni rese dagli ufficiali di polizia giudiziaria del gruppo investigativo coordinato dal dottor Neri e dal dottor Pace
E’ stato riferito alla Commissione che nel corso delle indagini si sarebbero verificati diversi episodi (in particolare pedinamenti) che avevano destato preoccupazione e che erano stati interpretati dagli inquirenti come tentativi di intimidazione diretti sia nei confronti dei magistrati titolari delle indagini sia nei confronti della polizia giudiziaria delegata.
In proposito, sono state raccolte le testimonianze dei diretti interessati nonché le annotazioni di servizio redatte dall’epoca dei fatti.
Sia il maresciallo Moschitta che il Carabiniere Francaviglia, sentiti il 9 aprile 1997 dal pubblico ministero Russo (titolare dell’indagine avviata in riferimento al decesso del capitano De Grazia), hanno riferito in merito al clima che si respirava nel corso delle indagini ed al fatto che, nel corso di alcune missioni alle quali avevano partecipato, erano stati seguiti.
Il maresciallo Moschitta, in particolare, ha dichiarato:
“confermo le relazioni di servizio anche a mia firma in merito a pedinamenti effettuati da ignoti nei nostri confronti in particolare durante il viaggio a Savona, a Firenze e a Roma nel mese di febbraio 1995, all’inizio delle indagini. Oltre a questi episodi ci sono state anche altre circostanze che ci hanno fatto credere seriamente di essere sotto controllo da parte di qualcuno per le indagini che stavamo svolgendo. In particolare, ricordo che vi fu uno strano episodio relativo alla forzatura della porta dell’ufficio del dottor Neri e vi sono altresì state delle occasioni nelle quali il personale della scorta e della tutela ha avuto l’impressione che alcune persone ci seguissero”.
Negli stessi termini si è espresso il carabiniere Francaviglia nel verbale di sommarie informazioni testimoniali effettuato il medesimo giorno.
Il maresciallo Moschitta ha poi riferito a questa Commissione, nel corso delle audizioni dell’11 marzo e dell’11 maggio 2010, ulteriori episodi che avevano destato preoccupazione, verificatisi fin dall’inizio delle indagini.
Si riportano alcuni passi delle dichiarazioni rese:
“il muro di gomma su cui inevitabilmente andava a cozzare l’attività degli inquirenti e della polizia giudiziaria ha rappresentato il principale ostacolo da abbattere per poter entrare nei meandri del fenomeno in esame. È sembrato che forze occulte di non facile identificazione controllassero passo passo gli investigatori nel corso delle diverse attività svolte. In effetti, sentivamo che c’era qualcosa. Qualcuno ci pedinava, però nessuno si manifestava. L’unico dato certo è emerso a Roma (…)”
“Dopo aver interrogato un funzionario dell’Enea, che in quel momento avevamo chiamato Billy per evitare la divulgazione del suo nome, siamo andati ad alloggiare presso l’albergo Ivanhoe di Roma. Ebbene, stranamente le nostre schede – la mia, quella del giudice Neri, dell’autista e di altri colleghi, eravamo in cinque – non erano ritornate, come accadeva di solito, dal visto del commissariato.
Io stesso sono stato chiamato dall’allora addetto alla reception che mi chiese ragione di questa circostanza. Risposi che non ne sapevo nulla e chiesi se fosse normale. L’addetto disse che non era normale, ma che poteva esserlo data l’occasione. A quel punto, noi che avevamo svolto quell’attività ci siamo preoccupati, intanto di preservare il magistrato che era con noi (Francesco Neri) (…) ad un certo punto lo abbiamo accompagnato di peso, perché lui non voleva andarsene, presso l’aeroporto di Ciampino e lo abbiamo fatto imbarcare alla volta di Reggio Calabria.
Il dottor Neri non ci voleva lasciare. Mi ha fatto promettere che nel viaggio di ritorno – avevamo altre attività da svolgere, ma considerata la situazione abbiamo interrotto le operazioni e ce ne siamo andati – avremmo seguito un itinerario diverso da quello di andata. (…). In quel momento eravamo molto preoccupati (…). In seguito, non abbiamo avuto più notizie di questa vicenda.
A Savona o a Firenze abbiamo avuto la sensazione che delle persone con degli automezzi ci stessero sempre vicino. Una volta me ne accorgevo io, una volta se ne accorgeva la tutela del dottor Neri, una volta se ne accorgeva l’autista. In pratica, ci sembrava di essere all’attenzione di persone che non conoscevamo. In quei casi, cercavamo di sottrarci alla loro vista, al loro controllo e adottavamo le misure più elementari possibili per sfuggire.
A parte l’episodio di Roma, le altre situazioni sono derivate da nostre impressioni. Tuttavia – attenzione – parlo di impressioni di investigatori, non di falegnami o baristi. Capivamo che qualcosa attorno a noi non quadrava.
Infatti, appena arrivati a Savona, che è stata la nostra prima meta, il dottor Landolfi, sostituto procuratore della procura della Repubblica, ci disse che i telefoni già riferivano che il dottor Neri era in Liguria. In pratica, egli aveva dei telefoni di mafiosi calabresi sotto controllo, dunque sapeva che questi signori parlavano della presenza del dottor Neri a Savona.
Nel corso del tempo, al dottor Neri è stato assegnato un ufficio alla procura circondariale, la cui porta venne forzata, anche se non fu sottratto nulla.
Inoltre, sono successi tanti altri avvenimenti, di cui la sua tutela, l’agente Luigi Bellantone, può riferire.
Vi riporto l’esempio più recente. Ad un certo punto, siamo stati convocati dal GIP di Roma per la querela sporta nei nostri confronti da parte di Ali Mahdi, il signore della guerra ed ex presidente della Somalia. Egli affermava che non era vero quanto da noi riferito alla I Commissione circa i rapporti tra Comerio ed Ali Mahdi. Invece, vi era una gran quantità di documentazioni ufficiali in merito che abbiamo sequestrato a Comerio e prodotto in tutte le sedi.
In occasione di questo viaggio, all’aeroporto di Ciampino, all’uscita del volo per Reggio Calabria, abbiamo notato due persone. Io ero già in pensione, non avevo nulla in mano, solo un portavaligie e ho pensato che all’occorrenza sarei potuto intervenire servendomi di quello.
Come ho detto, abbiamo notato la presenza di due persone che fissavano sia il dottore Neri che il suo legale di fiducia, l’avvocato Gatto Lorenzo. Abbiamo segnalato alla tutela data da Roma al dottor Neri la presenza di questi due soggetti che non ci piacevano in modo particolare e abbiamo fatto intervenire la polizia dell’aeroporto, che li ha identificati. Erano due marocchini che stranamente si trovavano all’uscita per Reggio Calabria, mentre avrebbero dovuto prendere l’aereo per Ancona che era nella parte di fronte, ma distante dalla nostra uscita. Peraltro, era quasi l’ora di partenza dell’aereo per Ancona, tant’è vero che i due soggetti sono partiti qualche minuto prima di noi.
La situazione ci ha insospettito. Successivamente, sono venuto a sapere che le Marche sono un punto di concentramento di persone sospette provenienti dall’est europeo. Non voglio dire altro perché non ho elementi su cui basarmi. Mi sembra, tuttavia, che la questura abbia accertato che la zona di provenienza di questi due soggetti era molto frequentata da personaggi poco raccomandabili, provenienti dall’Europa dell’est”.
Il maresciallo Moschitta, ha specificato che – in occasione dell’esame del dipendente Enea – erano in cinque ossia il magistrato Neri, due autisti, la tutela e lui stesso. Richiesto di far conoscere il nome del soggetto audito, ha così risposto:
“Era l’ingegnere Carlo Giglio, il quale ha rilasciato delle dichiarazioni, con riferimento alla situazione delle centrali nucleari in Italia. A detta dell’ingegnere, si trattava di una circostanza molto delicata, critica, per non dire esplosiva. Queste sono state le sue parole. Basta leggere il suo verbale, per capire effettivamente quello che si nascondeva dietro l’affare nucleare. Avevamo un verbale molto importante e nel momento in cui non sono ritornate le schede ci siamo molto preoccupati”.
Riguardo gli eventuali accertamenti sui motivi per i quali le schede non fossero rientrate, il maresciallo ha dichiarato:
“Non ho saputo più nulla di questa storia. In tutto eravamo in cinque a svolgere le indagini e abbiamo scardinato tutta questa storia. Era stata segnalata alla questura di Roma. La sera stessa in cui siamo partiti è stato inviato un fax per la questura di Reggio. Quindi, la questura era interessata a questo tipo di discorso. Com’è andata a finire non lo so”.

2.2 – Le dichiarazioni rese dal dottor Neri e dal dottor Pace
Le circostanze rappresentate nel 1997 dai militari menzionati sono state confermate e specificate ulteriormente dal dottor Neri, sentito dal pubblico ministero Russo sempre in data 9 aprile 1997.
Testualmente, lo stesso ha dichiarato:
“sin dall’inizio delle indagini e in particolar modo allorché fui costretto col nucleo investigativo da me coordinato a recarmi fuori sede sono stato oggetto di intimidazioni di varia natura ed in particolare con autovetture e persone munite di radiotrasmittenti che, a mio giudizio, avevano l’evidente scopo di scoraggiare la mia attività di indagine (…)”.
Nel corso della testimonianza il dottor Neri ha riferito di alcune preoccupazioni del capitano De Grazia in merito alla sua carriera, in quanto, successivamente all’esecuzione di un decreto di perquisizione a carico di un indagato, tale Gerardo Viccica, erano emersi elementi circa un presunto coinvolgimento dei vertici militari della Marina in fatti di corruzione legati alla realizzazione di Boe. Il Viccica avrebbe detto a De Grazia in modo minaccioso che conosceva molte persone nell’ambito della Marina, e che, quindi, in qualche modo, avrebbe potuto danneggiarlo.
Il De Grazia, inoltre, in qualche occasione aveva espresso al dottor Neri le preoccupazioni che aveva per la sua incolumità e per l’incolumità del magistrato.
Nel corso dell’audizione del dottor Nicola Maria Pace, tenutasi il 20 gennaio 2010 avanti a questa Commissione, lo stesso, richiesto di riferire in merito ad eventuali episodi di intimidazione subìti all’epoca in cui era titolare di indagini collegate con quelle condotte dal sostituto Neri, ha dichiarato:
“ …vi espongo alcuni fatti oggettivi. Gli episodi più gravi si sono verificati nell’ambito di 15 giorni: nell’arco di due settimane muore De Grazia, si dimette il colonnello Martini, regista delle indagini e delle attività strettamente investigative.
Per sviare gli antagonisti con Neri decidiamo di vederci non a Matera o a Reggio Calabria, ma a Catanzaro e durante la trasferta, mentre personalmente non mi accorsi di niente perché nella mia macchina non avevo scorta e durante il viaggio sonnecchiavo, Neri che aveva una scorta si accorse con i suoi e verificò con i computer di bordo di essere seguito da una macchina della ‘ndrangheta. Fece scattare l’allarme, mi telefonò, prendemmo direzioni diverse e riuscimmo a tornare. Riferisco il fatto nella sua oggettività, senza averlo mai interpretato in chiave di paura.
Per quanto riguarda l’essere filmati, sono invece testimone diretto, perché fui proprio io a Brescia, mentre fervevano le attività, a scoprire che qualcuno ci stava filmando da un camper parcheggiato a poca distanza dalla sede del Corpo forestale dello Stato di Brescia. Proposi al team investigativo di perquisire il camper, ma si considerò più opportuno far finta di niente. Proprio il colonnello Martini, uomo di poche parole, al quale ho sempre riconosciuto una grande capacità di strategie, disse di non preoccuparsi.
Lavoravamo giorno e notte nel periodo in cui effettuammo le 16 perquisizioni a Comerio e agli altri, fatto che poi ha portato alla definitiva scoperta del progetto O.D.M. e al suo collegamento con il progetto di partenza DODOS, che credo sia ancora negli scaffali della procura di Matera, perché ho disposto l’acquisizione di questi otto volumi del progetto DODOS, che, impressionante per lo spessore scientifico, aveva tutta la dignità per rappresentare una validissima alternativa al sistema dell’interramento dei rifiuti in cavità geologiche. Questi sono gli episodi che posso riportare”.

2.3 – Annotazioni di servizio della scorta del dottor Neri
Nelle relazioni di servizio redatte dall’agente scelto Giovanni Bellantone, addetto alla tutela del magistrato titolare delle indagini, dottor Neri, si fa riferimento, oltre che a pedinamenti subìti ad opera di ignoti in diverse città d’Italia ove gli inquirenti si erano recati per ragioni investigative, anche ad intercettazioni telefoniche tra ignoti interlocutori nelle quali si parlava della necessità di far “saltare” anche la scorta del magistrato.
Si riporta un estratto della relazione di servizio del 20 marzo 1995:
“durante il nostro soggiorno nella città di Savona, ci accorgevamo della presenza insistente di alcuni individui nei vari percorsi che facevamo nelle vie della città. Le persone di cui sopra si contattavano tra di loro tramite cellulare, e indicavano come “cellule” gli uomini che erano di “scorta”. Venivamo comunque notiziati che vi era stata un’intercettazione telefonica dove si parlava di far saltare pure la “scorta” e un’altra dove si parlava della presenza del giudice (dottor Neri) in città: inoltre la stampa locale pubblicava e veniva a conoscenza di cose che nessuno di noi aveva comunicato loro. Stesso controllo nei nostri confronti veniva notato nella città di Firenze, ed ancora più insistentemente nella città di Roma dove persone non identificate prendevano posto anche in ristoranti dove noi eravamo intenti a consumare i pasti”.
Si riporta poi un estratto della relazione di servizio del 18 maggio 1995:
“in data odierna unitamente al dottor Neri ci recavamo alla procura circondariale di Catanzaro, durante il tragitto sull’autostrada A3 SA-RC corsia nord ci accorgevamo della presenza insistente di una BMW 520 nei pressi dello svincolo di Vibo-Pizzo, rallentavamo la corsa e l’autovettura di cui sopra era costretta a superarci cosicchè per motivi di sicurezza decidevamo di uscire allo svincolo e di proseguire dalla statale per Catanzaro. Dopo qualche chilometro venivamo agganciati da un’altra autovettura: trattasi di una Fiat Croma che con fare sospetto ci ha dapprima superato e successivamente si è posizionata dietro la nostra autovettura. Anche in questo caso eravamo costretti a rallentare la corsa per cercare di farci superare, e facevamo una sosta di qualche minuto presso un’area di servizio. Arrivati sul posto cui eravamo diretti e preoccupati per queste vicende, decidevo di telefonare al mio ufficio di appartenenza per effettuare accertamenti, ed il collega Bosco, in maniera tempestiva, mi faceva pervenire i dati qui sotto riportati:
- Bmw 520 tg. RC 476645 intestata ad Alvaro Antonio, nato a Siderno il 15 dicembre 1947 ivi res. in via Palermo, pregiudicato per reati finanziari;
- Fiat Croma tg. SV 413337 risultata rubata il 26 marzo 1993.
Faccio inoltre presente che la persona sul sedile posteriore della bmw era munita di una radio portatile e di queste situazioni ci siamo resi conto immediatamente tutti gli abitanti dell’autovettura blindata (dottor Neri, comandante De Grazia della Capitaneria di porto di Reggio Calabria, autista Barberi)”.

2.4 – Le dichiarazioni dell’ex colonnello Rino Martini
Il colonnello del Corpo forestale dello Stato Rino Martini, è stato audito dalla Commissione in data 17 febbraio 2010.
In tale occasione ha reso dichiarazioni anche in merito agli episodi di intimidazione di cui sopra. Tali dichiarazioni sono state riportate già nel paragrafo relativo ai rapporti con i servizi (cfr. cap. 1, par. 1.12).

2.5 – Le dichiarazioni dell’Ispettore De Podestà
In data 17 febbraio 2010 è stato audito dalla Commissione l’ispettore De Podestà, appartenente al Corpo forestale dello Stato di Brescia.
Alla domanda, posta dalla Commissione se lo “smantellamento” del gruppo investigativo fosse stato determinato anche dal fatto “che stavate pestando piedi importanti” , lo stesso ha risposto in questi termini:
“Come sensazione sì, come riferimenti precisi no. I rapporti, finché c’è stato il colonnello Martini, li teneva lui con gli uffici superiori, sia con il comando regionale sia con il comando centrale di Roma. Quanto al fatto che, mentre si svolgeva attività investigativa, sorgevano incombenze ingiustificate a livello amministrativo, se n’é occupata anche la stampa e se ne occupò addirittura la magistratura, specificando che stavamo svolgendo delle indagini in campo nazionale e internazionale, quindi sembrava improprio che l’ufficio fosse smembrato per occuparsi anche dei compiti di carattere amministrativo”.

2.6 – Accertamenti svolti in conseguenza degli episodi denunciati
A fronte degli episodi sopra descritti non pare che siano state avviate specifiche indagini finalizzate ad accertare se gli episodi medesimi fossero effettivamente intimidatori nei confronti degli inquirenti né risultano svolti accertamenti finalizzati ad individuarne gli autori.
Peraltro deve evidenziarsi che gli inquirenti hanno più volte dichiarato di sentirsi controllati e seguiti nel corso delle attività investigative fuori sede.
Ebbene, data l’importanza delle indagini e la gravità dei fatti esposti, sfugge la ragione per la quale non siano state avviate immediatamente indagini mirate.
Quando è stato chiesto al dottor Pace (nel corso dell’audizione avanti alla Commissione) per quale motivo non furono immediatamente effettuate verifiche sul camioncino che ritenevano li seguisse e costituisse una sorta di postazione di controllo della loro attività, lo stesso ha risposto che non si intervenne immediatamente onde evitare che ciò potesse pregiudicare l’esito di ulteriori successivi accertamenti.
Tuttavia, deve osservarsi come, per quanto risulta alla Commissione, neanche in seguito sia stata avviata alcuna indagine sul punto.
Ad oggi, in mancanza di elementi di supporto, non è possibile sostenere nulla di più di quanto già all’epoca affermato dai magistrati e dai soggetti coinvolti nella vicenda in esame.

3. Lo sfaldamento del gruppo investigativo e l’esito delle indagini

Come evidenziato, la morte del capitano De Grazia segnò, obiettivamente, un forte rallentamento nelle indagini.
Nello stesso periodo di tempo, il colonnello Rino Martini assunse altro incarico presso un’azienda municipalizzata, il maresciallo Moschitta andò in pensione, il carabiniere Francaviglia fu trasferito, l’ispettore Tassi cessò di prestare la sua collaborazione.
Lo stesso magistrato che aveva fin dall’inizio assunto la direzione delle indagini, il dottor Neri, appena sei mesi dopo la morte di De Grazia si spogliò del procedimento, trasmettendolo per competenza alla procura presso il tribunale di Reggio Calabria, avvendo ipotizzato reati di competenza del tribunale.
In merito agli avvenimenti successivi alla morte del capitano De Grazia, il maresciallo Scimone, nel corso dell’audizione del 18 gennaio 2011 avanti alla Commissione, ha dichiarato:
“In seguito alla morte di De Grazia c’è stato praticamente un terremoto (…) C’è stato un momento di sbandamento e sei o sette mesi dopo la morte di De Grazia fu diffusa questa notizia dei Morabito e a quel punto abbiamo dovuto alzare le mani.
Io mi sono offerto anche di collaborare con la DDA in qualità di polizia giudiziaria per conoscere il fascicolo, che ho catalogato e consegnato personalmente”.

3.1 – L’incarico assunto dal colonnello Rino Martini presso la società municipalizzata di Milano per lo smaltimento rifiuti
Il 1° dicembre 1995, pochi giorni prima della morte del capitano De Grazia, il colonnello Martini lasciò l’incarico di colonnello del Corpo forestale dello Stato per assumere il ruolo di direttore operativo della società municipalizzata di Milano impegnata a fronteggiare l’emergenza rifiuti.
In merito alle ragioni che determinarono tale scelta, l’ex colonnello ha dichiarato alla Commissione in data 17 febbraio 2010:
“Era un salto di qualità dal punto di vista professionale e anche uno stimolo, quindi ho deciso di accettare (…) Mi sono dimesso il 16 ottobre 1995, e il 17 ottobre avevo già il decreto del Ministero dell’agricoltura firmato che accettava le mie dimissioni, quindi era già passato all’Ufficio regionale, era già andato al Ministero dell’agricoltura, ove era già stato accettato (…) È stata una scelta consapevole. Se avessi ricevuto pressioni esterne tali da portarmi ad accettare un posto migliore, non avrei mai dato le dimissioni. Alcune componenti ambientali quell’anno mi hanno un fatto capire che stavamo toccando interessi che andavano ben oltre le nostre possibilità, in particolare quelle di un Corpo forestale che non gode di protezioni di servizi o di altri apparati dello Stato, perché fra le cinque Forze di polizia è la struttura più debole da questo punto di vista.
Si sono verificate situazioni delicate come i controlli cui siamo stati oggetto durante l’attività investigativa, ma si percepiva tutti i giorni un’atmosfera molto difficile e delicata.”
Deve, peraltro, essere sottolineata una circostanza che suscita qualche perplessità in ordine alle risposte fornite dal colonnello Martini.
Lo stesso, invero, venne sentito a sommarie informazioni dal magistrato dottor Neri in data 7 marzo 1996, sempre nell’ambito del procedimento 2114/94 RGNR.
Alla domanda – subito posta dal magistrato – circa le ragioni che lo avevano indotto a lasciare l’incarico all’interno del Corpo forestale dello Stato, il colonnello Martini rispose di averlo fatto per motivi personali e “per altri motivi che al momento mi riservo di comunicare in seguito (…) Non appena mi sarà possibile chiarirò eventualmente ed in dettaglio i motivi che mi hanno indotto a lasciare il mio Corpo. Non escludo di poter rientrare nuovamente in servizio” (doc. 681/33).
E’ evidente, allora, che vi fossero motivazioni di ordine non personale che – né all’epoca né successivamente – il colonnello Martini ha voluto riferire.

3.2 – Il decesso del capitano De Grazia
Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1995 il capitano De Grazia partì, unitamente al maresciallo Moschitta e al Carabiniere Francaviglia, con autovettura di servizio, alla volta di La Spezia per dare esecuzione alle deleghe di indagine, firmate dal procuratore Scuderi e dal sostituto Neri, finalizzate ad acquisire maggiori elementi di conoscenza in merito all’affondamento di alcune navi.
Durante il viaggio, sul tratto autostradale di Salerno, alle prime ore del 13 dicembre 1995, il capitano De Grazia venne colto da malore e, quindi, trasportato, dall’ambulanza nel frattempo intervenuta, presso il pronto soccorso dell’ospedale di Nocera Inferiore, ove giungeva cadavere.
In data 22 dicembre 1995 il capitano Antonino Greco, comandante del nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria, rimise al procuratore della Repubblica presso la pretura di Reggio Calabria, dott. Scuderi, le sei deleghe di indagine datate 11 dicembre 1995 “non potute evadere a causa del decesso del capitano di corvetta Natale De Grazia”.

3.3 – Il pensionamento del maresciallo Moschitta e il trasferimento del carabiniere Francaviglia
Il 14 ottobre 1996 (all’età di 44 anni), il maresciallo Moschitta andò in pensione, su sua domanda avanzata nel giugno 1996, come dallo stesso dichiarato al pubblico ministero Russo, in data 9.4.97.
Nel corso dell’audizione dell’11 marzo 2010 avanti alla Commissione, il maresciallo ha spiegato le ragioni della sua scelta:
“Dopo aver depositato l’ultimo atto in merito alle indagini sui radioattivi, sono andato in pensione. Era il 14 ottobre 1996, due giorni dopo aver depositato l’informativa che avevo promesso alla buonanima di Natale De Grazia. Anche se lui in quel momento non c’era più, gli avevo promesso che, anche se fosse stato l’ultimo atto della mia carriera, avrei portato avanti le sue indagini fino a quando avessi potuto. Dopo la sua morte mi sono sentito male, i miei valori si sono sballati, tanto che successivamente ho avuto un infarto e mi sono stati applicati due by-pass” .
Nella successiva audizione del 10 maggio 2010 il maresciallo Moschitta ha precisato di essere stato collocato in pensione con la dicitura «per massimo periodo previsto» in quanto all’epoca, la normativa prevedeva, quale periodo massimo per il pensionamento, venticinque anni di servizio effettivi, più cinque di abbuono. Il maresciallo si è così espresso:
“Sarei potuto rimanere, ma mi sentivo stanco. Dopo la morte di De Grazia, i miei valori sono sballati. Non mi sentivo bene, tanto che, a distanza di un anno, ho avuto un infarto e, a distanza di un altro anno, ho dovuto fare un’operazione per impiantare due bypass al cuore. Questa indagine mi ha effettivamente stressato oltre il consentito”. L’altro compagno di viaggio del capitano De Grazia, il carabiniere Rosario Francaviglia, ha dichiarato, in sede di audizione avanti alla Commissione, di aver chiesto il trasferimento a Catania, vicino casa, subito dopo la morte del capitano. Ha specificato che già in precedenza aveva avanzato diverse richieste di trasferimento, ma tutte avevano avuto esito negativo. Secondo quanto riferito, per l’ultima domanda “stavano ritardando il trasferimento proprio perché avevamo l’indagine in corso. Mi era già arrivato esito negativo, dopodiché ho ripresentato domanda e il trasferimento è avvenuto nel 1996”.
La Commissione ha domandato al carabiniere Francaviglia cosa avesse fatto successivamente e lui ha risposto:
“ Ho smesso, anzitutto perché l’indagine era passata al dottor Cisterna, se non erro, in procura. Ero stato interpellato per continuare a partecipare all’indagine e ho rifiutato, perché non ne avevo più intenzione, non ero più interessato. Avevo perso interesse per quell’indagine, non so se a causa di quell’episodio ”

3.4 – La cessata collaborazione da parte dell’ispettore superiore del Corpo forestale dello Stato Claudio Tassi.
Nel corso dell’audizione avanti alla Commissione avvenuta in data 24 febbraio 2010, l’isp. Tassi (il quale aveva avuto un ruolo importante nelle indagini, soprattutto per i suoi contatti con la fonte confidenziale “Pinocchio”) ha confermato la circostanza di non essersi più occupato delle indagini dopo qualche mese dal decesso del capitano De Grazia. Alla domanda se si fosse trattato di una sua iniziativa, l’ispettore ha risposto negativamente. Testualmente, ha dichiarato (pag. 6): “non posso dire di essere stato escluso dall’attività investigativa, ma era un filone di Brescia, quindi può anche darsi che chi seguiva quel filone abbia deciso di proseguire da solo”

3.5 – La trasmissione del procedimento n. 2114/94 per competenza alla procura della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria

In data 27 giugno 1996 il dott. Francesco Neri trasmise alla procura della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria il procedimento penale n. 2114/94 iscritto a carico di Giorgio Comerio + altri, ipotizzando la sussistenza dei reati di competenza del tribunale di cui agli articoli 110, 428 e 110, 434 del codice penale.
Dal procedimento trasmesso nacquero, presso la procura presso il tribunale di Reggio Calabria, i seguenti procedimenti, affidati entrambi al dottor Alberto Cisterna:
- il primo, recante il n. 100/1995 R.G.N.R., volto a verificare l’ipotesi di traffico di armi;
- il secondo, recante il n. 1680/96 R.G.N.R., volto a verificare l’ipotesi del traffico di rifiuti radioattivi tramite affondamenti di navi (in particolare la Rigel e la Rosso) nonché la riconducibilità di tali azioni a Giorgio Comerio ed altri indagati.
In data 9 ottobre 1996 venne depositata l’informativa riassuntiva delle indagini sino a quel momento svolte dalla procura circondariale di Reggio Calabria, informativa firmata dal comandante Greco, ma redatta dal maresciallo Nicolò Moschitta pochi giorni prima del suo pensionamento (doc. 319/1).
Entrambi i procedimenti menzionati furono definiti con decreto di archiviazione. Nel procedimento n. 1680/96, peraltro, alcune ipotesi di reato non furono archiviate ed i relativi atti vennero trasmessi alle procure di La Spezia e di Lamezia Terme, ritenute competenti territorialmente.

PARTE SECONDA – LE CAUSE DELLA MORTE DEL CAPITANO DE GRAZIA E L’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA
1.
1.1 – Il decesso del capitano De Grazia
Il 13 dicembre 1995, a soli 39 anni, il capitano De Grazia è deceduto per cause che a molti, compresi i pubblici ministeri titolari dell’indagine allora in corso, apparvero quanto meno sospette e che ancora oggi, a distanza di anni, continuano ad essere considerate tali (in questi termini si sono espressi sia il dottor Neri che il dottor Pace nel corso dell’audizione innanzi a questa Commissione parlamentare).
Il dottor Pace, in particolare, nell’audizione del giorno 20.1.10, ha dichiarato: “Quando è giunta la notizia della morte di De Grazia io, Neri ed altri non abbiamo avuto dubbi sul fatto che quella morte non fosse dovuta a un evento naturale. Avevo sentito De Grazia alle 10,30 di quella mattina, mi aveva detto che con una delega di Neri si sarebbe recato prima a Massa Marittima e poi a la Spezia, mi avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarmi con una nave sul punto esatto in cui è affondata la Rigel. Alle 10,30 del 13 dicembre, giorno in cui è morto, ricevetti questa sua telefonata in ufficio, ma non sono in grado di fornire elementi obiettivi”.
Cosa accadde quel giorno? Ciò che accadde è stato ricostruito dagli inquirenti esclusivamente sulla base della relazione di servizio e delle testimonianze rese dal maresciallo Nicolò Moschitta e dal carabiniere Rosario Francaviglia, i quali il 12 dicembre 1995 si trovavano con il capitano De Grazia, diretti al porto di La Spezia, ove avrebbero dovuto dare esecuzione ad alcune deleghe dell’autorità giudiziaria cui si è fatto riferimento nei paragrafi precedenti.
Si trattava di un’attività alla quale avrebbe dovuto necessariamente partecipare il capitano De Grazia, in ragione di una competenza specifica nella materia marittima, tale da renderlo elemento insostituibile nello svolgimento delle indagini.
Sono state acquisite dalla Commissione le copie delle deleghe di indagini emesse dal magistrati di Reggio Calabria in data 11 dicembre 1995 (di cui si è trattato nella parte prima, capitolo 1, paragrafo 1.10).
Dunque, il capitano De Grazia partì, unitamente al maresciallo Moschitta e al carabiniere Francaviglia, alla volta di La Spezia, in data 12 dicembre 1995, nel tardo pomeriggio.
Secondo quanto emerso dalle indagini, durante il viaggio, sul tratto autostradale di Salerno, alle prime ore del 13 dicembre 1995 il capitano venne colto da malore e, quindi, trasportato in ambulanza presso l’ospedale civile di Nocera Inferiore, ove giunse cadavere.
Come già evidenziato, il decesso del capitano De Grazia ha coinciso con una fase di rallentamento (e successivamente) di vero e proprio arresto delle indagini che lo stesso stava portando avanti.
Dal momento della sua morte in poi vi è stato un progressivo sfaldamento dell’attività investigativa concomitante a quello del pool che fino ad allora aveva profuso impegno ed energie negli accertamenti connessi al traffico di rifiuti radioattivi.

1.2 – Il procedimento aperto presso la procura della Repubblica di Nocera Inferiore
A seguito del decesso del capitano De Grazia venne aperto un procedimento dalla procura della Repubblica di Nocera Inferiore, territorialmente competente in relazione al luogo del decesso.
Gli atti del procedimento sono stati acquisiti in copia dalla Commissione (doc. 321/1 e 321/2).
E’ importante seguire la scansione temporale degli atti procedimentali compiuti nell’ambito della suddetta indagine, per poi entrare nel merito delle risultanze processuali.
In sostanza, le indagini si sono articolate in due fasi:
1) la prima fase è consistita essenzialmente nell’espletamento dell’autopsia sul corpo del capitano De Grazia (effettuata per rogatoria dalla procura di Reggio Calabria) nonché nell’acquisizione dell’annotazione redatta dai carabinieri di Nocera Inferiore intervenuti sul posto e della relazione di servizio redatta dal maresciallo Moschitta e dal carabiniere Francavilla nei giorni successivi al decesso.
In questa fase non sono stati svolti ulteriori accertamenti né presso il ristorante “Da Mario”, ove il capitano De Grazia cenò per l’ultima volta unitamente ai suoi compagni di viaggio, né presso altri luoghi. E neppure sono state sentite a sommarie informazioni le persone che avevano assistito ai fatti, come il maresciallo Moschitta, il carabiniere Francaviglia, i medici del pronto soccorso, il personale dell’ambulanza e gli appartenenti al nucleo mobile della stazione Carabinieri intervenuti sul posto.
Nessuna informazione dettagliata è stata, poi, acquisita formalmente in merito alle indagini che il capitano De Grazia si accingeva a svolgere a La Spezia.
Sulla base, dunque, dei risultati dell’autopsia contenuti nella relazione depositata nel marzo 1996 dal medico legale nominato dal pubblico ministero è stata richiesta ed ottenuta l’archiviazione del procedimento.
La seconda fase del procedimento è stata avviata un anno dopo, a seguito della istanza di riapertura delle indagini presentata dai congiunti del capitano De Grazia.
Seguendo in parte le indicazioni contenute in detta istanza, il pubblico ministero titolare del procedimento (sostituto procuratore Giancarlo Russo) si recò a Reggio Calabria per sentire personalmente a sommarie informazioni il sostituto Francesco Neri, i carabinieri Moschitta e Francaviglia, la signora Vespia e il signor Pontorino (rispettivamente moglie e cognato del capitano De Grazia) ed, infine, il dottor Asmundo (consulente medico legale di parte) e la dottoressa Del Vecchio.
Dispose, quindi, una nuova consulenza medico legale, affidandosi allo stesso consulente che aveva espletato la prima, ossia alla dottoressa Simona Del Vecchio, successivamente risentita a sommarie informazioni dal magistrato.
Delegò, infine, i Carabinieri per effettuare accertamenti presso il ristorante “Da Mario”.
Anche in questa seconda fase delle indagini si è rivelata dirimente, ai fini della successiva archiviazione, la relazione di consulenza tecnica medico legale con la quale si è ribadito che il decesso era riconducibile a cause naturali, non essendo state riscontrate anomalie neanche a seguito degli ulteriori esami tossicologici e istologici effettuati sui tessuti prelevati.

1.3 – Gli atti del procedimento
Si riporta, di seguito, la cronologia degli atti contenuti nel fascicolo aperto dalla procura di Nocera inferiore, utili alla ricostruzione degli eventi e delle indagini che furono compiute:
- alle ore 00:15 del 13 dicembre 1995 la centrale operativa dei Carabinieri ordinò all’aliquota radiomobile della Compagnia di Nocera Inferiore di recarsi presso l’autostrada A/30, un chilometro prima della barriera autostradale di Mercato San Severino (SA), in quanto all’uscita di una galleria vi era un’autovettura con a bordo persona colta da malore. Contestualmente venne allertata l’autombulanza;
- dall’annotazione di servizio redatta in data 13 dicembre 1995 alle ore 6:30 dai Carabinieri dell’aliquota radiomobile risulta che i Carabinieri e l’autombulanza arrivarono contemporaneamente sul posto ove trovarono sulla corsia di emergenza, di fianco allo sportello posteriore destro di una Fiat Tipo, un uomo (poi identificato con il capitano De Grazia) posto sul manto stradale, in posizione supina, subito soccorso e trasportato presso l’ospedale di Nocera Inferiore. Giunti presso il nosocomio, i militari appurarono, tramite il sanitario di guardia, dottor Amodio, che il capitano era deceduto durante il tragitto verso l’ospedale (come da referto 2618 del 13 dicembre 1995). Vennero avvisati i familiari. La borsa e gli effetti personali del capitano De Grazia vennero consegnati ad un militare in caserma, mentre la valigetta 24 ore contenente gli atti di cui al procedimento n. 2114/94 R.G.N.R. venne consegnata al maresciallo Moschitta;
- alle ore 11.40 del 13 dicembre 1995, i carabinieri della stazione CC Nocera Inferiore trasmisero un fax alla locale procura della Repubblica, comunicando che alle ore 0.50 era giunto, presso il Pronto soccorso dell’ospedale civile di Nocera Inferiore, il corpo del cap. De Grazia e che il medico di guardia aveva accertato come causa della morte “infarto del miocardio” con conseguente arresto cardio-circolatorio;
- il referto 2618 del 13 dicembre 1995, sottoscritto dal medico di guardia dottor Amodio, risulta acquisito dai CC di Nocera Inferiore: in esso si attesta che il Capitanto giunse cadavere al pronto soccorso (doc. 1245/3);


- venne iscritto, presso la procura circondariale di Reggio Calabria, il procedimento modello 45 (da riferire ad atti non costituenti notizia di reato) avente n. 1611/95;
- sempre in data 13 dicembre 1995 venne rilasciato dal pubblico ministero titolare del procedimento, dottor Giancarlo Russo, il nulla osta al seppellimento, ove venne indicata, quale causa della morte, “infarto miocardico – arresto cardiocircolatorio” e, quale medico legale intervenuto, il dottor Contaldo;
- il giorno seguente, il procuratore capo della procura circondariale di Reggio Calabria, dottor Scuderi, segnalò, con una nota scritta alla procura di Nocera Inferiore, l’opportunità di disporre l’esame autoptico sulla salma del capitano De Grazia;
- a seguito di tale nota, il 15 dicembre 1995 il pubblico ministero di Nocera Inferiore delegò la procura della Repubblica di Reggio Calabria ad effettuare per rogatoria il disseppellimento del cadavere, nel frattempo trasportato a Reggio Calabria, e l’esame autoptico; nella medesima delega, il pubblico ministero Russo segnalò, inoltre, l’opportunità di escutere a sommarie informazioni testimoniali i carabinieri che avevano viaggiato con il capitano e ogni altra persona (familiari, investigatori) in grado di riferire circostanze utili alle indagini “volte a chiarire con certezza la causalità del decesso”;
- nella stessa data il pubblico ministero della procura di Reggio Calabria (dottoressa Apicella) dispose il disseppellimento del cadavere del Cap. De Grazia;
- il 18 dicembre 1995 Anna Maria Vespia (moglie del capitano De Grazia) nominò consulente tecnico di parte il dottor Asmundo, primario presso l’Istituto di medicina legale dell’Università di Messina.
- il 19 dicembre 1995 venne conferito l’incarico alla dottoressa Del Vecchio per effettuare l’autopsia nonché l’esame istologico e chimico tossicologico dei tessuti;
- il 22 dicembre 1995 il comandante del reparto operativo – nucleo oeprativo dei Carabinieri di Reggio Calabria, Antonino Greco, trasmise al procuratore capo della procura circondariale di Reggio Calabria, dottor Scuderi, una nota con la quale restituiva le sei deleghe ricevute e non potute evadere in ragione del decesso del capitano De Grazia, allegando la relazione redatta dal maresciallo Moschitta e dal carabiniere Francaviglia in merito ai fatti occorsi in data 12 e 13 dicembre 1995, nonché la relazione di servizio redatta dal nucleo radiomobile dei carabinieri di Nocera Inferiore intervenuti sull’autostrada su richiesta del maresciallo Moschitta. Nella nota di trasmissione il comandante Greco specificò che la valigetta che De Grazia aveva a con sé il giorno del decesso, consegnata al maresciallo Moschitta dai carabinieri di Nocera Inferiore intervenuti, era stata riconsegnata al dottor Neri il giorno 21 dicembre 1995;
- in data 8 gennaio 1996 la nota e le relazioni allegate furono trasmesse via fax dal procuratore Scuderi al sostituto procuratore Giancarlo Russo;
- il 12 marzo 1996 il medico legale, dottoressa Del Vecchio, depositò la relazione di consulenza tecnica: il decesso del capitano venne ricondotto “ad una morte di tipo naturale, conseguente ad una insufficienza cardiaca acuta, inquadrabile più specificatamente nella fattispecie della morte improvvisa”;
- vennero, quindi, trasmessi gli atti alla procura della Repubblica di Nocera Inferiore;
- il 9 luglio 1996 il sostituto procuratore dottor Russo richiese l’archiviazione, accolta dal Gip il successivo 28 settembre 1996;
- nessuna altra indagine venne svolta in questa fase: in sostanza, l’archiviazione venne chiesta e disposta sulla base della relazione redatta dai carabinieri Moschitta e Francaviglia e dei risultati dell’autopsia, mentre non ebbero seguito le ulteriori (e pur generiche) attività investigative di cui alla delega del pubblico ministero Russo del 15 dicembre 1995;
- In data 8 marzo 1997 i prossimi congiunti del capitano De Grazia chiesero la riapertura delle indagini (allegando la consulenza tecnica di parte, redatta dal dottor Asmundo, che fino a quel momento non risultava essere stata depositata) sulla base di una serie di considerazioni: la necessità di chiarire per quale motivo i due consulenti (quello d’ufficio e quello di parte) fossero giunti a conclusioni diverse; la necessità di sentire altre persone informate sui fatti (parenti, ufficiali di polizia giudiziaria, magistrati) nonché di identificare gli ufficiali del S.I.O.S. della Marina militare con cui De Grazia avrebbe avuto contatti prima a Messina e poi a Roma;
- negli atti trasmessi alla Commissione non vi è traccia del provvedimento di riapertura delle indagini; in ogni caso, dagli stessi si ricava che venne iscritto un procedimento a carico di ignoti (procedimento penale n. 251/97, mod. 44) per il reato di cui all’articolo 575 del codice penale (omicidio);
- in data 1° aprile 1997 il pubblico ministero conferì una delega ai CC per accertamenti in merito al ristorante “da Mario”, ove si fermarono a cenare De Grazia, Moschitta e Francaviglia;
- l’esito delle indagini, per la verità poco produttive perchè disposte a distanza di tempo dai fatti, venne trasmesso in data 8 aprile 1997;
- in data 8 e 9 aprile 1997 vennero sentiti personalmente dal pubblico ministero di Nocera Inferiore le seguenti persone: il maresciallo Moschitta e il maresciallo Rosario Francaviglia, il dottor Neri, Francesco Postorino (cognato di De Grazia), il dottor Asmundo, Anna Maria Vespia (moglie del capitano De Grazia);
- il 23 aprile 1997 il pubblico ministero dottor Russo sentì a chiarimenti la dottoressa Del Vecchio in merito alle osservazioni formulate dal consulente tecnico di parte dottor Asmundo nonché in merito agli ulteriori possibili accertamenti tossicologici;
- in data 12 giugno 1997 il pubblico ministero dispose il disseppellimento del cadavere del capitano De Grazia;
- il 18 giugno 1997 venne conferito nuovo incarico alla dottoressa Del Vecchio al fine di effettuare ulteriori accertamenti chimico-tossicologici;
- in data 11 dicembre 1997 venne depositata la consulenza medico legale e, nello stesso giorno, fu sentita a chiarimenti la dottoressa Del Vecchio;
- in data 28 luglio 1998 venne nuovamente formulata richiesta di archiviazione, accolta dal Gip a quattro anni di distanza con provvedimento consistente nell’apposizione, in calce alla richiesta di archiviazione, di un timbro recante, in luogo della parte motiva del provvedimento, la dicitura prestampata “letti gli atti, condivisa la richiesta del pubblico ministero”. Il timbro reca la sottoscrizione del Gip, dottoressa Raffaella Caccavela e la data di deposito 26 novembre 2002 (doc. 1276/3).

1.4 – Gli elementi emersi nel corso delle indagini

1.4.1 – La relazione di servizio e le dichiarazioni del maresciallo Moschitta e del carabiniere Francaviglia
I militari che si trovavano con il capitano De Grazia al momento dell’evento redassero una relazione di servizio il 22 dicembre successivo, descrivendo analiticamente il viaggio, le tappe effettuate e le circostanze che accompagnarono il decesso del loro collega.
Nell’aprile 1997 gli stessi vennero sentiti a sommarie informazioni dal pubblico ministero Russo.
Dalla relazione e dalle loro dichiarazioni risulta quanto segue: i militari partirono da Reggio Calabria alle ore 18.50 del 12 dicembre 1995 a bordo di autovettura di servizio, una Fiat Tipo con targa di copertura, appartenente al reparto operativo del Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria e nel corso del viaggio vennero effettuate quattro soste:
- la prima, presso l’autogrill di Villa San Giovanni, ove scese dal mezzo solo il capitano De Grazia per acquistare delle sigarette;
- la seconda, presso l’autogrill di Cosenza, ove scesero il maresciallo Moschitta e il carabiniere Francaviglia;
- la terza, presso l’autogrill di Lauria, ove venne effettuato rifornimento di carburante (nessuno scese dall’auto);
- la quarta, in località Campagna, dove i militari decisero di fermarsi intorno alle ore 22.30 per recarsi presso il ristorante “Da Mario”. A detta dei militari, quest’ultima tappa non era stata programmata.
Dalla relazione di servizio risulta che i tre militari non furono avvicinati da alcuno durante le soste.
Nel ristorante, a parte il cameriere e il titolare, c’erano solo altre due persone che stavano per ultimare la loro cena e che, dopo poco, andarono via salutando il titolare del ristorante amichevolmente (in modo tale da potersi dedurre che ci fosse tra loro un rapporto di pregressa conoscenza o familiarità).
Secondo il racconto conforme dei due Carabinieri, presso il ristorante mangiarono tutti le stesse cose, a parte una fetta di torta che fu ordinata solo dal capitano De Grazia, bevvero tutti un po’ di vino e del limoncello e intorno alle 23.30 ripresero il viaggio.
Alla guida dell’autovettura si pose il Carabiniere Francaviglia, sul sedile lato passeggero si sedette il capitano De Grazia e sui sedili posteriori il maresciallo Moschitta.
Il capitano si addormentò e iniziò a russare rumorosamente.
Quando giunsero nei pressi del casello autostradale Caserta-Roma, il capitano chinò la testa in modo anomalo (erano le ore 24:00 circa), tanto che gli altri occupanti dell’autovettura cercarono di svegliarlo; quando gli toccarono il volto si resero conto che era freddo e sudato; quindi, superata la galleria in cui si trovavano, si fermarono nella corsia di emergenza.
Il maresciallo Moschitta, resosi conto della gravità della situazione, chiamò il 112 affinché venisse inviata un’ambulanza.
Rispose un operatore del 112 di Napoli che allertò – alle 00:15 – i Carabinieri di Nocera Inferiore (come risulta dall’annotazione di servizio da questi ultimi redatta).
Nel frattempo il Carabiniere Francaviglia provò ad effettuare una serie di massaggi cardiaci e la respirazione bocca a bocca, ciò che determinò una parziale fuoriuscita di cibo dallo stomaco del capitano De Grazia.
Dopo circa venti minuti dalla chiamata giunse un’autoradio dei carabinieri del nucleo radiomobile di Nocera Inferiore unitamente ad un’ambulanza che trasportò il capitano presso il pronto soccorso dell’ospedale civile di Nocera Inferiore.
Dall’annotazione di servizio redatta dai CC di Nocera Inferiore intervenuti sul posto risulta che, non appena giunsero presso il pronto soccorso (circa alle 00:50), vennero informati dal sanitario di guardia, dottor Amodio, che il capitano era deceduto durante il trasporto verso l’ospedale. I militari riferirono tale notizia ai loro superiori.
Nell’annotazione si dà atto che vennero informati i familiari del capitano e che la valigetta “24 ore” appartenente al capitano De Grazia fu consegnata al maresciallo Moschitta.
Solo il mattino seguente il corpo venne esaminato tramite visita esterna dal medico legale dell’ospedale, dottor Contaldo, il quale diagnosticò la morte del capitano De Grazia per “infarto miocardico”.
Il maresciallo Moschitta ha riferito di aver sottolineato subito l’opportunità di sottoporre il cadavere ad esame autoptico, circostanza che indusse il medico legale ad interpellare il magistrato di turno, dottor Russo. Questi, peraltro, sentito il parere del medico circa la causa naturale della morte, decise di non disporre l’autopsia, concedendo, poche ore più tardi, il nulla osta al seppellimento.
In proposito va evidenziato che – secondo quanto invece riferito al pubblico ministero Russo da Francesco Postorino (cognato del capitano De Grazia, intervenuto presso l’ospedale) – né il maresciallo Moschitta né i congiunti stessi del capitano avanzarono richieste affinché fosse disposto l’esame autoptico.
Va rilevato che non c’è nessuna testimonianza in ordine a ciò che accadde dal momento dell’arrivo al pronto soccorso fino al mattino successivo, allorquando giunse il medico legale.
Si riporta, di seguito, la relazione di servizio citata, redatta il 22 dicembre 1995, firmata dal maresciallo Moschitta e dal carabiniere Francaviglia e vistata dal comandante del Nucleo operativo A. Greco (doc. 319/1):



1.4.2 – La decisione di procedere all’accertamento autoptico. L’incarico al medico legale dottoressa Del Vecchio
Come detto, della morte del capitano fu informato anche il procuratore capo della procura circondariale di Reggio Calabria, dottor Scuderi, il quale, venuto a conoscenza del fatto che il pubblico ministero di Nocera Inferiore aveva dato il nulla osta al seppellimento, inviò, in data 14 dicembre 1995, una nota alla procura della Repubblica di Nocera Inferiore sottolineando l’opportunità di far eseguire l’esame autoptico sulla salma, al fine di sgomberare il campo da ogni sospetto circa le cause della morte.
Il procuratore Scuderi motivava la richiesta in ragione delle delicate e complesse indagini che stava seguendo il capitano De Grazia tendenti ad accertare se dietro il naufragio di vecchie navi si celassero episodi di illecito smaltimento di rifiuti radioattivi. Sottolineava, in particolare, “l’enorme rilevanza degli interessi in gioco, l’accertato coinvolgimento di governi, istituzioni, personalità influenti nel campo politico ed economico, il fatto che in passato le attività degli inquirenti hanno registrato inquietanti presenze (pedinamenti) sulle quali ai distanza di mesi, per quanto a conoscenza di questo ufficio, non si è fatta luce, la circostanza che l’attività di indagine che il cap. De Grazia si accingeva a svolgere poteva essere decisiva per l’individuazione di fatti–reato e responsabilità, le gravi conseguenze che sul piano investgativo provocherà il venir meno del contributo della elevatissima professionalità del succitato ufficiale” (doc. 681/87).
Dunque, i primi sospetti circa un eventuale collegamento tra la morte del capitano e le indagini che lo stesso stava portando avanti furono sollevati proprio dai titolari dell’indagine sulle “navi a perdere”.

La richiesta del procuratore Scuderi venne recepita dal pubblico ministero Russo il quale, il giorno successivo, delegò la procura della Repubblica di Reggio Calabria affinché venisse disposto il disseppellimento del cadavere (nel frattempo trasportato a Reggio Calabria) ed espletato l’esame autoptico; nella delega il pubblico ministero segnalò, inoltre, l’opportunità di escutere a sommarie informazioni testimoniali i carabinieri che accompagnavano il capitano e ogni altra persona (familiari, investigatori) in grado di riferire circostanze utili alle indagini “volte a chiarire con certezza la causalità del decesso”.
L’autorità giudiziaria delegata (nella persona del pubblico ministero presso il tribunale di Reggio Calabria, dottoressa Apicella) dispose, quindi, il disseppellimento del cadavere che avvenne lo stesso 15 dicembre 1995, alla presenza del sanitario di polizia mortuaria dell’USL 11, nonché del maresciallo Domenico Scimone atteso che la dottoressa Apicella aveva delegato per il controllo della regolarità delle operazioni proprio gli Ufficiali della sezione di polizia giudiziaria dei CC della procura presso il tribunale di Reggio Calabria, sezione alla quale apparteneva appunto il maresciallo Scimone.
L’incarico di eseguire l’autopsia e gli esami tossicologici venne affidato alla dottoressa Simona Del Vecchio (in proposito, il dottor Russo, sentito da questa Commissione in data 22 febbraio 2011, ha precisato che era stata la dottoressa Apicella, pubblico ministero presso il tribunale di Reggio Calabria, a scegliere la dottoressa Del Vecchio quale consulente).
Anche i familiari del capitano nominarono un consulente medico legale (il dottor Alessio Asmundo).
La scelta del dottor Asmundo avvenne su indicazione del dottor Neri, al quale la famiglia di De Grazia aveva chiesto consiglio. Il dottor Neri, sentito su questa circostanza nell’aprile 1997 dal PM Russo, ha dichiarato: “Effettivamente i familiari del capitano De Grazia mi chiesero a chi avrebbero potuto rivolgersi per una consulenza medico-legale di parte ed io indicai che noi di solito ci rivolgevamo all’Istituto di medicinalLegale di Messina presso il prof. Aragona o il professor Asmundo, periti di ottima preparazione”.
Va evidenziato che le indagini preliminari si sostanziarono, in questa fase, esclusivamente nel conferimento dell’incarico di consulenza tecnica per l’espletamento dell’autopsia e nell’acquisizione della relazione di servizio redatta dai carabinieri Moschitta e Francaviglia.
Il 19 dicembre 1995 la dottoressa Apicella, pubblico ministero presso la procura di Reggio Calabria, conferì incarico di consulenza tecnica alla dottoressa Del Vecchio in merito ai seguenti quesiti:
- accerti il consulente, previo esame autoptico della salma del capitano De Grazia la natura, le modalità e i mezzi che ne hanno cagionato il decesso;
- accerti, mediante esame istologico e chimico-tossicologico, l’eventuale presenza di sostanze tossiche o con analoghe caratteristiche, che abbiano cagionato il decesso di cui sopra.
Le operazioni di consulenza si svolsero presso la camera mortuaria dell’ospedale di Reggio Calabria, alla presenza del dottor Asmundo.
La dottoressa Del Vecchio, nella sua relazione depositata il 12 marzo 1996, concluse nel senso che la morte del capitano De Grazia doveva ricondursi alla cosiddetta “morte improvvisa dell’adulto, che trova origine per lo più in un’ischemia del miocardio con successive gravi turbe del ritmo cardiaco, che si manifestano anche in assenza di segni premonitori e che, dal punto di vista anatomopatologico, addirittura nella metà dei casi circa, sono caratterizzati dall’assenza di segni specifici, non solo macroscopici, ma anche microscopici e ultramicroscopici”.
La morte improvvisa viene definita nella relazione come un evento repentino e inatteso caratterizzato dal fatto che il soggetto passa da una condizione di completo benessere o, almeno, di assenza di sintomi, alla morte in un arco di tempo inferiore alle 24 ore. La causa scatenante può essere determinata (oltre che da uno sforzo fisico) anche da una condizione di permanente tensione emotiva e di allarme conseguente all’espletamento di attività professionali particolarmente impegnative, delicate e rischiose, fonte di enormi responsabilità (come nel caso del capitano De Grazia) che possono determinare una condizione di stress continuo che alla fine precipita la situazione cardiaca.

1.4.3 – La relazione del consulente di parte. Differenze rispetto alla relazione del consulente del pubblico ministero
La consulenza tecnica del 18 giugno 1996 redatta dal dottor Alessio Asmundo contiene conclusioni analoghe a quelle della dottoressa De Vecchio per quanto concerne l’individuazione della natura cardiaca della morte.
Se ne differenzia, invece, quanto alla descrizione dei reperti obiettivi:
- il consulente d’ufficio aveva descritto “un cuore di forma normale e volume diminuito”, mentre il consulente tecnico di parte lo descrive come un cuore leggermente globoso, con punta formata dal ventricolo sinistro e maggiore prevalenza del destro rispetto alla norma;
- il consulente d’ufficio aveva descritto “il tessuto adiposo sottoepicardico molto rappresentato con colorito grigiastro ed aspetto translucido…… il tessuto adiposo si approfondisce a tratti financo nei piani muscolari; il consulente tecnico di parte definisce, invece, il tessuto adiposo subepicardico quantitativamente e qualitativamente normo-rappresentato;
- il consulente d’ufficio aveva evidenziato un’evidente sofferenza delle arterie di piccolo e medio calibro, che presentano ispessimento sia avventiziale che intimale, con lumi ristretti; mentre il consulente tecnico di parte afferma che le coronarie sono apparse esenti da alterazioni di natura aterosclerotica.
In merito poi alle cause della morte, il consulente tecnico di parte conclude nel senso che “la morte di De Grazia Natale rappresenta caratteristico accidente cardiaco improvviso per insufficienza miocardica acuta da miocitosi coagulativa da superlavoro in soggetto affetto da cardiomiopatia dilatativa”.
Il dottor Asmundo è stato sentito a sommarie informazioni dal pubblico ministero dottor Russo al fine di fornire chiarimenti in merito alla sua relazione ed, in tale occasione, ha sostenuto che:
- il capitano De Grazia era morto per una causa patologica naturale essendo affetto da cardiomiopatia dilatativa da catecolamine;
- non condivideva quanto sostenuto dalla dottoressa Del Vecchio in merito al volume del cuore ed all’eccesso di grasso, non avendo riscontrato tali anomalie;
- si era trattato, quindi, di una morte improvvisa da causa cardiaca, che però il consulente tecnico d’ufficio ricollegava ad un meccanismo patogenetico diverso, connesso a problemi di trasmissione dell’impulso cardiaco.
Il dottor Asmundo, pur non avendo partecipato agli esami tossicologici per non essere stato avvisato, a suo dire, dalla collega, ha però affermato che erano stati effettuati tutti gli accertamenti tossicologici in merito all’eventuale ingestione di sostanze venefiche.

1.4.4 – Gli ulteriori accertamenti disposti su richiesta dei familiari del capitano De Grazia
A seguito del deposito della relazione da parte del consulente tecnico di parte, i familiari della vittima depositarono – nel marzo 1997 – una richiesta di riapertura indagini.
In sostanza, lamentavano le carenze investigative dell’inchiesta svolta, non essendo state ascoltate le persone che avrebbero potuto fornire maggiori informazioni sulle circostanze particolari del decesso (ad esempio i carabinieri che viaggiavano con il capitano De Grazia, il dottor Neri, il maresciallo Scimone) e non essendo stato effettuato alcun accertamento in merito al ristorante ove il capitano aveva presumibilmente mangiato il 12 gennaio 1995.
Vennero, quindi, effettuati gli ulteriori approfondimenti richiesti a distanza di un anno e mezzo dai fatti. Si accertò che effettivamente in località Campagna era attivo (anche all’epoca dei fatti) il ristorante “Da Mario”, gestito dal titolare Desiderio D’Ambrosio, dalla madre Antonina Adelizzi e dalla convivente Antonina D’Elia, tutti esenti da pregiudizi penali. Si accertò che la conduzione era di tipo familiare e che i titolari si avvalevano di personale esterno solo in occasione di banchetti o cerimonie.
Deve, peraltro, rilevarsi che non furono mai sentiti i gestori del ristorante né fu mai effettuato un sopralluogo.
Vennero, invece, sentiti a sommarie informazioni i congiunti del capitano De Grazia, il consulente tecnico di parte dottor Asmundo, il sostituto procuratore dottor Neri e i carabinieri Moschitta e Francaviglia, ma non il maresciallo Scimone.
Per primo, in data 8 aprile 1997 venne sentito Postorino Francesco, cognato del capitano De Grazia, il quale, oltre a riferire in merito alle preoccupazioni che il capitano aveva per la sua incolumità in relazione alle indagini che stava svolgendo (preoccupazioni che aveva confidato al cognato), parlò dei sospetti che il capitano nutriva sul maresciallo Scimone.
Il signor Postorino si espresse in questi termini:
“Posso dirle che mio cognato mi ha riferito in qualche occasione di un comportamento strano del maresciallo Scimone del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio il quale faceva parte dello stesso gruppo investigativo coordinato dal dottor Neri. In particolare si riferì ad una strana condotta del maresciallo Scimone durante una certa perquisizione o un sopralluogo in Roma o nelle vicinanze senza però chiarirmi altro. Mi disse che in quella occasione la persona che si trovava in casa gli riferiva di essere amico di ammiragli e persone influenti, senza però chiarirmi altro. Qualche giorno prima della morte, sicuramente tra il giorno dell’Immacolata ed il 12 dicembre mi confessò in modo esplicito di essersi accorto che un suo collaboratore nelle indagini passava informazioni riservate ai servizi segreti deviati. Quando sulla base di quei sospetti da lui esplicitati in precedenza io gli feci il nome del maresciallo Scimone lui mi confermò facendo un cenno di assenso. Oltre questo non mi ha mai detto nient’altro che possa essere utile alle indagini. ADR: mio cognato mi ha anche ritento in più di una occasione di aver subito pressioni ma non ha specificato da parte di chi, so soltanto che una volta mi disse che se voleva poteva essere già ammiraglio. Presumo pertanto che lui facesse riferimento a pressioni che in qualche modo riceveva per le indagini che andava svolgendo da ambienti interni alla Marina o ad altri organismi statali (…) ricordo che mio cognato mi riferì, dopo l’inizio della sua partecipazione alle indagini, che era stato chiamato presso lo Stato maggiore della Marina a Roma per riferire sulle indagini. All’inizio delle indagini mi disse che doveva andare a Messina per incontrarsi con una persona dei servizi segreti della Marina, come da sua richiesta, proprio in relazione alle indagini che avrebbe compiuto”.
In data 8 aprile 1997 venne sentita anche la moglie del capitano De Grazia, Anna Maria Vespia. La stessa riferì, in sintesi:
- che era a conoscenza delle delicate indagini condotte dal marito sui rifiuti radioattivi, per le quali lo stesso appariva pensieroso e preoccupato;
- che il marito non le aveva mai riferito di aver ricevuto minacce, seppur le aveva fatto capire la delicatezza delle indagini;
- che le sembrava strano il fatto che i carabinieri che accompagnavano il marito, invece di portarlo subito in ospedale, si fossero fermati sulla strada in attesa dei soccorsi;
- che il marito aveva posticipato la partenza per La Spezia di un giorno in quanto lei aveva la febbre;
- che nutriva dei dubbi sulla “causa naturale” della morte del marito, il quale aveva sempre goduto di ottima salute e si sottoponeva, come membro della Marina, ad analisi periodiche (ogni due anni);
- che il maresciallo Moschitta si era contraddetto in quanto da un lato le aveva parlato dei rapporti informali ed amichevoli che lo legavano a suo marito, dall’altro aveva scritto nella relazione di aver fatto accomodare suo marito sul sedile anteriore dell’autovettura per una questione di rispetto;
- che il marito era solito addormentarsi dopo i pasti ed amava mangiare con tranquillità.

Il 9 aprile 1997 venne sentito dal pubblico ministero Russo il maresciallo Moschitta. Dal verbale risulta che l’escussione si svolse presso la procura di Reggio Calabria alla sola presenza del magistrato. Moschitta confermò la relazione fatta a suo tempo. Aggiunse che la cena presso il ristorante “Da Mario” non era stata programmata e che era stato proprio il capitano De Grazia a proporre di mangiare con calma e non fugacemente presso un autogrill. Per questo Moschitta aveva proposto di cenare in quel ristorante, presso il quale aveva pranzato già altre volte.
Il ristoratore, al termine della cena, aveva rilasciato regolare ricevuta fiscale.
Il maresciallo Moschitta precisò che “L’unico cibo che fu ingerito dal capitano De Grazia e non da noi fu un pezzettino di torta, una specie di crostata, che era su un carrello esposto nella sala e che lui stesso richiese e scelse spontaneamente.”
Con riferimento al momento in cui lui e il carabiniere Francaviglia si accorsero che il capitano russava in modo insolito e che era freddo e sudato, il maresciallo Moschitta disse al dottor Russo:
“All’altezza del casello, credo di Mercato San Severino, la testa si è di nuovo abbassata sulla sinistra, io gli ho dato la solita pacca ma mi sono accorto che era freddo e sudato, mentre Francaviglia trovava lo scontrino. Mi sono allarmato dicendo al Francaviglia che non mi rispondeva. Abbiamo subito capito a quel punto che avesse avuto un malore ed ho detto a Francaviglia di superare la galleria fermarsi subito dopo per prestare i soccorsi del caso, anche perché non conoscevamo i luoghi. Telefonai subito col mio cellullare al 112 e chiesi soccorso immediatamente. Lo abbiamo tirato fuori dall’auto e lo abbiamo disteso per terra prima col dorso a terra, allorché Francaviglia ha tentato di rianimarlo con una respirazione bocca a bocca. Per effetto di questa operazione vedevamo ritornare fuori l’aria e notavamo per ciò un movimento delle labbra che a noi profani sembrò un sintomo di vitalità, il che ci spinse a continuare nella respirazione, notando tra l’altro un rigurgito del cibo ingerito in precedenza. A quel punto lo abbiamo preso e curvato sul guardarail cercando di farlo vomitare pensando che vi fosse una ostruzione alle vie respiratorie a causa del cibo rigurgitato ma il capitano non ha dato segni di vita. Nel frattempo infuriava un temporale con una forte pioggia. E’ arrivata dopo circa 20 minuti l’autoambulanza e l’abbiamo seguita all’ospedale. Ricordo che all’ospedale un infermiere uscendo dalla sala di rianimazione disse che era morto sul colpo per un infarto fulminante. Credo che le escoriazioni sul petto siano state causate dal fatto che lo avevamo messo riverso sul guardarail cercando di trattenerlo ovviamente”.
Riguardo alle indagini che stava svolgendo insieme al capitano De Grazia, il maresciallo Moschitta asserì che, pur non avendo (né lui né il capitano) mai ricevuto minacce, tuttavia, sin dall’inizio delle indagini, avevano avuto la sensazione di essere controllati; in particolare avevano notato pedinamenti o strani episodi che li avevano allarmati, spingendoli ad adottare sempre maggiori cautele (su questo si è ampiamente trattato nel capitolo 2 della parte prima).
Aggiunse che il capitano gli aveva fatto capire di avere incontrato “difficoltà di movimento all’interno della Capitaneria di Reggio”, in quanto “i superiori non vedevano di buon occhio questa indagine, capiva dunque di non essere appoggiato dalla gerarchia e di dover in sostanza lottare su due fronti”.
Immediatamente dopo l’escussione del maresciallo Moschitta (il 9.4.97 alle ore 12:22), il pubblico ministero Russo sentì il Carabiniere Francaviglia. Le dichiarazioni di quest’ultimo combaciano con quella rese dal collega.
Lo stesso giorno venne sentito dal pubblico ministero Russo anche il sostituto procuratore Francesco Neri.
Il dottor Neri espose in breve l’oggetto delle indagini di cui al procedimento penale n. 2114/94 RGNR, nelle quali era impegnato il De Grazia.
Ha, poi, dichiarato:
“Unitamente al collega Pace della procura circondariale di Matera comunicammo al capo dello Stato che le indagini potevano coinvolgere la sicurezza nazionale, inoltre poiché fatti di questo tipo potevano essere a conoscenza del Sismi ancor prima dell’ingresso del capitano De Grazia nelle indagini chiese al direttore del servizio di trasmettermi copia di tutti gli atti che potevano riguardare il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi. A dire il vero il Servizio molto correttamente mi trasmise degli atti tramite la polizia giudiziaria. In particolare il passaggio degli atti avvenne tramite il maresciallo Scimone appositamente delegato a ciò da me. Il maresciallo Scimone faceva parte del gruppo investigativo da me diretto e teneva i contatti con il Sismi. Il capitano De Grazia era a conoscenza di ciò, cioè sapeva dei contatti istituzionali di Scimone con il Sismi per la acquisizione delle notizie che chiedevamo. Ogni attività di rapporto con il Sismi è formalizzata in specifici atti reperibili nel processo. (…)
II capitano De Grazia era ovviamente molto preoccupato per le indagini come tutti noi, in considerazione della enormità e particolarità delle vicende che emergevano e per le persone ed istituzioni coinvolti a livello internazionale. A parte gli episodi a cui ho fatto cenno in precedenza e di cui alle relazioni predette il capitano non mi ha mai parlato di altre minacce esplicite o intimidazioni fatte personalmente a lui. Lui era preoccupato molto dell’episodio accaduto a Roma nel corso della perquisizione al Viccica. A volte per scherzare e sdrammatizzare mi diceva che comunque prima avrebbero ammazzato me e poi forse lui, senza con ciò smorzare il suo ammirevole ed encomiabile sforzo per le indagini che lo ha distinto fino alla fine.”
Questa è stata, dunque, l’attività integrativa svolta dal pubblico ministero con riferimento all’acquisizione di informazioni.
Con riferimento, poi, all’aspetto medico legale, le differenze tra le due relazioni depositate, poste in luce dai familiari del capitano De Grazia nella richiesta di riapertura delle indagini, spinsero il pubblico ministero Russo, dapprima, a sentire li consulenti tecnici a chiarimenti e, successivamente, a conferire alla dottoressa Del Vecchio ulteriore incarico, previa riesumazione del cadavere.
Dunque, il 23 aprile 1997, la dottoressa Del Vecchio precisò al pubblico ministero che le sue valutazioni conclusive finali coincidevano con quelle espresse dal consulente di parte dottor Asmundo e che, in ogni caso, le valutazioni parzialmente diverse su aspetti anatomoistopatologici non avevano influito minimamente sulla diagnosi causale della morte.
La dottoressa chiarì, poi, che gli accertamenti tossicologici già effettuati avevano escluso la presenza di sostanze tossiche e stupefacenti, in particolare l’alcool, gli oppiacei, la cocaina, i barbiturici, le benzodiazepine, le anfetamine, i cannabinoidi e tutte le altre T.L.C, evidenziando che il materiale prelevato per tali accertamenti (bile e sangue) non era in quantitativo tale da rendere possibile una ripetizione di queste analisi, mentre avrebbero potuto essere effettuate analisi tossicologiche più mirate mediante prelievo di capelli, ossa, quote parte di organi di accumulo “per verificare fino in fondo per quanto possibile l’esistenza di eventuali sostanza tossiche e velenose diverse, in particolare la ricerca potrebbe riguardare i veleni metallici”.
Le illustrate nuove indagini medico legali furono, pertanto, oggetto del secondo incarico affidato alla dottoressa del Vecchio da parte del pubblico ministero Russo, il quale, in data 18 giugno 1997, le pose i seguenti quesiti:
“ad integrazione ed approfondimento della consulenza medico-legale già espletata con riferimento al decesso del cap. De Grazia Natale, esegua il CT ulteriori accertamenti chimico-tossicologici per la ricerca di sostanze tossiche e velenose, nonché approfondisca, con l’allestimento di ulteriori preparati, l’aspetto istologico. Accerti ed approfondisca altresì quant’altro utile ai fini delle indagini volte a verificare la causa del decesso, anche tenendo conto di quanto emerge dagli atti e dalla consulenza di parte depositata”.
La dottoressa Del Vecchio, in questa occasione, si avvalse della collaborazione di consulenti tencici chimici nelle persone del prof. Enrico Cardarelli, della facoltà di Scienze matematiche fisiche e nucleari dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, e della dottoressa Luisa Costamagna, dell’Istituto di medicina legale e delle assicurazioni della medesima Università.
Gli ulteriori accertamenti svolti non portarono, peraltro, a risultati diversi da quelli già acquisiti.
Nella seconda relazione depositata il consulente ha evidenziato che gli ulteriori esami chimici hanno escluso la presenza di sostanze tossiche di natura esogena nei campioni esaminati. La ricerca era stata condotta con particolare riferimento alle sostanze che possono portare alla morte in tempi brevi con sintomatologie quali quelle descritte (ipnotici, farmaci cardiaci, depressori del sistema nervoso centrale, cianuri). E’ stata inoltre effettuata una ricerca di arsenico nei capelli e nel fegato e la ricerca è risultata negativa.
Il mancato rilevamento di tracce di alcool etilico nel sangue (sebbene, secondo quanto dichiarato dai testi, il capitano avesse bevuto un bicchiere di vino e del limoncello) era giustificabile, a detta del consulente, per il fatto che il decesso era avvenuto a poco più di un’ora dall’ingestione dei cibi, e quindi l’alcool non aveva avuto il tempo sufficiente per entrare in circolo e, peraltro, risulta che il capitano De Grazia avesse rigurgitato parte del cibo durante le manovre di rianimazione messe in atto dal maresciallo Moschitta e dal carabiniere Francaviglia.
La dottoressa Del Vecchio, in data 11 dicembre 1997, venne nuovamente sentita a chiarimenti dal dottor Russo, in occasione del deposito della relazione relativa al secondo esame autoptico effettuato (cfr. il prossimo par. 3.2).

1.4.5 – I provvedimenti di archiviazione
Il procedimento avviato in merito alla morte del capitano De Grazia si è concluso, nella prima fase, con un provvedimento di archiviazione emesso il 28 settembre 1996, su richiesta del pubblico ministero del 9 marzo 1996, e basato sui risultati della prima autopsia che riconduceva il decesso ad un evento naturale. (doc. 1276/2).
La seconda fase si è conclusa un provvedimento di archiviazione emesso il 26 novembre 2002 dal Gip dottoressa Raffaella Caccavela su richiesta del pubblico ministero formulata nel luglio 1998 sulla base delle seguenti considerazioni (doc. 1276/3):
- il decesso del capitano De Grazia era da ricondurre, secondo quanto accertato dalla consulenza medico legale e autoptica, ad un evento naturale del tipo “morte improvvisa dell’adulto”;
- gli ulteriori esami chimici disposti a seguito della riesumazione della salma avevano escluso la presenza di sostanze tossiche di natura esogena;
- la presunta incompatibilità tra il dato laboratoristico relativo alla negatività per la presenza di alcool etilico nel sangue e la circostanza (acquisita sulla base delle testimonianze assunte) della assunzione di vino e limoncello, appariva spiegata dalle considerazioni medico-legali evidenziate nel verbale di sit dell’undici dicembre 1997.

2 – Gli elementi acquisiti dalla Commissione

La Commissione ha approfondito la vicenda relativa alla morte del capitano De Grazia sia attraverso l’acquisizione di copia degli atti del procedimento aperto presso la procura della Repubblica di Nocera Inferiore sia attraverso numerose audizioni.
Sono stati, in particolare, ascoltati:
- i magistrati Francesco Neri, Nicola Maria Pace, Francesco Greco che si occuparono delle inchieste sulle navi a perdere;
- il magistrato che condusse le indagini sulla morte del capitano, Giancarlo Russo;
- il cognato del capitano, signor Postorino Francesco;
- il maresciallo Niccolò Moschitta, il carabiniere Rosario Francaviglia, il maresciallo Domenico Scimone, facenti parte, unitamente al capitano, del gruppo investigativo creato dal dottor Neri;
- i carabinieri Angelantonio Caiazza e Sandro Totaro, appartenenti al nucelo mobile della Stazione CC di Nocera inferiore, intervenuti al momento del decesso del capitano.

Sono stati anche ascoltati:
- l’ex colonnello del Corpo forestale dello Stato di Brescia, Rino Martini;
- il brigadiere del Corpo forestale dello Stato di Brescia, Gianni De Podestà;
- il vice ispettore del Corpo forestale dello Stato, Claudio Tassi;
- l’ex collaboratore di giustizia, Francesco Fonti
- il comandante in seconda, ufficiale presso la Capitaneria di porto di Vibo Valentia, Giuseppe Bellantone.

Si è, poi, ritenuto, di approfondire anche l’aspetto medico legale, sia attraverso l’audizione dei medici che, all’epoca delle indagini, eseguirono gli accertamenti autoptici (dottoressa Del Vecchio e dottor Asmundo) sia affidando al prof. dottor Giovanni Arcudi (direttore dell’Istituto di medicina legale nella facoltà medica dell’Università di Roma “Tor Vergata” nonchè consulente della Commissione), l’incarico di valutare gli accertamenti medico legali compiuti dai predetti consulenti, al fine di acquisire un parere tecnico anche sotto questo profilo.

2.1 – Le dichiarazioni rese alla Commissione dal maresciallo Domenico Scimone
In data 18 gennaio 2011 è stato audito dalla Commissione il maresciallo Domenico Scimone.
Lo stesso, dopo aver specificato di aver preso parte attivamente alle indagini condotte dal sostituto Neri, fin dal loro inizio, insieme al capitano De Grazia, ha parlato anche dei rapporti con quest’ultimo, definendolo amico d’infanzia e compagno di regate.
In merito al giorno della morte del capitano, ha dichiarato:
“Il giorno della morte di De Grazia che è la cosa più grave ci eravamo visti di mattina, alle 9.00, con De Grazia e Moschitta. Il programma era il seguente: io dovevo andare a La Spezia con Moschitta per acquisire documentazione presso la dogana, De Grazia con la mia macchina della sezione della polizia giudiziaria insieme al mio autista avrebbe dovuto recarsi a Crotone per sentire il signor Cannavale, quello che ha demolito la nave Jolly Rosso. Si doveva quindi occupare della ricostruzione della Jolly Rosso, mettendo a verbale le dichiarazioni di questo signore.
Alle 10.30-11.00 mi telefona De Grazia dicendomi che visto che si trattava di un atto di polizia giudiziaria in cui non era ferrato come me che ne facevo tutti i giorni, preferiva andare con Moschitta perché avendo navigato per tanti anni sapeva dove mettere le mani nelle dogane e leggere le polizze di carico.
Ho risposto che non c’erano problemi: lui sarebbe andato a La Spezia mentre io mi sarei recato a Crotone. Intendevo partire verso le cinque del mattino per andare verso Crotone, mentre non so per quale motivo De Grazia decise di partire quella sera, nonostante avessi consigliato loro di partire presto la mattina seguente, arrivando con calma, senza partire di notte.
Avevano però ribattuto che tanto avrebbe guidato l’autista, che si sarebbe riposato dopo mentre loro visionavano gli atti. Alle 19.00 ho sentito Moschitta: mi ha detto che stavano partendo e che era tutto a posto.
La mattina alle 5.00 sono partito per Crotone. Mentre stavo mettendo a verbale, verso le 8.30-9.00, mi ha chiamato un collega della sezione di polizia giudiziaria di cui facevo parte, che mi chiede: «che è successo a De Grazia, è morto?».
Ho pensato a un incidente stradale e ho subito chiamato al telefono. Quando mi ha risposto Moschitta ho sperato che fosse un’invenzione. Ho chiesto se De Grazia fosse morto e lui mi ha chiesto chi me lo avesse detto e mi raccomandò di non preoccuparmi.
Continuai quel verbale nonostante ciò e, finito il verbale verso le 19.00, partimmo con la macchina e scoppiò una gomma, per cui alle 19.30 feci aprire un garage per aggiustarla. Partiti da Crotone e arrivati all’autostrada di Lamezia Terme, mi vidi passare davanti il carro funebre e dietro l’autovettura Ritmo del reparto operativo.
Avendo riconosciuto la macchina, mi sono messo dietro e siamo andati ad accompagnarlo fino a casa.
Questa è la realtà dei fatti. Nessuno poteva conoscere il programma di De Grazia: ha deciso lui quando partire, dove fermarsi a mangiare, per cui non c’è un mistero: è morto, su questo ci sono dubbi, quale sia la causa della morte non lo so perché ho assistito anche all’autopsia effettuata a Reggio Calabria e per un attimo quando hanno aperto la bara non era lui, poi mi sono reso conto che era lui.
Questa è la realtà dei fatti.”
Riguardo alla partecipazione del maresciallo Scimone alle operazioni autoptiche, è stato già evidenziato che lo stesso era stato autorizzato a presenziare alle operazioni di disseppellimento dal pubblico ministero dottoressa Apicella.
Tuttavia il maresciallo Scimone ha dichiarato alla Commissione di aver partecipato proprio all’autopsia, che sarebbe stata effettuata dal dottor Aldo Barbaro:
“l’autopsia non è stata in grado di stabilire nemmeno la causa della morte. (…) è stata fatta a Reggio Calabria dal dottor Aldo Barbaro. (…) Quando poi la salma è arrivata a Reggio Calabria l’ho portata io in camera mortuaria e ho assistito all’autopsia del dottor Aldo Barbaro”.
Tuttavia, da nessun atto processuale emerge che il dottor Barbaro abbia partecipato alle operazioni autoptiche, effettuate solo dalla dottoressa Del Vecchio e dal consulente di parte dottor Asmundo.
Le dichiarazioni del maresciallo Scimone destano qualche perplessità sotto vari profili. In primo luogo, come detto, il maresciallo Scimone è l’unico che ha riferito in merito al cambio di programma, avvenuto – a suo dire – all’ultimo minuto, per cui il capitano De Grazia decise solo la mattina del 12 dicembre di non andare più a Crotone, ma di recarsi a La Spezia. Nessun’altro tra gli inquirenti ha, infatti, accennato a tale circostanza, che peraltro sembrerebbe smentita dalle dichiarazioni della moglie del capitano, Anna Maria Vespia.
Ulteriore motivo di perpelssità riguarda l’indicazione del dottor Barbaro quale medico legale che avrebbe effettuato l’autopsia, dato che contrasta con le emergenze processuali e con gli esiti degli ulteriori approfondimenti effettuati dalla Commissione.

2.2 – Le dichiarazioni del maresciallo Moschitta
Il maresciallo Niccolò Moschitta è stato audito dalla Commissione in due diverse occasioni. La prima, in data 11 marzo 2010 e la seconda in data 2010.
Nel corso della prima audizione, lo stesso Moschitta ha fornito indicazioni in merito al motivo della missione a La Spezia, affermando:
“Stavamo andando a La Spezia ad acquisire la documentazione in merito alla Rigel, la nave affondata a capo Spartivento. Tale documentazione era di interesse perché il processo di La Spezia aveva sancito che sul trasporto di quella nave erano state pagate dazioni ed era stato coinvolto personale della dogana e della Rigel circa il carico. Era necessario e importante avere con noi questi documenti per poi proseguire, se non erro, per Como o per un’altra destinazione per sentire altri eventuali testimoni, con tanto di delega del magistrato”.
Quanto alle circostanze specifiche del decesso del capitano De Grazia, il maresciallo Moschitta, ha rappresentato quanto segue:
“Partiamo poco dopo le 19 con la macchina di servizio, con alla guida il carabiniere. Io ero seduto davanti e il capitano dietro. Ci siamo fermati 2 o 3 volte per fare benzina, per prenderci qualcosa, neanche il caffè. Erano soste di servizio senza alcun problema, fino ad arrivare nella zona prima di Salerno.
Ormai era tardi, intorno alle 22.30, quando Natale ci propose di fermarci per mangiare. Gli dissi che più avanti c’era l’autogrill di Salerno; avremmo potuto fermarci là, eventualmente mangiare un pasto leggero e proseguire. De Grazia insistette che voleva mangiare, che aveva fame.
Eravamo proprio presso lo svincolo di Campagna. In passato, insieme a molti altri colleghi, mi sono occupato anche di Tangentopoli a Reggio Calabria, quindi mi è capitato di recarmi spesso a Roma presso i differenti ministeri ad acquisire documenti. Arrivati verso Campagna, gli indicai che c’era un ristorante a due passi (…) Lui si è seduto davanti in macchina. Erano più o meno le 23.30 e abbiamo cominciato a dirigerci verso Salerno. Volle sedersi davanti perché voleva distendere le gambe e cercare di dormire un po’. Allora io mi misi dietro. Cercavo di dare da parlare il più possibile all’autista perché con lo stomaco pieno temevo potesse venirgli un colpo di sonno.
A un certo punto, il capitano cominciò a russare, almeno a me sembrò che russasse. Invece poi scoprii che erano rantoli. Gli sistemai la testa e ripresi a parlare con l’autista.
Quando siamo arrivati al casello di Salerno, il capitano abbassò di nuovo la testa, ma siamo andati avanti. Alla prima galleria illuminata, lo toccai ed era sudato freddo. Dissi al collega di guardarlo in faccia, visto che era davanti, perché era sudato freddo e non mi rispondeva; lo volevo svegliare. Lui mi rispose che aveva gli occhi storti. Gli dissi di fermarsi alla prima piazzola non appena usciti dalla galleria; poi, in realtà, ci fermammo sulla corsia di emergenza perché non c’era piazzola. Nel frattempo, si scatenò un temporale incredibile e si mise a piovere”.
Le altre dichiarazioni rese dal Moschitta alla Commissione hanno riguardato prevalentemente gli elementi raccolti nel corso dell’indagine sulle navi a perdere, compediati nell’informativa finale dallo stesso redatta e depositata nell’ottobre 1996 (v. allegato).

2.3 – Le dichiarazioni del carabiniere Rosario Francaviglia
La Commissione ha ritenuto di dover ascoltare anche il carabiniere Francaviglia, il quale, pur avendo preso parte alle indagini e alla missione durante la quale perse la vita il capitano De Grazia, fu ascoltato in un’unica occasione dal dottor Russo, rendendo dichiarazioni sostanzialmente identiche a quelle del suo collega Moschitta e verbalizzate nello stesso modo.
Nel corso dell’audizione avanti alla Commissione, avvenuta in data 1° agosto 2012, il carabiniere Francaviglia ha aggiunto alcuni elementi utili a ricostruire più nel dettaglio i drammatici momenti in cui si accorse, unitamente al maresciallo Moschitta, che il capitano De Grazia non stava bene.
Si riportano i passaggi dell’audizione di maggiore interesse:
“Quando sono arrivato nei pressi dell’autostrada, al casello autostradale per Salerno, forse nei pressi di Nocera (ma non ricordo bene), il maresciallo Moschitta si è accorto che il capitano aveva fatto un movimento strano con la testa e lo ha chiamato; non ha ottenuto risposta e lo ha toccato in viso per cercare di svegliarlo mentre io, nel frattempo, ripartivo. A quel punto il maresciallo mi ha detto che qualcosa non andava perché il capitano non rispondeva; mi sono girato, l’ho guardato negli occhi e ho visto che aveva lo sguardo assente. Spento (…) Lo sguardo non c’era, non era vivo (…) Si era addormentato prima, quando siamo partiti. Durante il tragitto, ogni tanto si sentiva brontolare, cioè russare, a seconda di com’era seduto. Poco prima di fermarci, ho notato che si era come aggiustato nel sedile, ma non abbiamo notato nulla di strano; quando sono ripartito dai caselli ed ero arrivato quasi sotto la galleria, il maresciallo mi ha avvertito che Natale non stava bene ed era sudato. Mi sono girato per guardarlo in viso e siccome era rivolto verso di me, ho visto che aveva gli occhi semichiusi, ma lo sguardo non era quello di una persona viva; non so come altro spiegarlo. L’ho guardato e c’era qualcosa che non andava; chiaramente, siamo usciti dalla galleria e ci siamo fermati; abbiamo cercato di fare qualcosa, convinti che stesse male ma che la situazione non fosse così drammatica. Lo abbiamo tirato fuori dalla macchina e gli ho praticato massaggio cardiaco e respirazione.(…) La cosa strana, però, è che gli veniva fuori il cibo da solo e mi arrivava in bocca mentre, nella disperazione, continuavo a praticargli la respirazione. Nel frattempo si era messo pure a piovere e pensando che fosse un problema dovuto a qualcosa lo abbiamo piegato sul guardrail per cercare di fargli liberare l’esofago. Nel frattempo, il maresciallo Moschitta aveva chiamato soccorso ed è arrivata l’autoambulanza, ma era già…”
Il carabiniere Francaviglia ha fornito, poi, una serie di precisazioni, affermando che:
- verso le 23:30, al termine della cena, tutti e tre ripartirono e che il capitano De Grazia non disse alcunchè, addormentandosi immediatamente;
- sentirono il capitano brontolare o russare;
- ad un certo punto il carabiniere Francaviglia notò che il capitano si era raddrizzato sul sedile, come a volersi sistemare meglio. Contemporaneamente, il russare apparì diverso, strano. Ciò accadeva qualche minuto prima del momento in cui il maresciallo Moschitta si accorse che De Grazia stava male;
- quando il maresciallo Moschitta lo toccò, lo trovò freddo e sudato;
- tra l’uscita dal ristorante ed il momento in cui si accorsero dello stato del capitano passò circa mezz’ora;
- appena notarono lo stato del capitano, accostarono l’auto sul ciglio della strada;
- il maresciallo Moschitta chiamò i soccorsi, che arrivarono in circa 10 minuti, (sia ambulanza che auto dei carabinieri);
- il personale dell’ambulanza che visitò il capitano fece un cenno, come a dire che non c’era più niente da fare;
- giunti in ospedale, dopo che il medico comunicò il decesso del capitano, il maresciallo Moschitta insistette affinché venisse eseguito l’esame autoptico;
- venne chiamato al telefono anche il magistrato di turno, che parlò con il medico e convenne con questo che non era necessario eseguire alcuna autopsia.

2.4 – Le dichiarazioni dei carabinieri intervenuti sul posto, Angelantonio Caiazza e Sandro Totaro
Al fine di acquisire ogni notizia di specifica relativa a quanto accadde la notte in cui il capitano De Grazia perse la vita, la Commissione ha audito i componenti dell’equipaggio dell’aliquota radiomobile dei CC della stazione di Nocera Inferiore intervenuti sul posto, peraltro mai ascoltati dai magistrati che indagarono sui fatti.
Entrambi sono stati auditi nel luglio 2012.
Per primo è stato audito il carabiniere Caiazza, il quale ha dichiarato:
“Quella notte avevamo appena intrapreso il servizio di un turno 00.00-06.00, un turno notturno, e fummo informati dalla centrale operativa che sull’autostrada, a bordo di un’autovettura – una Tipo o una Punto – una persona era stata colta da malore. Ci recammo sul posto unitamente a un’unità sanitaria e trovammo una persona riversa supina tra lo sportello posteriore dell’auto e l’asfalto. Intervennero i sanitari, mentre noi provvedemmo a identificare gli altri militari presenti, che gli praticarono un massaggio cardiaco e lo portarono in ospedale, dove ci consegnarono una borsa contenente gli effetti del povero De Grazia, che fu identificato pure da noi. (…) Abbiamo ritirato anche un borsone contenente una valigia ventiquattrore, che fu consegnata al maresciallo Moschitta su sua richiesta (….) L’unità sanitaria intervenne mentre noi provvedemmo a identificare gli altri due militari. In ogni caso, credo fosse ancora vivo perché gli stavano praticando un messaggio cardiaco. (…) Lì (in ospedale) abbiamo ritirato il referto stilato dal medico. Sembra che fosse morto per arresto cardiaco. Poi abbiamo ritirato gli effetti personali.(….) Il borsone ci è stato consegnato dai colleghi del nucleo operativo. Della destinazione sapevamo solo che stavano transitando sulla A30, direzione nord, la Caserta-Roma. (…) Una volta ritirato il referto, siamo tornati in caserma e abbiamo stilato gli atti”.
Il Carabiniere Caiazza ha poi specificato di non essere stato mai sentito da alcun magistrato in merito ai fatti.
Le dichiarazioni dell’appuntato scelto Sergio Totaro combaciano sostanzialmente con quelle del suo collega. Si riportano i passaggi più significativi:
“ La vettura in questione l’abbiamo trovata all’uscita della prima galleria dell’autostrada A30, barriera Salerno-Mercato San Severino, direzione nord. (…) C’erano una persona supina sull’asfalto e due persone in abiti civili accanto, che poi abbiamo identificatocome un maresciallo e un appuntato dell’Arma. (…) È stata chiamata, contestualmente, anche l’ambulanza. Dal momento che il comando dei carabinieri si trova 100 metri prima dell’ospedale siamo intervenuti contemporaneamente. (…) C’era una persona supina, sdraiata sull’asfalto, e due persone in abiti civili accanto, che si sono poi presentati per un maresciallo e un collega dell’Arma. Mentre li stavamo identificando i signori dell’ambulanza prestavano soccorso alla persona in terra. (…) Penso che abbiano tentato i primi interventi per rianimarlo. Quella in cui siamo arrivati era una fase un po’ concitata, tanto è vero che subito dopo l’hanno messo in ambulanza e siamo andati direttamente all’ospedale Umberto I, loro davanti e noi dietro, che era a circa due chilometri di distanza. (…).
Con riferimento alla valigetta “24 ore” che il capitano De Grazia portava con sé, il carabiniere Totaro ha riferito che:
“Gli effetti personali del capitano De Grazia furono consegnati al militare di servizio alla caserma in quanto andavano consegnati ai parenti. Inoltre, c’era la classica busta di colore nero in cui l’ospedale mette gli ambiti che la persona indossa al momento. C’era anche un borsone di colore blu del capitano De Grazia che mi pare contenesse una valigetta e una macchina fotografica. Mi pare che il tutto fu consegnato, su sua richiesta, al maresciallo Moschitta con ricevuta”.
Il carabiniere ha specificato di non avere controllato il contenuto della valigetta e che la stessa fu restituita, senza essere stata aperta, al maresciallo Moschitta, il quale la richiese espressamente:
“No, ci fu chiesta. Ci dissero che conteneva materiale che dovevano portare via, con cui dovevano continuare. Ci fu chiesta proprio, se non erro, dal maresciallo Moschitta. Ci disse cortesemente che c’erano dei fascicoli. Abbiamo menzionato di proposito nell’annotazione «che veniva consegnata, previa richiesta, a Tizio e Caio per il prosieguo dell’operazione».
Il carabiniere ha poi specificato la tempistica della restituzione degli effetti personali e della valigetta: dopo essere stati in ospedale, i militari andarono in caserma per formalizzare gli atti, unitamente al maresciallo Moschitta e al carabiniere Francaviglia,
“ il maresciallo disse che a loro occorreva la valigetta con gli atti perché dovevano proseguire per il loro viaggio. A quel punto consegnammo a lui quel materiale (…) Presumo che il tutto sia avvenuto in ufficio davanti a noi o che il maresciallo abbia detto che conteneva fascicoli processuali. Se l’abbiamo scritto, qualcuno ce lo avrà detto o l’ha aperta davanti a noi. Si tratta di tanti anni fa, ricordo la sera, ma non tutti i dettagli. Fu una fase concitata, in mezz’ora una semplice richiesta d’aiuto diventò una morte. Il nostro intervento è terminato proprio in ospedale”.
La Commissione ha formulato numerose domande volte a comprendere quale fosse il contenuto della valigetta e se questo fosse stato in qualche modo verificato, anche per capire le ragioni della restituzione della valigetta al maresciallo Moschitta.
In particolare, alla domanda della Commissione sul motivo per il quale, nonostante la valigetta non fosse stata aperta, fosse stato redatto un verbale nel quale si dava conto del numero di procedimento penale cui si riferivano gli atti contenuti nella valigetta stessa, il Carabiniere ha risposto:
“Personalmente, non ricordo. Eravamo in due e forse l’avrà letto il brigadiere, poi abbiamo firmato in due. Materialmente, però, non ho visto il fascicolo. In genere, uno di noi scrive e alla fine sottoscriviamo, ma io non ho visto quel fascicolo e, se l’avessi visto, non lo ricordo”
Sul punto è stato interpellato anche il carabiniere Caiazza, il quale ha riferito, che se era stato riportata a verbale che nella valigetta era contenuto un fascicolo riferito al procedimento penale n. 2114/94 RGNR, evidentemente doveva aver visionato il fascicolo stesso, pur non potendo confermare la circostanza non ricordando più tale particolare.

2.5 – Le dichiarazioni di Francesco Fonti in merito alla morte del capitano De Grazia
Per completezza di trattazione si ritiene di dover dare conto anche delle informazioni acquisite nel corso dell’inquiesta dall’ex collaboratore di giustizia Francesco Fonti, già appartenente alla ‘ndrangheta calabrese, audito dalla Commissione in data 5 novembre 2009 nel corso della missione effettuata a Bologna.
Deve essere subito chiarito che la Commissione non ha trovato riscontri obiettivi alla quasi totalità delle dichiarazioni che Francesco Fonti ha reso nella varie sedi sul tema del traffico di rifiuti radioattivi o comunque tossici da parte della ‘ndrangeta calabrese. Si tratta di un’inattendibilità intrinseca in quanto più volte Fonti si è contradetto e ha fornito versioni diverse rispetto ad elementi essenziali della narrazione nonché di un’inattendibilità estrinseca in quanto non sono stati fornite indicazioni adeguate per riscontrae le dichiarazioni da lui rese.
Fonti è stato interpellato anche con riferimento al decesso del capitano De Grazia. Sul punto, ha dichiarato di avere sentito dire, all’interno dell’organizzazione criminale cui era legato, che il capitano Natale De Grazia era stato ucciso.
Ha aggiunto, poi, che i servizi segreti facevano sparire sia i rifiuti sia le persone che potevano rappresentare un concreto ostacolo alla prosecuzione dei traffici illeciti: l’ipotesi era, quindi, quella che il capitano fosse stato eliminato perché stava scoprendo cose che avrebbero dovuto restare segrete.
In realtà, Fonti ha precisato che si trattava di notizie non certe ed acquisite da altre persone.
La Commissione ha chiesto al Fonti chiarimenti in merito alle dichiarazioni dallo stesso rese nel corso di una trasmissione radiofonica sull’emittente “Radio anch’io”, andata in onda nella seconda metà del 2009. In tale trasmissione il Fonti aveva dichiarato che il comandante De Grazia sarebbe stato ucciso dai Servizi.
Alla domanda se tale affermazione fosse supportata da elementi di riscontro o meno il Fonti ha risposto:
“Sono chiacchiere, cose che ho sentito dire. Sicuramente sono considerazioni svolte da altre persone come me. (…) Le chiacchiere si facevano anche fra di noi. Quando ci si trovava per riunioni ufficiali, concordate, oppure anche per caso, fra le famiglie c’era sempre un certo antagonismo: io so di più, faccio di più, ho fatto questo traffico, tu non l’hai fatto, io ho preso questi miliardi, tu li hai presi. Vi era la megalomania di poter fare di più di un’altra famiglia”.
Il Fonti ha poi specificato di aver sentito tali chiacchere all’interno della sua organizzazione.
Data la delicatezza delle affermazioni effettuate, si ritiene di riportare il passaggio dell’audizione sul punto:
“PRESIDENTE. Sulla base di che cosa davano queste notizie?
FRANCESCO FONTI. Con i rifiuti si trattava con i servizi segreti, e, se qualcosa non va, questi decidevano di far sparire anche le persone. L’ipotesi era quella che anche il capitano fosse stato eliminato, perché stava andando a scoprire qualcosa che non doveva emergere
PRESIDENTE. Lei non parlò mai con Pino (soggetto non meglio identificato, già indicato da Fonti come appartenente ai servizi segreti ed elemento di collegamento con il Fonti e con la ‘ndrangheta) di questa vicenda?
FRANCESCO FONTI. No.
PRESIDENTE. Poiché nella trasmissione, che anch’io ho sentito, lei dava come una notizia importante, quasi certa, il fatto che fosse stato ucciso…
FRANCESCO FONTI. Non penso, non era questa la mia intenzione, anche perché è una vicenda che non ho vissuto”.
Con riferimento alle dichiarazioni di Fonti, indipendentemente dall’attendibilità di base o meno del personaggio, è evidente che, in questo caso, la loro assoluta genericità unita al fatto di essere dichiarazioni cosiddette “de relato”, apprese direttamente, ma riferite da altre persone, tra l’altro mai indicate nominativamente, impedisce di prenderle seriamente in considerazione. Tanto più che lo stesso Fonti, richiesto sul punto, le ha definite “chiacchere”.

2.6 Le dichiarazioni fornite dal magistrato dottor Francesco Neri
In data 23 settembre 2009 la Commissione ha audito il dottor Francesco Neri, il quale ha reso corpose e importanti dichiarazioni in merito a tutte le fasi dell’indagine nonché in merito anche alle fasi successive alla trasmissione del fascicolo alla procura presso il tribunale di Reggio Calabria. Su sua espressa richiesta le dichiarazioni sono state segretate. La Commissione ha tuttavia ritenuto di disporre la desegretazione almeno con riferimento alle parti delle audizioni concernenti i riferimenti al capitano di fregata Natale De Grazia.
In particolare, significative ai fini della presente inchiesta sono le dichiarazioni che il magistrato ha reso con riferimento a talune attività svolte dal capitano De Grazia e alla documentazione dallo stesso raccolta ed esaminata.

Si riportano testualmente i passaggi dell’audizione:

«A questo (Rigel, Jolly Rosso, tutte collegate a Comerio) aggiungiamo le dichiarazioni e i documenti che accertammo sulla Somalia, che vi ho portato, i fax di Ali Mahdi che autorizzava il Comerio ad affondare in Somalia i suoi penetratori, il certificato di morte che il comandante Di Grazia trovò tre, quattro giorni prima di partire e mi disse nella mia stanza che aveva bisogno del tempo per verificarne la provenienza, in quanto si trattava di una fotocopia sulla quale era trascritto un numero di fax. Egli voleva accertare i collegamenti con Comerio. Poi, come ben sapete, il capitano De Grazia morì. Rimangono tuttora in me sospetti sulla sua morte, ma non ho prove certe perché vi ho portato tutte le minacce che subivamo, tutte le relazioni di servizio. Eravamo pedinati, minacciati spiati, vi erano microspie anche da Porcelli, il procuratore di Catanzaro. Chiedo che il procuratore Pace venga sentito perché è importante. Addirittura si presentò un agente del Mossad. Intorno a questa indagine c’erano molta attenzione e molta pressione, io ero un procuratore circondariale, non ero la DDA».

«(…) Intorno all’indagine si era creata una pressione non indifferente che credo abbia comportato anche la morte di De Grazia per cause naturali o – come ho scritto in una relazione mandata al Presidente della Repubblica che vi consegno – nell’ipotesi più funesta, ucciso. In questo caso si tratterebbe di un’operazione chirurgica perché De Grazia era veramente il motore dell’indagine, colui che era riuscito a trovare gli elementi investigativi che collegavano le navi agli affondamenti delle carrette, soprattutto la Rigel e la Jolly Rosso, a Comerio».

«(…) PAOLO RUSSO. Vorrei partire proprio dal 1996 e capire meglio come lei “passa la mano”: sulla base di quale sollecitazione inevasa o di quale richiesta diretta alla quale vi è una risposta non funzionale al suo obiettivo. Probabilmente vi è anche una mia scarsa conoscenza delle procedure. Insomma, per quale motivo lei, nel giugno del 1996, “passa la mano”?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Il 27 giugno. Vi è una mia nota di trasmissione che spiega tutto. A prescindere da questo, il primo motivo è stato la morte di De Grazia, che aveva depotenziato il mio pool investigativo. Investigavo con il comandante De Grazia, con un maresciallo e un brigadiere dei carabinieri, e con un carabiniere: questo era il mio pool investigativo. In procura ci sono 47 scatoloni sigillati di documenti derivati dai sequestri e dalle perquisizioni compiute nei confronti dei vari indagati, che mi pare siano stati esaminati e studiati per il 30 per cento. Il resto è rimasto ancora inevaso, non studiato: l’indagine è troppo vasta.
Il secondo motivo riguardava la competenza. Potevamo continuare a cercare i siti dove erano stati affondati rifiuti, perché la discarica abusiva in mare poteva essere di nostra competenza; però se ormai eravamo dell’idea che il sistema di smaltimento non consistesse nel prendere dei fusti e gettarli in mare, bensì nell’affondare navi, allora vi era anche il reato di affondamento doloso, che non è di competenza pretorile, bensì della procura della Repubblica. Quindi, dovevamo per forza spogliarci del processo».

«(…)Per quanto mi riguarda, tuttavia, molto dipese dalla morte di De Grazia, e anche da una certa resistenza istituzionale a volerci dare credito. Capisco che potevo non essere creduto, poiché quello che accertavamo superava l’immaginario collettivo. Abbiamo trovato filmati sulle prove in mare dell’affondamento dei penetratori (o siluri, o canister), che sembravano film di fantascienza. Basta connettersi al sito de L’Espresso, nella sezione di Riccardo Bocca, e si può vedere l’intero filmato.
ALESSANDRO BRATTI. Sulla morte di De Grazia sono state aperte indagini e sono stati svolti approfondimenti?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Sì, io e il procuratore Scuderi chiedemmo immediatamente l’autopsia. Eravamo minacciati – ora lascerò anche tutte le denunce che abbiamo fatto – e c’era un clima di tensione intorno a noi, quindi la morte ci sembrò improvvisa e sospetta. Chiedemmo l’autopsia anche perché la famiglia non si rassegnava a questa morte di un ufficiale di 38 anni. E’ morto il 13 dicembre 1995. Non ci spiegavamo la sua morte e abbiamo pensato di chiedere l’autopsia, che fu disposta a Reggio Calabria a distanza di 12-13 giorni. Il cuore era intatto, nessun infarto. Non è vero che ebbe un infarto. Non risultò alcuna traccia tossicologica, alcun elemento patologico che potesse spiegare la morte; infatti il perito necroscopico ha dichiarato che si era trattato di morte improvvisa. Tuttavia, morte improvvisa significa tutto e niente. So che la famiglia ha chiesto una nuova autopsia, che è stata fatta dallo stesso medico che aveva eseguito la prima. La famiglia nutre dubbi sul risultato della prima autopsia e la nuova autopsia viene affidata allo stesso medico che ha fatto la prima… La famiglia non si è mai rassegnata (e neanche io) ad una morte di cui ancora si sa molto poco».

« (…) FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Da quello che so, partirono la sera – c’era brutto tempo – per La Spezia, perché avevo dato una delega. Bisognava acquisire i piani di carico di 180 navi che erano partite da La Spezia, da Marina di Massa e da Livorno, ufficialmente con carichi di sostanze radioattive, ma sulle quali non avevamo alcun dato riguardo ai porti di arrivo. Partivano navi cariche di torio, di uranio, di plutonio; russi, tedeschi, francesi, però non si sapeva il porto di arrivo. De Grazia perciò volle verificare dove andavano a finire queste navi e aveva questo importante compito. Inoltre, doveva sentire alcuni marinai della Rigel che era riuscito a rintracciare. Queste, almeno, erano le ultime attività che doveva compiere. Attività delicate, indubbiamente; soprattutto i piani di carico delle navi erano molto importanti ai fini delle nostre indagini. Dopo la sua morte, rimandai gli ufficiali a prendere quelle carte, ma la capitaneria di porto di Massa Carrara si allagò e tutti i documenti andarono distrutti.
PRESIDENTE. In che anno questo?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Nel 1996 o a fine 1995, l’alluvione; comunque dopo il 13 dicembre 1995.
GERARDO D’AMBROSIO. Il presidente aveva fatto una domanda precisa: non solo quando morì, ma come, in che luogo, in che contesto (a casa sua, in viaggio)?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Erano in viaggio e si fermarono per mangiare; De Grazia fu l’unico a mangiare il dolce, secondo quanto mi disse la moglie (e questo risulta). Successivamente risalirono in automobile e ad un casello autostradale i due carabinieri che erano con lui si accorsero che rantolava e non respirava più. Quindi morì. Questo è quello che so. Non c’ero.
GERARDO D’AMBROSIO. Si sa dove si erano fermati a mangiare?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Sì, ora non ricordo esattamente, in un ristorante a Campagna. Ma non voglio dire cose di cui non sono certo, perché non ho svolto io le indagini sulla morte di De Grazia.
RESIDENTE. Restando ancora su questo argomento: De Grazia ha trovato – perché lei l’ha visto -il certificato di morte che si trovava nel fascicolo di Comerio.
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte dì Appello di Reggio Calabria. Mi disse: “Ho trovato questo tra le carte di Comerio”.
PRESIDENTE. Lei lo ha visto?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. Sì, l’ho visto.
PRESIDENTE. Che fine ha fatto?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. De Grazia partì e mi disse: “Lo tengo io”. Il certificato era in fotocopia e conteneva un numero di fax di partenza; per lui era importante, dal punto di vista investigativo, accertare a chi appartenesse. II certificato poi non lo vidi più. Quando andai alla Commissione Alpi mi ricordai del certificato e dissi al presidente: “Sicuramente è agli atti; io non ho fatto in tempo a guardare perché occorrono decine di giorni per esaminare tutta la documentazione contenuta in 47 scatoloni sigillati”. Mi chiesero: “Ma allora questo documento lo troviamo?”. Risposi: “Presidente, per me esiste, lo aveva De Grazia”. Mandò i suoi esperti, che nel fascicolo non trovarono il certificato. Però la procura della Repubblica, che fece ricerche dirette cercando il certificato, aprì tutti gli scatoloni sigillati dell’indagine e accertò che il plico di De Grazia, che conteneva la documentazione investigativa sulla quale egli lavorava, era stato danneggiato da un lato. Fu il pubblico ministero dottoressa Cama, vi è un verbale».

« (…)PRESIDENTE. Di quale procura?
FRANCESCO NERI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria. La procura di Reggio Calabria. Se volete poi posso inviarlo, a corredo della documentazione. Questo plico era stato violato, danneggiato da un lato, e delle 21 carpette numerate rinvenute, 11 erano prive di documenti. De Grazia prendeva un elemento investigativo, faceva una carpetta, sviluppava le indagini e poi mi trasmetteva l’informativa; questo era il suo metodo. Queste ricerche avvennero nel 2005, dopo che il processo era stato archiviato. L’archiviazione del processo era avvenuta nel 2000».

3 – Gli approfondimenti svolti dalla Commissione in ordine alle consulenze medico legali

Un capitolo a parte la Commissione ha inteso dedicarlo agli approfondimenti medico legali svolti nel procedimento aperto presso la procura di Nocera Inferiore e, quindi, in merito agli esami autoptici effettuati sulla salma del capitano De Grazia.
Si tratta di uno snodo centrale della vicenda e delle indagini, in quanto di fatto le consulenze tecniche espletate hanno individuato quale causa del decesso un fenomeno definito nella letteratura scientifica come “morte improvvisa dell’adulto” che, secondo quanto precisato dal consulente della Commissione, professor Arcudi, può essere individuato solo allorquando siano state esluse tutte le possibili ipotesi alternative.
Le consulenze hanno costituito poi l’elemento fondante sia delle richieste di archiviazione sia dei relativi conformi provvedimenti del Gip.

3.1 – Le conclusioni dei consulenti medico legali nominati nell’ambito del procedimento avviato dalla procura di Nocera Inferiore. Le prime consulenze
Come già evidenziato, la dottoressa Del Vecchio, consulente del pubblico ministero, effettuò due consulenze tecniche, la seconda delle quali finalizzata ad accertare mediante esame istologico e chimico-tossicologico l’eventuale presenza di sostanze tossiche o con analoghe caratteristiche, che avessero cagionato il decesso.
Si riportano, di seguito, le conclusioni della dottoressa Del Vecchio, di cui alla prima relazione di consulenza, depositata il 12 marzo 1996:
“La morte di Natale De Grazia, constatata l’assenza di lesività traumatica con caratteristiche di vitalità e accertata la negatività degli esami chimico-tossicologici, considerati i dati macroscopici rilevati all’esame autoptico (cuore di volume diminuito, si acquatta sul tavolo anatomico; il tessuto adiposo sottoepicardico è molto rappresentato e mostra colorito grigiastro e aspetto translucido; miocardio torbido, grigiastro, assottigliato, diminuito di consistenza; coronarie serpiginose, specillagli, con intima interessata da diffuse deposizioni ateromasiche intimali) e quelli microscopici forniti dall’esame istologico (è presente miocitolisi coagulativa, ma i preparati sono abbastanza ben conservati. In alcuni campi si osserva aumento del grasso subepicardico; il tessuto adiposo si approfonda, a tratti, financo nei piani muscolari. E’ presente notevolissima frammentazione terminale delle miocellule che risultano rigonfie, torbide, con nuclei ipocromici ed acromici. Evidente sofferenza delle arterie di piccolo e medio calibro, che presentano ispessimento sia avventiziale che intimale, con lumi ristretti. Si nota, inoltre, incremento degli spazi fra le fibre muscolari, dove la quota connettivale presenta caratteri di fibrosi interstiziale che in qualche campo sostituisce la struttura -miocardioangiosclerosi-), può ricondursi per sua natura ad una morte di tipo naturale, conseguente ad una insufficienza cardiaca acuta, inquadrabile più specificatamente nella fattispecie della morte improvvisa. La morte improvvisa è un evento repentino ed inatteso caratterizzato dal fatto che il soggetto passa da una condizione di completo benessere o almeno di assenza di sintomi alla morte in un arco di tempo inferiore alle 24 ore. La definizione di morte improvvisa secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è la seguente: “morte naturale avvenuta in presenza o in assenza di testimoni e dovuta ad arresto cardiaco improvviso, verificatosi inaspettatamente in un soggetto che fino a sei ore prima godeva di buona salute”. La classica impostazione medico legale del Borri prevede ai fini della classificazione di un evento letale come morte improvvisa, che questo soddisfi i seguenti requisiti: assenza di una eventuale azione violenta esteriore; rapidità del decesso; esistenza di uno stato di buona salute o di apparente buona salute, o comunque di una malattia che non minacci un’evoluzione letale. Molte sono le cause di questo tipo di decesso, ma tra quelle cardiache un posto preminente è occupato dalla patologia cardiaca (coronarica e miocardica) che costituisce la causa di gran lunga più frequente di questo genere di morti (Puccini C.. Istituzioni di medicina legale: Ambrosiana, Milano, 1995).L’exitus è provocato, solitamente, da gravi turbe del ritmo culminanti in fibrillazione ventricolare. L’evento scatenante è di natura ischemica ma solo in meno della metà dei casi si riscontra una trombosi coronarica occlusiva o ad esempio un infarto recente, perché negli altri casi le alterazioni elettriche sono precipitate da altre cause ischemiche. Il meccanismo di molte morti improvvise cardiache è costituito da uno stato di instabilità elettrica da ipossia cronica, cosicché un aumento delle richieste metaboliche del cuore, in conseguenza di uno sforzo fisico ovvero di un’intensa emozione, ma anche una condizione di permanente tensione emotiva e di allarme conseguente all’espletamento di attività professionali particolarmente impegnative, delicate e rischiose, fonte di enormi responsabilità, (come nel nostro caso) può determinare uno stato di stress continuo che alla fine precipita la situazione cardiaca. La fibrosi miocardica (presenta nel nostro caso), inoltre, determina un rischio aggiuntivo di interruzione della continuità del sistema di conduzione, che può determinare vari gradi di blocco o di difetto di propagazione del’impulso contrattile, rendendo il cuore più sensibile all’ischemia ed all’arresto (Umani Ronchi G., Botino G., Grande A., Mannelli E.: Patologia Forense. Giuffrè, Milano, 1995). Inoltre, come dalle risultanze dell’esame istologico da noi eseguito, l’infiltrazione di tessuto adiposo che dalla consueta sede subepicardica si insinua in profondità fino ad interessare la parete miocardica, dissociando i fasci muscolari, è tipica anche della cosidetta displasia aritmogena, condizione caratterizzata da aritmie e spesso da morte improvvisa. Pertanto, la morte del capitano Di Grazia, sembra possa riconoscere una dinamica di tipo naturale e più precisamente della cosidetta “morte improvvisa dell’adulto”, che trova origine per lo più in una ischemia del miocardio con successive gravi turbe del ritmo cardiaco, che si manifestano anche in assenza di segni premonitori e che, dal punto di vista anatomopatologico, addirittura nella metà dei casi circa, sono caratterizzati dall’assenza di segni specifici, non solo macroscopici, ma anche microscopici e ultramicroscopici”.

Parzialmente diverse, nella parte descrittiva degli organi e dei tessuti, appaiono le conclusioni del dottor Asmundo nella relazione depositata otto mesi dopo quella del consulente del PM. Il dottor Asmundo, pur riconoscendo la natura cardiaca della morte improvvisa del De Grazia, la riconduce a “accidente cardiaco improvviso per insufficienza miocardica acuta da miocitolisi coagulativa da superlavoro in soggetto affetto, appunto, da cardiomiopatia (dilatativa) da catecolamine”:


A seguito della richiesta di riapertura indagini, vennero risentiti i due consulenti, del pubblico ministero e di parte. Entrambi convennero sulla possibilità di effettuare ulteriori accertamenti, in particolare per verificare la presenza di veleni.
La dottoressa Del Vecchio chiarì al pubblico ministero Russo che gli accertamenti tossicologici già effettuati avevano escluso la presenza di sostanze tossiche e stupefacenti, in particolare l’alcool, gli oppiacei, la cocaina, i barbiturici, le benzodiazepine, le anfetamine, i cannabinoidi e tutte le altre T.L.C, evidenziando che il materiale prelevato per tali accertamenti (bile e sangue) non era in quantitativo tale da rendere possibile una ripetizione di queste analisi, mentre avrebbero potuto essere effettuate analisi tossicologiche più mirate mediante prelievo di capelli, ossa, quote parte di organi di accumulo “per verificare fino in fondo per quanto possibile l’esistenza di eventuali sostanza tossiche e velenose diverse, in particolare la ricerca potrebbe riguardare i veleni metallici”.
Si riportano, di seguito, i verbali delle dichiarazioni rese dai due consulenti:



3.2 – La seconda consulenza tecnica espletata su incarico del pubblico ministero
In data 18 giugno 1997, il pubblico ministero Giancarlo Russo affidò, quindi, un secondo incarico alla dottoressa del Vecchio sottoponendole ulteriori quesiti:
“ad integrazione ed approfondimento della consulenza medico-legale già espletata con riferimento al decesso del cap. De Grazia Natale, esegua il CT ulteriori accertamenti chimico-tossicologici per la ricerca di sostanze tossiche e velenose, nonché approfondisca, con l’allestimento di ulteriori preparati, l’aspetto istologico. Accerti ed approfondisca altresì quant’altro utile ai fini delle indagini volte a verificare la causa del decesso, anche tenendo conto di quanto emerge dagli atti e dalla consulenza di parte depositata”.
Venne dunque effettuato un secondo accertamento sul cadavere del capitano De Grazia, in esito al quale vennero rassegnate dalla dott.ssa De Vecchio le seguenti conclusioni :
“La riesumazione del cadavere del capitano Natale De Grazia, ci ha permesso di eseguire ulteriori prelievi da utilizzare per gli accertamenti chimico-tossicologici e per l’approfondimento delle indagini di consulenza tecnica
A tal fine gli ulteriori esami chimici eseguiti hanno escluso la presenza di sostanze
tossiche di natura esogena nei campioni esaminati. La ricerca è stata compiuta con particolare riferimento alle sostanze che possono portare a morte in tempi brevi, con sintomatologie quali quelle descritte (ipnotici, farmaci cardiaci, depressori del sistema nervoso centrale, cianuri).
Per completezza è stata effettuata anche la ricerca dell’arsenico nei capelli (perla verifica di un’eventualeintossicazione cronica) e nel fegato (perla verifica di eventuale intossicazione acuta). La ricerca è risultata negativa .
La negatività per la presenza di alcool etilico nel sangue ottenuta con il prelievo del medesimo eseguito in sede di autopsia (19 dicembre 1995) anche se sembra contrastarecon l enotizie di specifica (vien riferito nella relazione di servizio redatta da Moschitta Nicolo e carabiniere Francaviglia Rosario che il De Grazia si fermava durante il viaggio per la cena alle ore 22.30, consumava abbondanti quantitativi di carboidrati e proteine assumendo contemporaneamente quantitativi non riportati di vino e un bicchierino di liquore denominato limoncello), non desta perplessità, in quanto è noto che la curva di assorbimento dell’alcool etilico a stomaco pieno (soprattutto quando sono j stati assunti abbondanti quantitativi di carboidrati), si appiattisce determinando valori di ii alcoolemia non rilevabili nel tempo immediatamente successivo all’assunzione. Poiché il decesso si è verificato poco più di un’ora dall’ingestione dei cibi e delle bevande l’alcool presente nello stomaco non aveva avuto il tempo sufficiente per entrare in circolo. Era presente, infatti, in quantità non dosabile.
Inoltre viene riferito sempre nella relazione di servizio che durante le manovre rianimatorie il De Grazia rigurgitava parte di quanto introdotto nello stomaco durante la cena. All’esame autoptico il materiale alimentare fu rinvenuto in quantità tale da sembrare in contrasto con l’abbondante pasto riferito, ma ciò è invece facilmente spiegabile se confrontato con le testimonianze acquisite agli atti.
Per quanto attiene all’esame istologico, invece, la visione preliminare di organi già esaminati, conferma i reperti impressi, in particolare riguardo per l’aumento, in alcuni campi, del grasso subepicardico. Per le ulteriori colorazioni tricromiche allestite sul cuore, quella di Gomori da conferma della presenza di microaree di sostituzione connettivale non recenti, mentre il PTH, nei limiti di lettura a causa della cattiva conservazione dell’organo, non sembra mettere in evidenza alterazioni cromatiche riferibili a presenza di fibrina recentemente neoformatasi, nell’insieme, il diagnostico sembra dunque essere quello di una miocardioangiosclerosi diffusa senza apprezzabili fenomeni-di necrosi recentissima o recente di tipo focale anche se anche se l’ultima osservazione (su quote parte di cuore riesumato) deve prudenzialmente tenere conto dello stato di conservazione dell’organo (ormai preda di avanzati fenomeni putrefattivi).
Pertanto si ritiene, anche alla luce delle ulteriori indagini di laboratorio eseguite, che la causa della morte del capitano De Grazia Natale sia da ricondurre ad un evento naturale tipo “morte improvvisa dell’adulto”, come già ci esprimemmo in merito nella precedente relazione di consulenza tecnica medico-legale affidataci”.
La dottoressa Del Vecchio, allorquando depositò le conclusioni della seconda consulenza tecnica espletata, venne risentita dal pubblico ministero Russo a chiarimenti. In tale occasione confermò in pieno i risultati cui era pervenuta con la prima consulenza. Si riporta il verbale all’epoca redatto:

3.3 – Le audizioni in Commissione dei consulenti tecnici
La Commissione ha ritenuto di dover risentire entrambi i consulenti medico legali al fine di chiarire alcuni aspetti legati soprattutto al fatto che nel corso della prima autopsia non furono eseguiti tutti gli accertamenti possibili per la ricerca di sostanze tossiche o assimilate, tanto che fu disposta un’integrazione degli accertamenti stessi, limitata peraltro a quelli ancora possibili nonostante il tempo trascorso.
Il 12 gennaio 2011 sono stati, pertanto, auditi sia la dottoressa Del Vecchio che il dottor Asmundo.
La dottoressa ha affermato che:
- non aveva esaminato le precedenti risultanze e cartelle cliniche del capitano De Grazia per verificare se vi fossero tracce di patologie pregresse, precisando che all’epoca si facevano comunque esami che non potevano essere rivelatori di uno stato così fine di patologia che invece adesso viene valutato, come è obbligo dal 31 dicembre scorso;
- in occasione della prima autopsia le analisi tossicologiche furono limitate alla ricerca di sostanze stupefacenti, alcooliche e psicotrope, mentre la ricerca non fu estesa ai veleni, per i quali generalmente vi è una richiesta specifica da parte del magistrato;
- il quesito riguardante la ricerca di sostanze tossicologiche o simili non comprende generalmente anche la ricerca dei veleni. Questo perché per i veleni, data anche la quantità e varietà delle sostanze velenose, occorrono indagini diverse e più ampie e, dunque, quesiti più specifici;
- la maggior parte delle sostanze velenose non è rilevabile a distanza di tempo, salvo alcune sostanze, come l’arsenico.

Si riportano i passaggi più significativi dell’audizione in parola:
“L’autopsia è stata svolta in perfetta regola, come da circolare Fani, per cui non solo ho svolto l’autopsia, ma ho anche prelevato parte di tessuto e di organo e tutti i liquidi biologici che potevo prelevare, quindi sangue e bile (non l’urina perché la vescica era vuota) e una quota di visceri per fare l’esame chimico tossicologico (…) non ho dubbi e anzi forse potrei fare un’aggiunta per sviare altri dubbi: come ho potuto vedere perché avevamo colorato questi tessuti con colorazioni particolari che mettono in risalto aree di cicatrizzazione in cui il normale tessuto cardiaco viene sostituito quando ha degli insulti, purtroppo il cuore del capitano De Grazia era soggetto a ipossia cronica (…) a mio parere – più forte oggi di ieri – è morto per un arresto cardiocircolatorio o per insufficienza cardiaca acuta che è la stessa identica cosa per uno stress miocardico, un insulto di ipossia cronica.
Lo si vedeva nel cuore, nei reni e addirittura in alcune aree del cervello in cui c’erano le cellule del famoso neurone rosso, che sono un segno di ipossia cronica.
(…) Tutti noi possiamo andare incontro a questo e io stessa ho una cardiopatia ipertensiva perché il problema è quello dell’impegno lavorativo, che non fa dormire la notte e impone responsabilità, laddove quelle del capitano erano certamente maggiori delle mie e forse anche delle vostre.
Per quanto riguarda invece i veleni, quando facemmo la riesumazione l’unico veleno su cui potevamo indagare era l’arsenico perché è l’unico che rimane, e questo si è rivelato negativo, perché in chimica clinica abbiamo fatto lo spettrofotometro ad assorbimento atomico che ha dato esito negativo.
In assenza di lesività traumatica si pensa al veleno, ma chiaramente tutti gli altri veleni come il cianuro, il bromuro, il potassio danno sintomatologie particolari. La stricnina provoca contrazioni, il bromuro provoca vomito, sintomatologie molto pesanti che non possono passare inosservate né essere confuse con un malore.
Si tratta di qualcosa di cui ci si accorge e che qualcuno comunque deve somministrare. Non abbiamo trovato neppure l’anidride arseniosa, che forse ha minore sintomatologie e si può mescolare nei cibi ed essere ingerita senza essere percepita.
Tutti gli esami per i derivati della morfina e degli oppiacei non come sostanza stupefacente a sé stante, ma anche per i derivati farmacologici della codeina, cocaina e così via, le benzodiazepine sono stati effettuati in prima battuta, quando fu effettuata l’autopsia, per cui posso affermare che purtroppo la morte del capitano De Grazia è stato un evento naturale stress … “.

Nel corso della medesima audizione è intervenuto anche il dottor Asmundo il quale, richiesto di chiarire se vi fossero elementi di dissenso rispetto alle conclusioni cui era giunta la dottoressa De Vecchio, ha dichiarato:
“No, dissenso rispetto alla definizione della causa di morte no, ma ci sono alcuni aspetti che riguardano comunque la morte improvvisa da causa patologica naturale cardiaca che dal punto di vista tecnico-scientifico mi sentirei di definire in altro modo. Non ho però dubbi che si sia trattato di una morte improvvisa da causa patologica naturale cardiaca da superlavoro rispetto alle analisi condotte, alle circostanze che ci furono riferite e all’esclusione di altre cause che non sono emerse nel corso delle indagini eseguite dalla dottoressa. (…) Elementi di dissenso soltanto dal punto di vista tecnico-scientifico. Ho partecipato all’indagine autoptica e ho esaminato i preparati istologici allestiti da frammenti di visceri di cadavere e segnatamente del cuore.
Più che presentare una patologia di tipo aterosclerotico, il cuore è danneggiato da un’iperincrezione catecolaminica cioè degli ormoni dello stress, che hanno cronicamente intossicato la cellula miocardica, producendo un quadro che non è del tutto sovrapponibile a quello da causa ischemica e quindi ipossica, ma che deriva proprio dall’azione diretta di questi ormoni sulla cellula cardiaca che la danneggia.
Ci sono evidenti reperti, focolai e aree anche abbastanza estese della cosiddetta «miocitolisi coagulativa» nel 1995, che oggi definiamo «necrosi a bande di contrazione».
È quindi sostanzialmente condivisibile il terminale fisiopatologico, ma non esattamente in senso eziologico, nel senso che le coronarie, che sono i vasi che portano il sangue ossigenato al cuore per farlo ben lavorare, erano pressoché integre e non presentavano i segni tipici del soggetto cardiopatico ischemico, dell’infartuato, che presenta placche che ostruiscono la circolazione arteriosa coronarica e quindi danneggiano le cellule miocardiche non essendo apportato ossigeno.
Qui il discorso è ben diverso e deriva proprio dall’iperincrezione catecolaminica, che caratteristicamente produce questo danno della cellula miocardica a focolai, che nel tempo possono arrivare a produrre una cardiopatia dilatativa se non interviene una causa aritmogena, cioè se il disarrangiamento dell’architettura del tessuto muscolare cardiaco non produce una desincronizzazione dell’attività cardiaca stessa tanto in senso elettrico quanto in senso meccanico, producendo quanto è accaduto al capitano De Grazia, cioè la morte improvvisa probabilmente da causa elettrica su base miocitolitica coagulativa (…) Le fibrocellule cardiache sono interconnesse tra loro e subiscono effetti che derivano da un impulso sostanzialmente elettrico, che deriva da una differenza di potenziale a livello della membrana cellulare per il passaggio di ioni dall’interno all’esterno della cellula, che attivano un meccanismo biochimico che fa contrarre la cellula.
Se gruppi di cellule muoiono, evidentemente le interconnessioni non funzionano più e quindi la continuità dell’impulso elettrico non è garantita. Se i focolai sono multipli a livello del tessuto miocardico come in questi soggetti soprattutto la parete ventricolare sinistra, che è la parte più nobile del cuore, quella che pompa il sangue nella circolazione sistemica, in quella cerebrale fondamentalmente, questo può comportare in un altro momento, indipendentemente da una causa scatenante, una desincronizzazione dell’attività elettrica e quindi meccanica di pompa del cuore.
Questo comporta un improvviso arresto cardiaco che può essere chiamato sincope o arresto cardiaco elettrico, che può comportare una fibrillazione ventricolare non conducente alla contrazione per il pompaggio del sangue e, in definitiva, a uno stupore e quindi a uno stop dell’attività cardiaca, che determina la morte improvvisa (…) Sono stati effettuati studi molto particolari su soggetti per i quali è stato percepito il «clic» nel senso dell’accensione del momento emozionale, sui quali si è dimostrato un rapporto sostanzialmente diretto. Ci sono però soggetti che come il De Grazia muoiono nel sonno probabilmente perché hanno anche una predisposizione – è difficile dirlo oggi – su base genetica.
Negli ultimi 5-7 anni si è svolta una grande ricerca sulla genetica dei recettori cioè di quelle zone della cellula cardiaca che servono per l’attacco dell’adrenalina e della noradrenalina, gli ormoni dello stress, per l’attivazione della cellula. Alcuni soggetti hanno questi recettori alterati o comunque non perfetti e quindi in loro una situazione di stress può comportare molto facilmente una desincronizzazione dell’attività e quindi una morte elettrica”.

La dottoressa Del Vecchio ha sottolineato, poi, che in assenza di lesività esterna “(De Grazia non aveva segni traumatici da arma da fuoco, armi bianche o colpi contusivi, non era politraumatizzato, non era caduto da una finestra)” il medico legale indaga sulle cause della morte (semplice ictus, attacco di cuore o qualsiasi altra cosa) cercando eventuali sostanze:
“In questo caso non avevamo neanche le urine, ma abbiamo attentamente indagato nel sangue, nella bile, nei visceri, come sempre facciamo per verificare se un soggetto abbia ingerito un farmaco, sia rimasto vittima di un’allergia o – non è il caso del capitano – abbia fatto uso di sostanze stupefacenti.
Il caso dei veleni è più particolare, perché il pubblico ministero, il giudice che assegna l’incarico dovrebbe quantomeno indirizzare il perito verso una ricerca perché alla luce della gamma dei veleni possibili un’indagine del genere può avere per lo Stato un costo incredibile.
Io sarei molto favorevole a effettuare un’indagine del genere su tutti i morti per morte naturale… “.

La dottoressa Del Vecchio ha, quindi, ribadito le sue conclusioni, dopo aver descritto gli effetti delle sostanze velenose:
“Una delle sostanze con cui le persone vengono anche curate e che si possono assumere anche a piccole dosi fino a intossicazione è proprio l’arsenico, che infatti era negativo, perché alle altre sostanze si diventa assuefatti. Con il potassio, che deve essere iniettato, si muore immediatamente. (…) Con «immediatamente» s’intende che non si riesce a rientrare in macchina. Altre sostanze come la stricnina provocano convulsioni, particolari che qualcuno avrebbe dovuto riferire”.

Allo stesso modo il dottor Asmundo ha confermato il suo giudizio, affermando:
“Il reperto tossicologico non è mai lontano dal reperto anatomopatologico. Se infatti una sostanza altera l’organismo in modo tale da ucciderlo, evidentemente a livello polmonare, epatico e renale, organi deputati alla detossificazione dell’organismo, si rileva un’alterazione.
Noi non abbiamo un reperto anatomopatologico che ci possa consentire tecnicamente di affermare una cosa simile. A fronte di un reperto patologico cardiaco di una consistenza più che discreta, l’orientamento nel senso dell’epicrisi non può che essere quello”.

Riguardo alla prima autopsia effettuata, la dottoressa ha chiarito di aver eseguito alcuni esami tossicologici (“avevamo il sangue, i visceri, la bile, che sono indagini istologiche di tessuti. Abbiamo utilizzato il metodo RYE, metodica che si usa per analizzare questi reperti, abbiamo visto l’alcol (l’etanolo) che era negativo, tutti i derivati della morfina e degli oppiacei, della cocaina, codeina e quant’altro”), ma di non aver indagato sui veleni, affermando che ciascun veleno richiede uno studio a parte, per cui l’indagine in tal senso sarebbe stata eseguita se vi fosse stato il sospetto della presenza di un veleno.
Alle richieste di chiarimenti avanzate dei componenti della Commissione, l’audita ha risposto, così come riportato nel resoconto stenografico:
“ALESSANDRO BRATTI. Si può escludere categoricamente che non sia stato avvelenato o, dato che per tutta una serie di motivi non si è ipotizzata la presenza di determinati veleni, si fa fatica ad andarli a cercare?
Questa è una domanda importante, perché si può escludere totalmente qualsiasi tipo di veleno oppure ammettere questa eventualità.
SIMONA DEL VECCHIO. In base alla mia esperienza ritengo che l’unico veleno che potesse uccidere una persona così giovane e sana potesse essere appunto l’arsenico, che infatti dopo siamo andati a ricercare e non c’era.
È l’unico che si può cercare e trovare anche dopo tranquillamente perché è l’unico che non senti: o viene iniettato, ma non c’erano segni di agopuntura…
ALESSANDRO BRATTI. Avendo bevuto e mangiato magari poteva anche sentire un sapore strano. Chiaramente, voi siete esperti e lo sapete…
SIMONA DEL VECCHIO. Le assicuro che le quantità dovrebbero essere minime, non in grado di far morire una persona.
PRESIDENTE. Per chiarire fino in fondo il nostro problema, noi abbiamo una serie di indizi esterni quali il fatto che sia stato completamente disfatto tutto il gruppo che stava svolgendo un’indagine particolarmente importante sulla presenza di sostanze tossiche (noi abbiamo anche accertato ulteriori elementi di particolare importanza di quello specifico viaggio).
Se quindi voi ci dite che al cento per cento era assolutamente impossibile che nel momento in cui è morto ci fosse una causa o una concausa diversa dal fatto che il cuore non ha più funzionato perché non sono arrivati gli impulsi elettrici e ha avuto quello che comunemente si definisce un infarto, interpretiamo quegli indizi in un senso.
È invece diverso se ci dite che a voi risulta questo, però ad esempio avete fatto un’indagine accuratissima sulla presenza di una possibile puntura…
SIMONA DEL VECCHIO. Posso assicurare che quello lo effettuo su tutti, anche su chi non fa il lavoro del capitano De Grazia, per cui glielo assicuro personalmente anche se non c’è nella relazione.
Il collega era presente, abbiamo fatto le foto del corpo e addirittura, riscontrando un’escoriazione sul lato sinistro, ho prelevato quel pezzetto di cute perché preferivo analizzare anche questo tessuto. Non era nulla, perché evidentemente hanno tentato di rianimarlo e si trattava dei segni della rianimazione.
ALESSANDRO BRATTI. Escludete comunque l’avvelenamento per ingestione a meno che non sia quella sostanza.
SIMONA DEL VECCHIO. Sì, perché dovrebbe essere troppa la sostanza somministrata a una persona per ottenere quell’effetto.
PRESIDENTE. Vorrei sapere se sia stato analizzato il cibo che aveva ingerito, per sapere che tipo di cibo fosse e a che livello di digestione fosse.
SIMONA DEL VECCHIO. No, perché il cibo era già a uno stadio avanzato come l’alcol prima, perché non è morto subito: aveva già cominciato la sua digestione, c’era del liquame.
ALESSANDRO BRATTI. Nonostante avesse già cominciato la digestione, le tracce di alcol…
SIMONA DEL VECCHIO. Perché l’alcol si assorbe prima, ecco perché si raccomanda di aspettare mezz’ora dopo mangiato per evitare l’eventuale ritiro della patente, qualora si sia fermati. Il capitano non è morto subito, per cui oltre il liquame non potevamo vedere più nulla. Occorrono tre ore per svuotare uno stomaco.
PRESIDENTE. Quanto tempo occorre perché il cibo si trasformi in liquame?
SIMONA DEL VECCHIO. Al massimo tre ore, ma anche di meno: dipende da cosa e quanto abbiamo mangiato.
ALESSANDRO BRATTI. Uno shock anafilattico si vedrebbe chiaramente dall’autopsia?
SIMONA DEL VECCHIO. Sì, come diceva il collega prima il fegato e la milza, organi in cui passa tutto il circolo refluo, avrebbero subìto effetti allucinanti. Tutti i veleni che provocano l’atrofia giallo-acuta avrebbero dato quadri epatici disastrosi, mentre mi pare che il fegato fosse l’organo in assoluto più tranquillo perché si trattava di una persona giovane, attenta a quanto mangiava e beveva.
PRESIDENTE. Avrei ancora alcune cose da chiarire per arrivare sino in fondo. Per quanto riguarda i polmoni, qui si dichiara che «è presente intensissima congestione con abbondanti travasi emorragici endoalveolari». Vorrei sapere quale origine possa avere la congestione.
SIMONA DEL VECCHIO. La morte di tipo asfittico e cioè tutte le morti che avvengono per mancanza d’aria, quindi la morte cardiaca o per strangolamento.
PRESIDENTE. La morte cardiaca è contemporanea, cioè nel momento in cui il cuore si ferma…
SIMONA DEL VECCHIO. No, non è detto che si fermi subito: si può avere un malore che può avere un suo decorso.
PRESIDENTE. Se invece fosse una morte per asfissia?
SIMONA DEL VECCHIO. Ci sarebbero stati segni di asfissia, che in questo caso mancano. È il meccanismo della morte: in questo caso parlo della mancanza di aria negli organi interni, non della morte per asfissia.
Prima ho precisato che non c’erano segni di lesività traumatica di alcun genere.
PRESIDENTE. Parliamo dei polmoni.
SIMONA DEL VECCHIO. La congestione è tipica di una morte cardiaca.
PRESIDENTE. Ma può essere anche tipica di un soffocamento?
SIMONA DEL VECCHIO. Di tantissime altre morti, anche di un soffocamento, ma un uomo di 39 anni come il capitano De Grazia non si sarebbe fatto soffocare senza reagire. Questo è doveroso dirlo”.

3.4 – La consulenza del professor Giovanni Arcudi
Come già evidenziato, la Commissione ha ritenuto di voler approfondire l’aspetto medico legale legato alla morte del capitano De Grazia.
A tal fine, dopo avere audito i consulenti medico legali che effettuarono le operazioni peritali nel corso dell’indagine condotta dalla procura della Repubblica di Nocera Inferiore, ha affidato, in data 16 maggio 2012, al professor dottor Giovanni Arcudi (direttore dell’Istituto di medicina legale nella facoltà medica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, nonchè consulente della Commissione) l’incarico di esaminare gli atti acquisiti e le consulenze tecniche medico legali effettuate dalla dottoressa Del Vecchio e dal dottor Asmundo nonché di eseguire gli esami di natura ripetibile, ritenuti utili, sui preparati istologici e le relative inclusioni in paraffina eventualmente ancora custoditi presso il laboratorio di istologia dell’Istituto di medicina legale – Università La Sapienza di Roma.
In data 10 dicembre 2012, il professor Arcudi ha depositato una relazione nella quale sono esposti i risultati della sua consulenza.
Si ritiene di riportare integralmente il testo della relazione depositata in ragione del tecnicismo della materia e delle conclusioni, non coincidenti per diversi aspetti ripetto a quelle cui pervennero la dottoressa Del Vecchio e il dottor Asmundo:

«Gli accertamenti medico legali sono stati effettuati da una parte sulla base della documentazione acquisita agli atti e, dall’altra, sulla revisione dei preparati istologici a suo tempo allestiti su frammenti di visceri prelevati in occasione della autopsia effettuata sul cadavere del De Grazia e della successiva esumazione.
«Nulla è stato possibile fare sul versante delle indagini tossicologiche forensi poiché non risulta che siano state conservate parte dei prelievi di liquidi biologici e di visceri che sembrerebbe siano stati fatti nel corso degli accertamenti necroscopici e utilizzati, all’epoca, per esami chimico tossicologici forensi
«Quindi sulla scorta del predetto materiale che avevo a disposizione ho svolto gli accertamenti medico legali all’esito dei quali posso proporre le seguenti considerazioni.
«Preliminarmente è opportuna una osservazione sugli accertamenti effettuati all’epoca della morte del capitano De Grazia, disposti dapprima dalla procura della Repubblica di Reggio Calabria in data 19 Dicembre 1995 e quindi dalla procura della Repubblica di Nocera Inferiore in data 23 Aprile 1997.
«Come ho avuto modo di anticipare nella mia relazione preliminare (sostanzialmente ripresa in questa relazione definitiva, ndr), non posso che ribadire, ora, come gli accertamenti di natura medico legale, allora disposti, risultino condotti in maniera piuttosto superficiale con incomprensibili carenze e contraddizioni che rendono i risultati tutti incerti, poco affidabili e quindi non concretamente utilizzabili per gli scopi per i quali erano stati disposti. Scopi che erano stati indicati nella serie di quesiti posti al perito, sempre lo stesso nel primo e nel secondo accertamento, e che erano tutti finalizzati a chiarire, anche con l’ausilio della indagine tossicologica, la causa della morte del De Grazia.
«Più in particolare deve essere evidenziata la piuttosto evidente difformità tra il verbale di autopsia del CT del PM e quello del consulente della parte: nel primo il contenuto gastrico è riferito come costituito da alcuni cc di liquame blunastro mentre il CT della parte parla di un abbondante quantità di materiale alimentare parzialmente digerito, ed è evidente che sia più veritiera quest’ultima versione, essendo inconcludente l’affermazione della dottoressa Del Vecchio che lo stomaco era vuoto perché il Cap. De Grazia aveva vomitato poco prima della morte.; la CT del PM dice di un cuore con coronarie serpinginose, specillabili, con intima interessata da diffuse deposizioni ateromasiche intimali, mentre il CT della parte dice che nulla c’è alle coronarie, e probabilmente ha ragione lui visti gli esami istologici.
«E poi c’è, nella descrizione della seconda autopsia su cadavere esumato, la non attendibilità di un dato relativo ai prelievi di parti di visceri che verosimilmente dovevano essere putrefatti e, più sorprendentemente, di sangue che non poteva più esserci dopo una prima autopsia e dopo che erano trascorsi circa sedici mesi da quest’ultima. E tante altre cose ancora.
«Insomma si trae quasi l’impressione che in questa indagine medico legale si sia badato più alla forma di particolari processuali privi di valore che invece alla sostanza della indagine in patologia forense che sembra del tutto trascurata nel rigorismo obiettivo e nella valutazione del significato patologico dei quadri autoptici.
«E questo per quanto riguarda gli accertamenti autoptici ed istologici. Altro capitolo è quello degli accertamenti tossicologici per i quali non posso che riproporre le stesse considerazioni, condivise dal tossicologo forense della medicina legale di “Tor Vergata”, già fatte pervenire con la relazione preliminare che ora possono essere ritenute definitive.
«Sono state prese in esame le indagini chimico tossicologiche che, secondo l’allora CT del PM, dottoressa Del Vecchio, sono state eseguite in due riprese: una in occasione della prima autopsia eseguita in data 19.12.1995 con contestuali prelievi; un’altra quando è stata fatta la esumazione del cadavere del Di Grazia in data 23.04.1997.
«Prima ancora di entrare nel merito, appare opportuno segnalare una macroscopica contraddizione tra quanto riportato nelle tre relazioni di consulenza, riguardo al contenuto dello stomaco.
Nella prima relazione della dottoressa Del Vecchio, relativa all’esame autoptico da lei eseguito in data 19 dicembre 1995, si legge: “…Stomaco contenente alcuni cc di liquame brunastro…”, mentre nella relazione di consulenza di parte, il dottor Asmundo, presente all’esame autoptico, scrive: “….Nello stomaco abbondante quantità di materiale alimentare parzialmente digerito, d’aspetto cremoso e colorito giallastro-roseo nel quale sono riconoscibili frammenti di formaggio biancastro e carnei rosei-scuri…”. Nella seconda relazione, infine, relativa all’autopsia del 19 giugno 1997 (30 mesi dopo la prima !) la dottoressa Del Vecchio riporta che “….si poteva procedere al prelievo di quota parte di visceri (fegato, reni, polmoni, cuore milza, stomaco) di muscolo, di osso (vertebra, osso del bacino e costa) e di sangue per gli ulteriori esami di laboratorio…”.
«Anche se le quantità di materiale biologico prelevato non vengono mai riportate, si deve ragionevolmente ritenere che il contenuto dello stomaco rinvenuto all’autopsia del 1997 non dovesse essere costituito solo da alcuni cc di liquame, come affermato nella relazione del 1995, perché su tale materiale sono state effettuati una serie di accertamenti chimico-tossicologici – ricerca dell’alcool etilico, ricerca dei cianuri, ricerca di altre sostanze ad azione farmacologica (barbiturici, benzodiazepine, antidepressivi, ipnotici e tranquillanti) – che necessitano di quantitativi di materiale non esigui.
«Anche se solo parzialmente compreso nelle competenze tossicologico-forensi appare doveroso ricordare qui l’importanza del dato della presenza di cibo nello stomaco, in funzione, non solo delle valutazioni tanato-cronologiche, ma anche nell’identificazione del materiale ingerito, per un possibile riscontro con quanto dichiarato da eventuali testimoni.
«In quest’ottica, purtroppo, nessun prelievo e nessun accertamento è stato effettuato nel corso della prima autopsia e quelli relativi alla seconda hanno sicuramente scarso rilievo tossicologico in quanto, dato il tempo trascorso (30 mesi) sicuramente il materiale era interessato da profonde trasformazioni putrefattive.
«Entrando nello specifico delle problematiche tossicologico-forensi, sul contenuto dello stomaco sono state effettuate analisi per la ricerca dell’alcol etilico, che, come è noto, è una sostanza particolarmente volatile. Appare pertanto sorprendente che, in un campione prelevato 30 mesi dopo il decesso, in uno stomaco che era stato aperto dopo la prima autopsia (il medico legale aveva visto pochi cc di liquame brunastro!) vi sia ancora la presenza, seppur in quantità esigua ma significativa (0,3 g/litro), di alcool etilico.
«E tale dato è ancora più sorprendente se viene paragonato all’esito dello stesso accertamento effettuato sul sangue, sia quello prelevato nel corso dell’autopsia del 1995, sia quello (!!) prelevato nel 1997: in entrambi i campioni l’analisi da esito negativo (anche se nel campione del 1997 viene utilizzata la dicitura “non dosabile”).
«Alla luce di tali risultati è verosimile che il consulente abbia confuso per alcol etilico il picco cromatografico di sostanze volatili di origine putrefattiva ovvero che l’alcol riscontrato sia esso stesso di origine putrefattiva. In questa seconda ipotesi, tuttavia, tracce di alcol sarebbero dovute essere presenti anche nel sangue.
«Nel contenuto dello stomaco è stato effettuato anche un saggio colorimetrico per la ricerca della eventuale presenza di cianuri. Anche per questa sostanza vale quanto già detto per l’alcol etilico. «Nello stomaco, in presenza di acido cloridrico, i cianuri si trasformano in acido cianidrico, sostanza particolarmente volatile e, come ricavabile dalla letteratura, se le analisi non vengono eseguite tempestivamente, è molto improbabile che possano essere rilevati.
«Focalizzando l’attenzione sulle indagini chimico-tossicologiche relative ai prelievi effettuati nel corso dell’autopsia del 1995, così come desunte dalla relazione si può osservare quanto segue.
«Le analisi descritte, ad eccezione della determinazione dell’alcol etilico, appaiono molto generiche e non in grado di determinare la presenza di eventuali sostanze tossiche, soprattutto se presenti in concentrazione non particolarmente elevate. L’unica tecnica impiegata dotata di qualche validità scientifica e quella RIA (radio immuno assay) impiegata per la ricerca di oppiacei e cocaina. «Avendo fornito esito negativo è possibile escludere la presenza nel sangue e nella bile di oppiacei (particolarmente morfina) e cocaina.
«Tutte le altre tecniche descritte – la spettrofotometria U.V., cromatografia su strato sottile (TLC), l’estrazione secondo la tecnica di Stass-Otto, il metodo di Felby per la ricerca degli oppiacei – sono (e lo erano anche nel 1995) tecniche obsolete, dotate di scarsa o nulla specificità e/o sensibilità e che nessun tossicologo applicherebbe per l’accertamento di una eventuale intossicazione o avvelenamento.
«Sui liquidi biologici prelevati nel corso della prima autopsia non sono stati effettuati accertamenti per la ricerca dei principali veleni metallici (arsenico, tallio, ecc.) né di altre possibili sostanze tossiche, soprattutto quelle che possano agire a piccole dosi (cianuri, esteri fosforici, digitale, ecc.).
«Sulla base di quanto sopra detto appare di tutta evidenza come le indagine sono state del tutto inappropriate dovendosi, per questo, concludere che, ai fini di chiarire se nel caso in discussione si è trattato di una intossicazione o un avvelenamento, le analisi allora effettuate sono del tutto inutilizzabili, restando insoluto l’interrogativo circa l’influenza di fatto tossico nel determinismo della morte
«Per quanto concerne le analisi effettuate sui liquidi biologici prelevati nel corso della seconda autopsia (1997), preliminarmente è doveroso evidenziare che, a causa del tempo trascorso dal decesso, il materiale era sicuramente interessato da gravi fenomeni trasformativi dovuti allo stato di putrefazione. In tali condizioni, qualsiasi accertamento risulta sicuramente compromesso dallo stato del materiale biologico che rende assai difficile l’identificazione di eventuali sostanze tossiche esogene.
«Entrando nello specifico delle analisi eseguite, nonostante il quesito del Magistrato richiedesse “ulteriori” accertamenti chimico-tossicologici, in pratica i consulenti si sono limitati a ripetere analisi già effettuate, e non si comprende se sui prelievi della prima autopsia o su quelli, del tutto improbabili, della esumazione.
«Ancora una volta sono state utilizzate tecniche obsolete e generiche (spettrofotometria U.V., cromatografia su strato sottile, saggi colorimetrici); la gascromatografia con rivelatore di massa, indispensabile in un laboratorio di tossicologia forense, è stata utilizzata solo per l’analisi del contenuto dello stomaco e di un omogeneizzato di visceri, trascurando gli altri campioni biologici. I tracciati relativi alle analisi mediante gascromatografia con rivelatore di massa non sono stati allegati alle relazioni peritali e, pertanto, non possono essere commentati.
«In queste analisi, inoltre, le perplessità maggiori sono fornite dalle tecniche utilizzate per estrarre le eventuali sostanze tossiche dal materiale biologico: la tecnica è specifica e sensibile ma se l’estrazione non lo è altrettanto, l’analisi diventa inutile. Infine, l’abitudine ad analizzare omogenati di organi mescolati tra loro è assolutamente da censurare: un tossico presente in un solo organo viene “diluito” nella massa complessiva e può essere non più rilevabile (concentrazione inferiore al limite di rilevabilità del metodo).
«Anche sul materiale prelevato (?) dal cadavere esumato sono state eseguite indagini mediante tecniche immunochimiche (RIA) focalizzate sulle due principali sostanze stupefacenti (oppiacei e cocaina). Ma se i liquidi biologici sono stati prelevati in tempi diversi ma dallo stesso cadavere, perché ripetere le stesse analisi che avevano già dato esito negativo?
«L’analisi del materiale pilifero è superflua in quanto, nel caso in cui si fosse trattato di una intossicazione acuta (ad es. un avvelenamento), la morte sopravvenuta rapidamente avrebbe comunque impedito al tossico di raggiungere la matrice cheratinica. Affinchè una sostanza dal sangue raggiunga il bulbo pilifero, venga inglobata nel capello nel momento in cui si sta formando, il capello fuoriesca dal cuoio capelluto e cresca quel tanto che basta per consentirne il taglio con forbici (in genere non si usa, se non per esperimenti scientifici, di rasare i capelli), è necessario un periodo temporale che può essere calcolato tra 15 e 30 giorni, periodo temporale incompatibile con l’ipotesi di una intossicazione acuta.
«Nelle analisi su materiale pilifero, l’identificazione delle sostanze è possibile solo in caso di assunzioni ripetute, abituali o croniche quando le quantità presenti sono compatibili con la sensibilità della strumentazione utilizzata.
«Anche per quanto attiene a questo secondo gruppo di analisi si deve ripetere quanto sopra detto a proposito delle prime, e cioè che sono del tutto inutilizzabili.

«Premesso quanto sopra, e preso atto della scarsa affidabilità degli accertamenti a suo tempo esperiti, ho ritenuto utile in questa sede un tentativo di approfondimento in ambito istopatologico essendo le inclusioni in paraffina e gli allestimenti dei vetrini l’unico reperto che è pervenuto utilizzabile dai precedenti accertamenti medico legali.
«Ho provveduto, pertanto, con l’assistenza della Anatomia ed Istologia Patologica dell’Università di Roma “Tor Vergata, alla revisione dei preparati istologici che ho acquisito nella sezione di Istologia dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Roma “Sapienza” e ad un ulteriore allestimento di vetrini anche con nuove e più specifiche tecniche di colorazione.
«La lettura dei preparati così ottenuti ha permesso di obiettivare quanto segue:
«Cuore
«Presenza di aspetti isolati in cui i miocardiociti assumono aspetto ondulato ed allungato (“a dune di sabbia”), talora con ipereosinofilia del citoplasma (miocitolisi coagulativa) come da processo coagulativo microfocale delle proteine e con quadri morfologici compatibili con bande da ipercontrazione, peraltro molto limitati e ristretti a piccoli segmenti.
«Presenza di aspetti non conclusivi ma suggestivi per edema interstiziale
«Presenza di congestione acuta vascolare
«Presenza di modificazioni morfologiche dei miocardiociti riconducibili a fenomeni postmortali
«La valutazione immunofenotipica (LCA, CD3) non ha evidenziato un aumento dell’infiltrato infiammatorio intramiocardico, come segnalato in letteratura nelle condizioni di morte improvvisa di tipo cardiaco, nella maggior parte dei pazienti
«Assenza di alterazioni significative dei vasi presenti nei vetrini esaminati
«NON si osservano, nei vetrini in esame:
frammentazione terminale delle miocellule, anomalie nucleari riconducibili ad un danno ischemico, fibrosi interstiziale significativa, miocardioagiosclerosi, (”evidente sofferenza delle arterie di piccolo e medio calibro”…), aumento del grasso periviscerale (che appare nella norma laddove valutabile in maniera adeguata) significativo per patologia cardiaca congenita

«Si concorda con la valutazione istologica per gli altri organi, in particolare per l’intenso e diffuso edema polmonare e per l’altrettanto marcata congestione vascolare. La maggior parte delle alterazioni a livello dei vari organi sono peraltro di verosimile natura putrefattiva, fatta eccezione per la congestione vascolare.
«Dalla lettura di questi preparati istologici, in confronto con gli esami istologici fatti dal CT dottoressa Del Vecchio si possono trarre queste conclusioni:
«Il quadro macroscopico descritto a livello del cuore esclude l’ipotesi di displasia aritmogena, tipica del ventricolo destro del cuore, non del sinistro
«NON è presente fibrosi interstiziale nel cuore
«NON è documentata in maniera certa una significativa coronarosclerosi che potrebbe giustificare una morte cardiaca improvvisa su base ischemica
«La descrizione macroscopica del cuore sembra indicare una degenerazione bruna del miocardio di tipo terminale, la cui genesi è riconducibile a svariate cause, non ultima il cuore polmonare acuto.

«Conclusioni
«Al termine delle indagine di consulenza tecnica che mi era stata affidata da Cotesta Commissione posso rilevare quanto segue.
«Innanzitutto i limiti della presente indagine sono apparsi subito evidenti al momento in cui ci si è resi conto che, ad eccezione del materiale istologico, nessun reperto dei precedenti accertamenti era più disponibile per poter ripetere le analisi e magari per approfondirle in un’ ottica più indirizzata ad individuare con sufficiente certezza la causa della morte del capitano Natale De Grazia.
«Allo stato non è possibile reperire nuovi reperti da utilizzare con profitto dovendosi escludere che una eventuale, rinnovata esumazione della salma possa dare la possibilità di indagare sui temi che qui interessano e cioè quelli della causa della morte con particolare riferimento alla presenza di sostanze tossiche.
«Non rimane che fare delle deduzioni sostenute dai pochi elementi di certa obiettività desunti dagli atti, tenendo anche conto di quanto acquisito nel corso delle audizioni delle persone che in qualche modo ebbero ad assistere nella circostanza della morte del capitano De Grazia.
«Bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco che sembra essersi creato nel percorso investigativo sulle cause della morte.
«L’indagine medico legale condotta dalla dottoressa Del Vecchio si è conclusa con una diagnosi di morte improvvisa dell’adulto, facendo intendere che vi fossero in quel quadro anatomo ed istopatologico elementi concreti che potevano ben sostenere detta diagnosi. Questo non corrisponde alla verità scientifica.
«Ho poco sopra evidenziato come la lettura dei preparati istologici effettuata in questa sede smentisca quella della dottoressa Del Vecchio, la quale ha ritenuto di cogliere, nella sua indagine anatomo ed istopatologica, elementi deponenti per un preesistente danno miocardico di cui sarebbe stato portatore il capitano De Grazia; danno che poi è stato utilizzato per sostenere la morte improvvisa dell’adulto.
«Questo significa che, allo stato, non c’è nell’intera indagine alcun dato certo che possa supportare la morte improvvisa dell’adulto; diagnosi causale di morte, questa, che deve essere ritenuta non provata e nemmeno connotata da apprezzabili probabilità.
«Se noi qui dobbiamo fare una conclusione al termine di questa indagine dobbiamo dire che il capitano De Grazia non è morto di morte improvvisa mancando qualsivoglia elemento che possa in qualche modo rappresentare fattore di rischio per il verificarsi di tale evento. Si trattava infatti di soggetto in giovane età, in buona salute, senza precedenti anamnestici deponenti per patologie pregresse, che conduceva una vita attiva e, come militare in servizio, era sottoposto alle periodiche visite di controllo dalle quali non sembra siano emersi trascorsi patologici. E per altri versi l’esame necroscopico, al contrario di quanto è stato prospettato attraverso una analisi non attenta e piuttosto superficiale dei reperti anatomo ed istopatologici, non ha evidenziato nessuna situazione organo funzionale che potesse costituire potenziale elemento di rischio di morte improvvisa.
«E nemmeno quanto riferito dalle persone che erano presenti alla morte e che ne seguirono le fasi immediatamente precedenti, si accorda con una ipotesi di morte cardiaca improvvisa.
«Si sa infatti che il capitano De Grazia, subito dopo aver mangiato e messosi in macchina ha cominciato a dormire e quindi a russare in modo strano; ad un certo punto reclina la testa sulla spalla e per questo viene scosso dall’occupante il sedile posteriore dell’autovettura; a questa sollecitazione egli reagisce sollevando il capo ma non svegliandosi e senza dire alcunchè se non emettendo un suono indefinito; quindi poco dopo reclina definitivamente la testa e non risponde più alle sollecitazioni.
«Bene, mi risulta difficile avvalorare l’ipotesi di una morte cardiaca da ischemia miocardica su base aterosclerotica senza manifestazioni anginose, senza dolore che si sarebbe dovuto manifestare specie in quel momento in cui il capitano De Grazia è stato scosso ed ha avuto in momento di reazione seppure, come è stato riferito, in una specie di dormiveglia.
«Piuttosto, se si volesse proporre una ipotesi di causa di morte diversa da quella sopradetta, sembrerebbe più trattarsi di morte cardiaca secondaria a insufficienza respiratoria da depressione del sistema nervoso centrale, come suggestivamente depone il quadro di edema polmonare così massivo, incompatibile quasi con un arresto cardiaco improvviso del tutto asintomatico; come suggestivamente depongono le manifestazioni sintomatologiche riferite da chi ha potuto osservare il sonno precoce, il russare rumoroso, quasi un brontolo, la risposta allo stimolo come in dormiveglia, il vomito; tutte manifestazioni queste che, anche se non patognomoniche, ben si accordano con una progressiva depressione delle funzioni del sistema nervoso centrale.
«Quest’ultima, in carenza di incidenti cerebrovascolari, esclusi dall’autopsia, può riconoscere solo la causa tossica. Quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà più accertare.
«Purtroppo è stata irreversibilmente dispersa la possibilità di indagare seriamente sul versante tossicologico, da una parte per superficialità e forse inesperienza di chi aveva posto i quesiti con scarsa puntualità e poco finalizzati; dall’altra per l’insipienza della indagine medico legale che ha ritenuto trovarsi di fronte ad una banale morte naturale ed inopinatamente si è subito indirizzata, trascurando l’indagine globale, alla esclusiva ricerca di droghe di abuso in un caso nel quale, se c’era una ipotesi se non da scartare subito almeno da considerare per ultima, era proprio quella di una morte per abuso di sostanze stupefacenti; e pervicacemente ha insistito sulla stessa linea anche nella seconda indagine necroscopica.
«Oramai l’indagine tossicologica non è più ripetibile, neppure, come sopra accennato, con l’esumazione del cadavere, e quindi il caso, dal punto di vista medico legale deve essere, ad avviso del sottoscritto, considerato chiuso».

La Commissione, non avendo avuto la possibilità di audire nuovamente la dott.ssa Del Vecchio in ragione della cessazione delle attività d’inchiesta dovuta allo scioglimento anticipato delle Camere, ha comunque ritenuto opportuno inviare alla stessa una copia delle consulenza depositata dal professor Arcudi. La dott.ssa Del Vecchio ha fatto pervenire alla Commissione una nota di cui si ritiene doveroso dar conto perché in essa sono in qualche modo contenute le sue controdeduzioni rispetto ai rilievi effettuati dal Prof. Arcudi:

Conclusioni

Le conclusioni della consulenza medico-legale del professor Arcudi impongono di valutare le risultanze dell’inchiesta precedentemente svolta in una chiave nuova e non poco allarmante.
E’ vero che, come si ricorderà tra poco, già emergevano elementi di sospetto in relazione alla morte del capitano De Grazia, per tutto ciò che l’ha preceduta, e che non appare trasparente, e per ciò che è accaduto dopo la sua scomparsa.
La consulenza del professor Arcudi, che appare analiticamente motivata, e scientificamente inattaccabile, arriva ad una conclusione inequivoca: escluse le altre cause, per l’assenza di elementi di riconoscimento, la morte è la conseguenza di una “causa tossica”. Aggiunge il professor Arcudi: “quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà accertare”.
Ciò che risulta è che il capitano De Grazia ha ingerito gli stessi cibi di chi lo accompagnava nel viaggio, salvo un dolce: queste almeno sono state le dichiarazioni dei testimoni. Se così è, appare difficile ricondurre la tossicità ad una causa naturale, anche se non lo si può escludere in forma assoluta.
Il capitano De Grazia, come risulta dalla ricostruzione dei fatti, stava conducendo indagini su tutte le vicende più oscure riguardanti il traffico illecito di rifiuti pericolosi e aveva costituito un gruppo di lavoro assai efficiente. Ciò nonostante, come ha riferito il maresciallo Moschitta “quando le indagini arrivarono a picco, e quindi stavamo mettendo le mani su fatti veramente gravi, coinvolgenti anche i livelli della sicurezza nazionale”, “De Grazia non venne più a effettuare le indagini con noi, perchè il suo comandante lo aveva bloccato”.
Elementi di poca chiarezza sono stati riscontrati altresì in relazione alle ragioni del viaggio a La Spezia, essendo state fornite alla Commissione versioni del tutto diverse, tra le quali anche un contatto con un confidente.
Fatto non meno significativo è che risulta violato il fascicolo giudiziario che conteneva la documentazione relativa alle indagini che aveva svolto il capitano De Grazia e che era stato esaminato dalla procura di Reggio Calabria alla ricerca vana del certificato di morte di Ilaria Alpi, che lo stesso capitano De Grazia aveva sequestrato a Comerio: stando alle dichiarazioni del dottor Neri, infatti, “delle 21 carpette numerate rinvenute, 11 erano prive di documenti”.
Ma ciò che è parso inquietante alla Commissione è stato l’improvviso smembramento del gruppo investigativo che faveva capo a De Grazia, subito prima e subito dopo il suo decesso.
Pochi giorni prima della morte del capitano De Grazia il colonnello Martini, che aveva avuto un ruolo di primo piano nell’attività investigativa, lasciò l’incarico di colonnello del Corpo forestale dello Stato per assumere il ruolo di direttore operativo della società municipalizzata di Milano impegnata nell’emergenza rifiuti. Le perplessità, in ordine alle ragioni di questa scelta, sono già state illustrate.
Dopo la morte del capitano De Grazia il maresciallo Moschitta andò in pensione all’età di quarantaquattro anni. Il carabiniere Francaviglia chiese il trasferimento a Catania.
L’ispettore superiore del Corpo forestale dello Stato, Claudio Tassi, dopo qualche mese dal decesso del capitano De Grazia, non si occupò più dell’indagine: a suo dire, non per sua iniziativa.
Lo smembramento del nucleo investigativo, che stava operando in profondità sul riciclo illegale dei rifiuti, se si unisce alla causa della morte, identificata in un evento tossico, getta una luce inquietante sull’intera vicenda.
Non è compito di questa Commissione pronunciare sentenze, né sciogliere nodi di competenza dell’autorità giudiziaria: tuttavia, non si può non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese.