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Politica: le donne tra discriminazioni e pari opportunità

UNICAL – Facoltà di Scienze Politiche

Intervista a Doris Lo Moro di Silvia Iachetta

Magistrato, due volte sindaco della città di Lamezia Terme, assessore regionale alla Sanità dal 2005 al 2007, eletta alla Camera dei Deputati nella lista del PD in Calabria nel 2008: Doris Lo Moro è una donna navigata, forte quanto dolce. Temperamento mite ma deciso.
Basta uno sguardo per capire subito la sua “totale disponibilità verso i giovani” ed è una delle prime cose che sottolinea prima di iniziare l’intervista; ma si dimostra soprattutto preoccupata per il loro futuro, in una terra “dove sembra non esserci più futuro”: «Vivo un momento di grande preoccupazione per voi giovani. Il mio unico assillo è cosa farete voi».
Dai giovani passiamo al focus dell’intervista: “Le donne e la politica”. Ed emerge subito la prima differenza tra il gentil sesso e gli uomini.
«Le donne ci mettono qualcosa di proprio. Noi guardiamo agli impegni politici come se fossero fatti personali, non nel senso di tornaconto personale, ma nel senso del non risparmiarsi, di impegnarsi con il cuore. È molto femminile questo atteggiamento».

Lei ha fatto il suo ingresso in politica come sindaco della città di Lamezia Terme. Come è riuscita ad imporsi e a ricoprire subito un ruolo così importante?
La mia esperienza personale è stata, in un certo senso, un’esperienza fortuna – ma nella vita si impara a guardare alle esperienze al femminile a prescindere dalla propria -. È fortunata perché io entro in politica direttamente come candidato a sindaco e vengo scelta in un momento in cui c’era bisogno di essere innovativi, e l’essere donna veniva considerato come un elemento di innovazione politica. Il comune di Lamezia Terme era stato sciolto per mafia e si era organizzata una lista che allora si chiamava “Alleanza per Lamezia” che cercava un candidato credibile da opporre ai potenti dell’epoca. Nel candidato si cercavano delle caratteriste, una di queste era che fosse il più istituzionale possibile: il mio venire dalla magistratura è stata considerata una garanzia, come anche essere una donna perché significava rompere con il vecchio ceto dirigente che era pressoché tutto maschile. L’inizio è stato buono. Il fatto che io fossi donna è stato un elemento che è piaciuto alla cittadinanza: non solo nella fase di elezione, ma anche nella fase successiva ho avuto un rapporto anomalo, era un rapporto di stima però anche di grande affetto. Nell’elemento femminile il popolo ha visto un elemento di garanzia.

L’elemento femminile era visto dunque come una novità a Lamezia Terme?
Non proprio. Devo dire che Lamezia ha una sua peculiarità come città perché è abituata ad avere rappresentati femminili. Lamezia ha avuto consiglieri regionali, deputati donne. Nei 18 consiglieri che ho portato in consiglio con il premio di maggioranza almeno sette erano donne. Ho avuto più volte validi assessori al femminile. Anche in quest’ultima campagna elettorale c’era una donna, se pur perdente, che è una deputata in carica. Quindi Lamezia ha visto molte donne in prima linea.

Questo non vuol dire che non ci sia alcuna discriminazione nei confronti delle donne. C’è un pregiudizio a priori proprio sul fatto di essere “donne”?
Sì. Molto spesso, soprattutto nelle fase delle trattative, molte discussioni nemmeno venivano portate avanti perché il mio linguaggio non combaciava con in linguaggio della loro politica, che era quello dei compromessi, di richieste di nomine, e via dicendo. Non si trattava del fatto che io dovessi dire “no” perché non mi venivano nemmeno prospettate le discussioni. La politica vissuta come “nominificio” o pratiche clientelari ne risentiva ed io mi rendevo conto di questo. Ma io mi sono
caratterizzata sin da subito come un politico che non amava e non ama le clientele, le scelte fatte al di fuori dei principi di buona amministrazione. Io ho sempre sostenuto che quanto detto dentro le Istituzioni o dentro le sezioni di partito sia dicibile anche all’esterno, senza alcuna traduzione nel linguaggio. Tutte le cose che noi facevamo, come amministrazione comunale, venivano portate avanti dichiarando anche il principio per cui era stata fatta quella scelta.
Nei luoghi della politica dove si mettono in atto le trattative le discriminazione nei confronti delle donne sono più forti, si avverte molto la diffidenza dei segretari politici, dei vari personaggi che si aggiravano in questo mondo oscuro delle sezioni di partito.

Due mandati come sindaco di Lamezia Terme e poi l’assessorato regionale alla Sanità. Come ha vissuto quest’ultima esperienza che, purtroppo, non è stata positiva come la prima?
La mia esperienza di sindaco è l’esperienza di un vertice amministrativo, quindi di una persona che conquista la vittoria elettorale e mantiene saldo il timone.
L’esperienza di assessore regionale alla Sanità e di consigliere regionale, invece, è di tutt’altro genere. Io mi avvio verso questa esperienza con un successo enorme, con un successo elettorale, molto forte, che mi portava anche ad essere tra le persone che potevano contare sulle nomine di assessore. Mi venne affidata una delega forte, pesante – che doveva essere anche la garanzia della capacità innovativa di quella giunta – nel periodo più difficile, il periodo del dopo Fortugno, in cui bisognava anche guardarsi la schiena, visto che c’era stato un omicidio che riguardava un politico che proveniva dalla sanità. In quel periodo ho avuto un largo riconoscimento della Giunta e del Presidente della Giunta. Tuttavia, quando mi è stato dato questo incarico io non ero soddisfatta, ma solo perché ero interessata ad altro: volevo continuare il percorso che avevo già avviato da sindaco e quindi occuparmi di sviluppo economico. Volevo lavorare in questa continuità, anche perché questo percorso prevedeva che mi occupassi del futuro, di posti di lavoro, dei giovani e richiedeva capacità innovativa, di intraprendere nuovi percorsi. È stato il presidente Loiero, appoggiato anche dal mio partito, ad insistere molto e non ho avuto scampo. Io poi mi sono innamorata della sanità. Ci sono entrata dentro con cautela, ma poi ho capito che occuparsi di cose che richiedevano ancora una volta il polso fermo, il contrasto degli sprechi, degli abusi, della corruzione, il garantire il diritto alla salute dei cittadini era una cosa estremamente soddisfacente. Nel tempo ho considerato un privilegio essermi potuta avvicinare ad un’umanità dolente, che aveva bisogno di essere rispettata, e così è diventato un mio obiettivo rimanere nella sanità. Le cose poi sono cambiate fino a precipitate perché, in realtà, non si voleva il cambiamento ma c’era una spinta alla conservazione, soprattutto a quella legata ad una serie di interessi forti che si muovono nella sanità. Allora mi sono scontrata con i politici e con la politica maschile, io ero l’unica donna in giunta e una delle due donne in consiglio regionale.

Lei rappresenta un po’ un’eccezione: si è ritrovata da subito in prima linea nella politica, ricoprendo incarichi molto importanti. Ma per molte donne il percorso in politica è irto e spesso non porta a nessun traguardo. Perché per una donna è così difficile inserirsi in politica? Disinteresse delle donne, rifiuto di sottomissione alle logiche clientelari o cos’altro?
Il vero motivo è che gli spazi della politica sono occupati. Un conto è entrare in un luogo dove si accede per concorso perché c’è un posto vuoto; un conto è entrare in un luogo dove i posti sono già occupati e dove solo per essere candidati bisogna fare i conti con una classe politica che è prevalentemente maschile. Il nostro sistema tende alla riproduzione degli eletti, al riposizionamento di chi c’è già. Come si fa ad entrare in un consiglio regionale quando le donne si trovano ad essere inserite in lista perché lo prevede una legge? Quando vengono inserite insieme, non in liste in cui possono competere ad armi pari, ma in liste in cui ci sono personalità o personaggi che entrano perché hanno una rete, rapporti di potere, di clientele o comunque consolidate nel tempo? Io sono stata eletta con i voti determinanti della mia città, in una provincia, quella di Catanzaro, in cui ero conosciuta per aver esercitato il mio ruolo di sindaco per due mandati. I cittadini, conoscendomi già come sindaco della città, mi hanno votata.

Questo a dimostrazione del buon lavoro portato avanti durante i due mandati…
Si, ma quante donne hanno la possibilità di farsi valere e di farsi conoscere? Molto spesso le candidature femminili, quelle vere, quelle forti, vengono stroncate sul nascere; vengono privilegiate candidature fragili o rese fragili dal fatto che vengono inserite in liste che non sono competitive.
Molte donne vivono la politica anche come un fatto anche violento, di prevaricazione. Coloro che conoscono la politica, e che hanno avuto l’esperienza che ho avuto io in giunta regionale, sanno di dover fare i conti con il fatto che il potere maschile non è fatto di sane passioni, ma di voglia di contare sempre di più, di acquisire consensi che non sono sempre quelli eticamente condivisibili. Il sistema clientelare è quello più utilizzato dagli uomini, invece la stragrande maggioranza delle donne prendono le distanze da esso. Un altro grande problema, inoltre, è che le donne non ci sono nei luoghi in cui si prendono decisioni importanti, in cui si decidono le candidature.
Fino a quando le donne si conteranno sulle dita delle mani diventerà tutto discutibile. Insisto nel dire che oggi, sia per quanto riguarda i giovani che per quanto riguarda le donne, il problema non è che non vogliono fare politica, ma che i posti sono tutti occupati.

E quindi come riuscire a rompere questo sistema, come uscire da questa impasse?
L’unica possibilità è di fare squadra con le altre donne. È importante che vadano avanti tante donne.
Fare squadra vuol dire aprirsi alle altre donne. Il percorso unico è quello della quantità. Se entriamo in tante nelle liste qualcuno di noi riuscirà a farsi eleggere.

Nelle ultime elezioni regionali non è stata nominata alcuna donna. Tuttavia, il neo governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, ha assegnato la vicepresidenza ad Antonella Stasi, esterna, e attuale presidente di Confindustria Crotone. Qual è il suo pensiero a riguardo?
Devo dire che a me ha fatto molto piacere la sua nomina. Il mio timore, la cosa che mi è venuta in mente vedendola inserita in una giunta tutta al maschile, è che non sia anche lei uno specchietto delle allodole. Una sola donna, utilizzata senza deleghe e in una giunta che non mi sembra di largo respiro, temo che sia una di quelle cose che si fanno per dimostrare un’apertura alle donne. Però è comunque un fatto positivo. Mi preoccupo per lei, anche se non la conosco, perché una cosa che ho imparato da donna è che una delle cose che ci condanna è la solitudine. Si è sole perché si è in poche e quand’è così si è ancora più deboli, più fragili. Se io, oggi, dovessi fare una battaglia non farei solo una battaglia di qualità, farei anche una battaglia di quantità: più donne possibili perché non avremo mai forze a sufficienza fino a quando non saremo in tante. Il fatto di essere isolate e sole rende più vulnerabili. Nel caso della Stasi, non c’è nessuna donna in consiglio e c’è solo una donna in giunta che ha una debolezza: non essere stata neanche un’eletta. Lei in questo momento mi sembra più una rappresentate di Confindustria che delle donne

Un limite che scoraggia le donne ad entrare in politica è quello di non avere il tempo da dedicare poi alla famiglia. Come far fronte a questo problema?
Io questo problema non me lo porrei proprio. Oggi il modello di famiglia non è più quello della donna che sta a casa. Chi può permettersi il lusso di stare a casa? In un Paese in forte crisi economica l’uomo e la donna sono disposti a tutto per far quadrare il bilancio economico. Queste sono cose che ci vogliono vincolare. Le donne vere, che crescono i figli, che costruiscono la solidità della famiglia, non hanno il tempo di stare a casa. Per poter arrivare a fine mese anche la donna è obbligata a lavorare, spesso tutto il giorno. Quindi basta con questa retorica. La politica non ti impone di rinunciare a qualcosa più di un altro lavoro.