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Ndrangheta / Uomini di Stato infedeli, non sono casi isolati.

Nell’audizione il procuratore ha sottolineato un fenomeno che rende difficile il contrasto. Pignatone ha rivelato anche l’esistenza di indagini, già all’esame del gip, nei confronti di politici collusi

www.gazzettadelsud.it 06/11/2010 – Piero Gaeta

Le cose più attuali e interessanti degli intrecci intessuti tra ndrangheta e politica il procuratore Giuseppe Pignatone le avrà riferite alla commissione parlamentare antimafia dalle 23 alle 23,45 dello scorso 21 settembre. Infatti, sulle parole del procuratore distrettuale reggino è stato apposto il “segreto”. In attesa, dunque, degli eventi che potranno fare luce anche su quella parte dell’audizione del capo della Procura antimafia reggina, ci dobbiamo “accontentare” della parte pubblica. Secondo Pignatone «l’aggressione ai patrimoni mafiosi è un fatto strategico. Ho cercato di ristrutturare l’ufficio in termini di maggiore efficienza. L’obiettivo – ha spiegato il procuratore – è duplice: laddove è possibile, procedere al sequestro dei beni in contemporanea alle misure cautelari personali, cioè gli arresti; laddove questo non è possibile, procedere con le misure di prevenzione, sfruttando anche le nuove normative degli ultimi due anni. Applicando queste leggi (fra l’altro, il tribunale di Reggio, su nostra richiesta, ha emesso alcuni provvedimenti con cui per la prima volta sono state applicate queste nuove normative), sono stati sequestrati moltissimi beni, sia in Calabria sia al di fuori della regione, a Roma, a Milano e perfino a Parigi, dove abbiamo sequestrato un appartamento».
Su questo argomento il capo della Direzione distrettuale reggina ha fornito ai commissari nominati dal Parlamento dati oltre modo interessanti. «Dal 2001 al 2008 – ha affermato – erano state fatte in tutto dalla procura di Reggio 30 proposte di prevenzione patrimoniale; nel solo 2009, ne sono state fatte 52; nel primo semestre 2010, ne sono state fatte 20. Un aumento di dieci volte, passando da 30 ad oltre 350 all’anno. In parte, questo aumento è merito nostro, perché facciamo nuovi processi, troviamo nuove persone e quindi nuovi patrimoni da aggredire; in parte è anche effetto della legge, che ha attribuito alla procura di Reggio anche la competenza per le persone residenti a Palmi e Locri, che sono due centri estremamente presenti».
Chiarito questo punto fondamentale per vincere la guerra contro la ‘ndrangheta, il magistrato ha chiarito anche un altro aspetto decisivo quello della cosiddetta “zona grigia”. Ancora Pignatone: «Sono stati tratti in arresto numerosissimi imprenditori: soltanto negli ultimi sei mesi, ne ho contati 12 o 13, ma se sommiamo i precedenti sono anche di più. È appena il caso di ricordare l’importanza strategica del ruolo giocato dagli imprenditori nella criminalità organizzata come tramite, per usare un termine di “cosa nostra” siciliana: sono la faccia pulita con cui la ‘ndrangheta, come appunto “cosa nostra”, si interfaccia con il resto della società».
«Sono stati arrestati anche professionisti, per esempio un avvocato civilista, nell’operazione “Meta”, un commercialista, un amministratore di beni sottoposti a sequestro giudiziario, il dottor Giovanni Zumbo, un esperto di transazioni con l’estero – nel processo denominato “Virus” – che aveva curato l’esportazione di capitali nella vecchia Jugoslavia; un imprenditore portuale, Cosimo Virgiglio, il quale ha avviato un tormentato processo di collaborazione, e così via… Sono state svolte indagini – ha ribadito il procuratore distrettuale – e in alcuni casi sono state eseguite misure cautelari nei confronti di appartenenti alle forze di polizia, finanza e carabinieri. Questo è un altro fenomeno che rende difficile il contrasto alla ‘ndrangheta. Non sono casi isolati».
Per quanto riguarda il rapporto tra ‘ndrangheta e politica, il procuratore non fa voli pindarici ma si attiene ai fatti già oggetto di indagini giudiziarie e processi. «Le due figure più importanti – ha confermato Pignatone – restano, fino a questo momento, Domenico Crea, per il quale è ancora in corso il processo in primo grado, e un esponente politico, candidato al Senato, non eletto, ma amministratore locale, Pasquale Inzitari, già condannato in primo grado. Nei confronti di entrambi, sono stati chiesti e ottenuti il sequestro e la confisca dei beni, dei consistenti patrimoni. Sono stati arrestati i sindaci di alcuni comuni della provincia di Reggio Calabria.
Vi sono, poi, alcune indagini in corso contro politici e amministratori locali. Per alcuni sono state formulate le richieste al gip, per cui non ne posso parlare; per altre la polizia giudiziaria deve depositare le informative; altre ancora sono al nostro esame. Effetto indiretto di tutto questo è stato lo scioglimento di alcuni consigli comunali». «Questo è il quadro generale – ha concluso il procuratore antimafia – e rinnovo il mio ringraziamento alle forze di polizia».

L’on. Lo Moro interroga Maroni

L’on. Doris Lo Moro ha rivolto un’interrogazione ai ministri Maroni, La Russa e Prestigiacomo «per sapere se e quali provvedimenti sono stati assunti nei confronti del capitano Spadaro Tracuzzi per le frequentazioni dell’ufficiale dei Carabinieri e i Lo Giudice, per le quali è in corso una verifica giudiziaria; se non si ritiene necessaria una verifica delle informazioni fornite dal capitano Spadaro Tracuzzi alla “Commissione d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti”; se non si ritiene necessaria un’inchiesta interna sul lavoro svolto dal capitano dei Carabinieri prima al Noe e poi alla Dia di Reggio Calabria».
«Un pentito di ‘ndrangheta avrebbe deciso di collaborare nel mese di ottobre Consolato Villani, affiliato della cosca Lo Giudice avrebbe riferito che il clan aveva frequentazioni “trasversali”. È emerso in particolare che il capo clan, Antonino Lo Giudice, pentitosi autoaccusandosi di avere organizzato gli attentati e le intimidazioni ai magistrati reggini, e uno dei suoi fratelli, Luciano, tesoriere della cosca, frequentavano il capitano Saverio Spadaro Tracuzzi che era in servizio presso la Dia reggina. Secondo le dichiarazioni del pentito Villani, i Lo Giudice erano soliti fare viaggi e vacanze di lusso con l’ufficiale, a cui venivano “prestate” auto come Ferrari e Porsche, ed erano pronti a rivelare i nascondigli di latitanti, ottenendo così l’eliminazione di cosche concorrenti. Si sarebbe trattato, secondo quanto scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo di uno dei fratelli Lo Giudice, di un’amicizia che doveva servire “per garantire al clan la sostanziale impunità”. L’ufficiale dei Carabinieri, sentito dagli inquirenti, non avrebbe negato tali frequentazioni, sostenendo che erano un mezzo per ottenere “informazioni da utilizzare nella sua attività” anche se, a detta dello stesso interessato, “le informazioni non si sono mai rivelate utili al conseguimento di risultati”».