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Lettera di commento al blog di Roberto Galullo

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2011/01/lettera-al-blog-dellon-doris-lo-moro-la-politica-locale-%C3%A8-come-la-ndrangheta-serve-un-nuovo-invasore.html

Lettera di commento al servizio di Roberto Galullo «Ho un sogno-Calabria senza calabresi: Costituzione sospesa e commissari “italiani” (o sventolerà la canottiera secessionista)» pubblicato sul suo blog “Guardie e ladri” del ilsole24ore.com di giorno 30 dicembre 2010.

Caro Roberto, il tuo articolo di oggi mi ha fatto star male.

Sono stata educata a sentirmi italiana da un padre che ha proibito a noi figli persino l’uso del dialetto e che, pur essendo un uomo di sinistra, aveva il culto della Patria e del tricolore. Sono nata in un piccolo paese e cresciuta in un altro, più grande, senza sentire alcun legame di campanile e, crescendo, anche da politico, non ho mai capito e agevolato rivalità e contrapposizioni. Fin da ragazza ho amato costruire amicizie dappertutto. Non ho mai pensato di lasciare la Calabria ma non ho neanche sentito estranea alla mia vita e alla mia cultura il resto del Mezzogiorno e del Paese. Non ho odiato la Calabria neanche quando ho, giovanissima, scoperto sulla mia pelle che la cultura della violenza, figlia della pervasività della ‘ndrangheta, ne aveva corroso l’anima. Ho scelto di restare ed ho anche difeso questa scelta, contro ogni evidenza.

Nella mia vita da adulta, alcuni episodi, come l’omicidio di Caraffa, in cui qualche anno fa hanno perso la vita due giovani e i loro genitori, e la mattanza di Filandari di questi giorni hanno messo a forte rischio le mie convinzioni. Mi sono chiesta se episodi del genere si fossero verificati in Calabria per il contesto di violenza in cui si vive, per i disvalori di cui ci si nutre, per la patologica diffusione delle armi, per il degrado morale e sociale che si coglie dappertutto o per cos’altro. Ma per questa Calabria, come per quella della strage di Duinsburg, e dell’elenco delle migliaia di morti ammazzati che si allunga ogni giorno, i sentimenti miei, come quelli di tantissimi calabresi, sono stati e sono di rifiuto e di totale condanna, senza appello e, per quel che mi riguarda più direttamente, senza perdono (che è un sentimento che non coltivo così come non coltivo l’odio).

Girando per la Calabria e conoscendo tantissima gente ho maturato la certezza che la Calabria potesse essere anche altro, anzi che fosse soprattutto altro: onestà, amicizia, accoglienza e tanti buoni sentimenti. E ho sempre pensato che la gente perbene dovesse solo farsi avanti, occupare gli spazi, emarginare i violenti e i corrotti, avere cura di sé delle proprie famiglie e che il bene non poteva che prevalere, in Calabria come altrove, anzi nella Calabria abituata allo sfruttamento, all’emigrazione, alle vessazioni, alle prevaricazioni e alle ingiustizie, più che altrove, perché la sofferenza rende forti (non si dice sempre così a chi subisce ingiustizie?).

Il punto è che la Calabria di oggi anche a me sembra senza speranze. Perché il suo ceto dirigente è violento e prevaricatore come la ‘ndrangheta, ha corrotto la cultura impregnandola di clientelismo, ha dismesso qualsiasi etica pubblica e privata. Sì è vero, Roberto, Santi Zappalà non è un’eccezione oggi come non lo era Crea solo ieri. E del resto sono gente come loro, e non solo loro, che hanno determinato vittorie e sconfitte. Sono troppi e troppo radicati, come la ‘ndrangheta e il malcostume. E se la Calabria è senza speranze è colpa loro ma soprattutto dei pupari, che hanno ridotto la mia Calabria ad uno scacchiere in cui si esercitano, cambiando solo qualche pedina. Non basta il dissenso e non serve, perché immiserisce, neanche il disprezzo. Forse alla Calabria serve un nuovo invasore che le restituisca l’onore e i buoni sentimenti e perché liberi la gente comune che ha interiorizzato la sudditanza e la rassegnazione.

Se soffro, caro Roberto, è perché solo ora, da adulta, mi scopro calabrese e meridionale (e non più semplicemente italiana, come mi aveva fatto credere mio padre) e perché ho marito, figli e fratelli calabresi e in Calabria sono sepolti il mio fratello più piccolo e i miei genitori. Mi chiedo: ma un politico ha diritto ad ammettere che vacilla la sua speranza? E mi rispondo che sono una persona che ha sognato di essere utile a qualcosa più importante e più grande di lei e che oggi si sente delusa e ha difficoltà a far parte di un ceto dirigente da cui ogni giorno prende le distanze.

Per me è tardi per ricominciare (ma dove? lontano da qui? E’ stato restare l’errore?). E i miei figli e gli altri ragazzi? Come potrei coltivare il sogno di vederli andare via lasciando questa terra a chi la violenta e la rende impresentabile!

Ecco perché soffro, Roberto! E alla fine sono costretta a darti torto! A sognare un futuro migliore che spazzi via la mia stessa generazione che ha fallito. Tutti, anche chi non ha colpe! Per rivedere fiorire questa terra, bella e sfortunata, dove voglio continuare a vivere e anche morire, con la speranza di non vergognarmi più del sangue, della violenza, della cattiva politica e dei cattivi sentimenti che hanno reso invisibile il mare, il sole, la cultura, le montagne e la neve candida come l’anima dei miei figli e dei tantissimi giovani a cui noi adulti abbiamo fatto mancare l’esempio, mettendo a rischio il loro futuro.

Roberto, tu hai ragione ma io devo darti torto per amore, perché se rinuncio ad amare la mia terra contribuisco a distruggerla.

Doris Lo Moro