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Legautonomie – “La debolezza del sistema calabrese”

Articolo di Doris Lo Moro

La prima considerazione che si fa quando si parla del Mezzogiorno è che il vero problema è la sua classe dirigente.
E questo, se vale per il Sud, non può non valere per la Calabria, regione in cui, anche solo negli ultimi tempi, hanno dato pessima prova di sé non solo politici dei diversi schieramenti ma rappresentanti dell’intero ceto dirigente, inclusi imprenditori, magistrati e uomini di Chiesa.
Se però l’inadeguatezza della classe dirigente ostacola la ripresa ed è certamente alla base del tempo perso e delle tanti occasioni mancate, il problema meridionale e calabrese non può essere ricondotto solo a distorsioni di carattere soggettivo e va invece guardato nella sua configurazione oggettiva, sapendo che comunque ogni credibile prospettiva di cambiamento deve essere governata da una nuova classe dirigente. E’ infatti difficile che le innovazioni di fondo vengano guidate da chi ha prosperato nel vecchio sistema.
Alcuni dei punti di debolezza del sistema calabrese emergono dall’analisi dei nodi strutturali di una regione fortemente dipendente dalla spesa pubblica che incide sul PIL regionale per una percentuale elevatissima (74,6% nel 2006, ultimo dato disponibile); altri sono riferibili a difficoltà di tipo istituzionale ed organizzativo; altri ancora sono da collegare alla dilagante disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e alla scarsa capacità reattiva della società civile.
Non si pretende in un breve scritto di analizzare tutti gli aspetti del problema; si vuole sostenere che occorre agire su più fronti e che spesso, sul fronte istituzionale, nonostante il federalismo fiscale incombente, occorre un forte raccordo tra le scelte della Regione, del governo nazionale e delle autonomie locali, per evitare che, muovendosi in direzioni diverse, gli sforzi degli uni depotenzino anziché rafforzare gli sforzi degli altri soggetti, cosa che avviene quando, per esempio, la selezione delle opere strategiche da parte dello Stato non coincide con la valutazione del livello regionale (è così per il ponte sullo Stretto) o quando i ritardi nella programmazione regionale depotenziano le politiche sociali dei livelli comunali e zonali, con ciò delegittimando fortemente gli amministratori locali che sono i referenti immediati dei cittadini.
Si esce dalla situazione di stallo in cui versa la Calabria, che nei fatti comporta un continuo arretramento perché il mondo intorno cambia e va avanti, solo sviluppando sinergie perché su temi assai rilevanti le responsabilità di più soggetti (istituzionali e non) sono magari diseguali ma necessariamente congiunte.
Partendo dai dati relativi al contesto territoriale ed ambientale, appare come una priorità inderogabile la realizzazione od il potenziamento di infrastrutture di valenza sovraregionale, capaci di rompere l’isolamento e inserire la Calabria in un contesto più ampio. La situazione calabrese e meridionale, che si coglie anche solo viaggiando per la penisola, incide in maniera significativa sul ritardo infrastrutturale dell’Italia rispetto agli altri paesi occidentali. Affrontare il problema, facendo esattamente l’opposto di quello che sta facendo il Governo nazionale con lo scippo dei fondi FAS, contribuirebbe a ridurre il divario tra il Nord e il Sud, con riflessi sulla competitività complessiva del paese.
In tale direzione, la realizzazione di infrastrutture viarie a rapida percorrenza, l’alta velocità, il potenziamento del sistema aeroportuale, con una chiara definizione di funzioni dei singoli aeroporti calabresi, il potenziamento di una rete di porti turistici e commerciali, la realizzazione di un adeguato sistema di scambio e smistamento merci intorno al porto di Gioia Tauro, avrebbero sicuramente una ricaduta fondamentale sul contesto regionale ma andrebbero valutate e realizzate in un’ottica nazionale, valorizzando la centralità del meridione d’Italia nell’area del Mediterraneo.
Il gap infrastrutturale calabrese, sicuramente accentuato rispetto alle regioni del Centro e soprattutto del Nord, è una responsabilità del sistema Paese e non solo per un problema di risorse ma soprattutto per la necessità di inquadrarlo nelle prospettive e nella direzione di sviluppo nazionale.
Questo non significa che nel settore infrastrutturale non ci siano ritardi e competenze marcatamente regionali. Non c’è dubbio però che anche i problemi di tipo locale diventerebbero più affrontabili, soprattutto sul piano finanziario, in un contesto progettuale più ampio. Rinnovare i treni a percorrenza regionale diventa un’operazione meno complessa a fronte di una rete ferroviaria attrezzata per l’alta velocità. E così via.
Nell’ottica sopra delineata, sarebbe importante verificare se il ponte sullo Stretto, individuato come opera strategica dal Governo, corrisponda ad una vera priorità per le regioni che dovrebbe collegare in maniera veloce. Le carenze infrastrutturali gravissime sia della Calabria che della Sicilia, infatti, sembrerebbero suggerire la necessità di adeguare innanzitutto, o almeno contestualmente, la situazione interna delle due regioni, con impiego di risorse di minore entità. Senza trascurare che una scelta del genere oltre che potenziare sul piano logistico le prospettive di sviluppo delle due regioni, comporterebbe un miglioramento delle condizioni di vita dei residenti ed accrescerebbe l’attrattività dei territori che hanno forte bisogno di aumentare la loro capacità di produzione, con investimenti locali ma anche con delocalizzazioni di aziende del Nord ed estere.
La nostra Regione è frequentemente ingolfata da problemi di carattere amministrativo e gestionale. La distinzione tra politica e gestione, soprattutto in alcuni settori, è ancora una lontana prospettiva e molti dei provvedimenti assunti dal Consiglio Regionale hanno carattere amministrativo e gestionale anche quando assumono formalmente veste legislativa. E’ capitato in Calabria ed in parte può ancora capitare di trovarsi di fronte ad atti del Consiglio che prorogano contratti o definiscono tariffe ma anche di leggere delibere di Giunta con cui si riconosce un contributo a singoli soggetti in difficoltà. Parimenti può succedere che somme anche rilevanti rimangano accantonate in settori delicati come le politiche sociali, per la mancata definizione di atti di programmazione regionale e trasferimento di risorse.
Sono le difficoltà di una Regione in ritardo di sviluppo in cui la politica, alla continua ricerca di consenso elettorale, non rinuncia alla gestione per rafforzare, con sistemi palesemente clientelari, il suo potere e rigenerare la sua forza.
E’ anche la Regione che non ha alle spalle la storia dei Comuni ma ha maturato una forte propensione al campanile, consacrata nella collocazione del Consiglio Regionale e della Giunta in due diverse città, a distanza di oltre 150 Km., quasi ad accentuare le difficoltà che ci sono ovunque nei rapporti tra l’Esecutivo e l’assemblea legislativa.
Un settore assai delicato in cui, aldilà degli atti formali che molte volte rispettano le competenze, si registra un’invasione di campo della politica in compiti di tipo gestionale è quello della sanità.
Si tratta di un campo di particolare importanza che, per un verso, incide in maniera assai significativa sulle condizioni di vita e sul livello di benessere della popolazione residente e, per un altro, assorbe parte assai considerevole del bilancio regionale. Alla sanità sul bilancio regionale 2009 risultano destinati 3.756 miliardi di euro, pari ad oltre il 70% dei fondi complessivi (con esclusione dei fondi europei).
In realtà i fondi della sanità sono fondi dedicati, che vengono erogati dallo Stato per il finanziamento dei livelli essenziali di assistenza (i cosiddetti LEA). La scarsità delle risorse di bilancio ha però prodotto nella nostra regione una prassi secondo cui, almeno negli anni passati, si finiva per finanziare con i fondi della sanità, in sé sottostimati, spese non strettamente sanitarie, come, per esempio, la quota di competenza delle politiche sociali delle residenze sanitarie per anziani.
Aldilà delle prassi sbagliate da correggere, resta il nodo principale che la sanità in definitiva rappresenta il maggior centro di spesa pubblica di livello regionale e, al tempo stesso, la maggiore fonte di occupazione e reddito (circa 23.500 dipendenti e qualche migliaio di precari nel comparto della sanità pubblica, circa 10.000 unità nel privato finanziato con fondi sanitari, circa 1.000 medici di guardia medica e 3.000 tra medici di base, pediatri e medici di continuità assistenziale, oltre all’indotto nel settore dei servizi e delle forniture).
Formalmente la politica è chiamata a esercitare solo funzioni di pianificazione e di controllo. Della sanità si occupano sul piano operativo e gestionale le aziende sanitarie e le aziende ospedaliere, al cui vertice è collocato un direttore generale nominato dalla Giunta Regionale.
E’ proprio questo uno dei punti più critici del sistema. Il rapporto fiduciario tra manager e politica ha comportato una confusione dei ruoli, con propensione della politica a indirizzare e condizionare l’attività di gestione e dei managers di assecondare i desiderata dei politici, deresponsabilizzandosi nelle scelte e privilegiando metodi clientelari, con l’obiettivo di mantenersi organici al sistema. Questo rapporto perverso ha prodotto scelte sbagliate nelle nomine dei responsabili dei reparti ospedalieri e territoriali, favoriti per i loro rapporti con politici e/o manager; assunzioni di personale al di fuori di ogni programmazione o come si dice in deroga, con un appesantimento delle spese fisse delle aziende; acquisti e appalti orientati più ad avvantaggiare fornitori e imprese che a soddisfare esigenze reali. Il sistema clientelare che produce danni in tutti i settori ha prodotto nella sanità duplicazioni, sprechi, carenza di servizi e malasanità.
Non basta intervenire solo su questo punto ma sembra fondamentale regolamentare diversamente la nomina dei managers sanitari per allontanare la politica dalla gestione e responsabilizzare gli apici aziendali e la burocrazia che sanno bene che non possono essere chiamati a pagare, se non dalla Corte dei Conti o per responsabilità penali, per comportamenti voluti o comunque accettati da un sistema clientelare condizionato e mantenuto soprattutto dalla politica.
Sarebbe semplicistico affermare, davanti alle difficoltà che presenta il sistema sanitario calabrese, che un diverso metodo di selezione del management aziendale comporti la soluzione dei problemi. E però non sembra che l’aspirazione a una sanità normale possa essere garantita dal sistema attuale che ha bisogno nell’immediato di una terapia d’urto ma ha anche necessità, in un’ottica di medio periodo, di personale e manager competenti, selezionati per i risultati ottenuti e per le capacità dimostrate sul campo e capaci di rendere stabili i risultati positivi raggiunti nell’amministrazione, anche a prescindere da chi governa.
Naturalmente la sanità è uno, ma non il solo, campo in cui bisogna cominciare a operare una netta distinzione tra politica e gestione. Se vi faccio riferimento è per la rilevanza del settore, dichiaratamente in crisi, ed anche per la conoscenza dei problemi maturata nel periodo trascorso alla guida dell’assessorato regionale alla tutela della salute.
In definitiva, nel settore sopra considerato come in altri settori, in cui il problema della distinzione tra politica e gestione assume rilevanza, intervenire per correggere meccanismi di nomina fiduciaria che si sono dimostrati inadeguati aiuterebbe ad impedire che i problemi, che sono tanti e reali, siano e appaiano di tipo comportamentale e soggettivo e a potenziare la capacità della politica di affrontarli in termini generali e di programmazione, senza interferenze di tipo personalistico. Sulla base delle stesse osservazioni dovrebbe probabilmente essere verificata la normativa che prevede la scelta fiduciaria dei segretari comunali. Anche nel dibattito parlamentare, infatti, emerge la tendenza della politica, ed in particolare del gruppo della Lega Nord, a dequalificare tale figura a tutto vantaggio del Sindaco, sul presupposto che il voto popolare lo investa della responsabilità ma anche del potere di gestione e che il segretario comunale sia un burocrate da tenere a bada e non un professionista con compiti e ruolo di grande responsabilità.
Spesso si individua nella cosiddetta “fuga dei cervelli” uno dei fenomeni che penalizzano il Meridione.
Il problema posto in tali termini è un problema nazionale che trova la sua origine soprattutto nello scarso finanziamento della ricerca e nella carenza di postazioni particolarmente innovative.
Io non sono tra quanti sostengono che i migliori vanno via dalla Calabria. Anzi mi sono trovata ad affermare che, specie per chi avrebbe occasione di trasferirsi altrove, il vero merito è quello di restare, accettando di misurarsi con un contesto ambientale sfavorevole sul piano della qualità occupazionale, appesantito dall’insicurezza che si respira per la presenza massiccia di una criminalità organizzata sanguinaria e potente.
Non voglio insistere su questa opinione, sapendo che la tesi più diffusa è accreditata dai ruoli di grande responsabilità che tanti calabresi guadagnano lontano dalla loro terra.
C’è un dato però da cui non si può prescindere. La massiccia emigrazione di giovani che si registra in Calabria e più in generale nelle regioni meridionali non può che riflettersi negativamente sui meccanismi di crescita e sulla qualità della classe dirigente. Il problema vero, infatti, non è che vanno via i “cervelli” ma che vanno via in tanti.
Mentre la Calabria vede aumentare il numero degli iscritti all’Università (90.000 nell’anno accademico 2007-2008) e dei laureati (il 49,2% dei giovani di 25 anni, una percentuale superiore a quella del Centro-Nord del 45,1%) aumentano nella regione anche i problemi occupazionali e il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 32% (a fronte della media del Centro-Nord del 13,7%). Migliaia di giovani lasciano la Calabria ogni anno. Giovani su cui le famiglie e le istituzioni scolastiche hanno investito per anni si spostano arricchendo il capitale umano di altre regioni. Mentre le regioni del Centro-Nord mettono a frutto le capacità dei nostri concittadini che si guadagnano altrove ruoli di responsabilità, reggendo le sorti di scuole, università, tribunali ed ospedali, la Calabria perde energie e importa anziché produrre, accrescendo la sua dipendenza e la sua arretratezza.
Se si spostano in migliaia non si può rispondere con progetti elitari, che “salvano” qualche centinaio di giovani senza affrontare il problema nella sua consistenza e gravità. Sono ovviamente possibili soluzioni realistiche e parziali ma serve un obiettivo anche di medio periodo molto più ambizioso che costruisca la possibilità di scegliere se restare (come avviene nelle regioni più sviluppate) e restituisca la vitalità del capitale giovanile alla regione di appartenenza.
Per i giovani come per le donne è necessario fare massa critica. Il dato quantitativo è assai rilevante e incide sul risultato in maniera decisiva. E questo vale per tutti i campi, a partire dalla politica. Come può succedere che le stesse persone mantengano il ruolo di consigliere regionale per quattro o cinque legislature se non perché non c’è una sufficiente spinta al ricambio che può essere determinata dal numero di persone e di giovani che dimostrano interesse prima che dalle loro qualità soggettive.
Individuato l’obiettivo (capitalizzare la presenza sul territorio di capitale umano giovanile, formato sul piano scolastico e numeroso), attrezzarsi sul piano programmatico è una responsabilità dei livelli politici ed istituzionali, delle Università, che devono, come in parte tendono a fare, prendersi carico progettualmente dei propri laureati, delle associazioni di categoria e delle stesse forze sindacali, della società nel suo complesso che deve recuperare una capacità di reazione e responsabilizzarsi. Anche qui serve un lavoro sinergico che veda coinvolto il mondo della conoscenza, le istituzioni e il mondo della produzione e dei servizi.
L’alta percentuale di disoccupazione giovanile letta come disponibilità di ingenti energie qualificate ed innovative può diventare da punto di debolezza un punto di forza e rendere credibile lo stesso obiettivo del ricambio, anche generazionale, della classe dirigente. E un discorso analogo può valere per le donne.
Una maggiore spinta al cambiamento dovrebbe venire dalla società civile che in Calabria sembra meno reattiva che in altre regioni altrettanto destrutturate e condizionate dalla presenza di una forte criminalità organizzata (il pensiero va, per esempio, alla Sicilia).
Una società debole è funzionale ad un ceto politico clientelare che tende a creare dipendenza e a non lasciare margini di autonomia. La fragilità della comunità si mostra anche sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata. Si rimane inermi davanti alla cronaca giornaliera che sembra un bollettino di guerra. E intanto la ‘ndrangheta allunga le mani sulle istituzioni e si moltiplicano gli attentati ad amministratori e gli scioglimenti di consigli comunali per mafia mentre i latitanti si possono permettere di restare invisibili nei paesi di residenza, come si scopre quando le forze dell’ordine riescono a scovarli.
Fenomeni reattivi di una certa consistenza si sono registrati nel mondo giovanile dopo l’omicidio Fortugno. Prima i cd. ragazzi di Locri, poi altri giovani protagonisti di manifestazioni di massa a Vibo e Lamezia. Un fenomeno esaltato anche dai mass-media che ha fatto apprezzare la Calabria in tutta Italia. Ai giovani calabresi è stata dedicata molta attenzione da parte del Presidente della Repubblica in occasione della sua visita. E’ emerso con chiarezza un desiderio di riscatto dei protagonisti di questo risveglio cui ha fatto seguito qualche tentativo di strumentalizzazione da parte della politica nostrana e poi tutto è sembrato tornare più o meno come prima.
La scarsa reazione del mondo degli adulti ha contribuito ad archiviare questa protesta mentre il flusso dei giovani verso altri luoghi continua e sfilaccia relazioni e speranze di chi viaggiando su internet si è sentito europeo prima di imboccare la strada già battuta da tanti altri dell’emigrazione. L’entusiasmo giovanile e la carica di energia vengono travolti dall’inattività o portati altrove e la società consolida la sua fragilità ma non per questo diventa meno responsabile del fatto che non fa la sua parte.
Un quadro parziale ma fortemente critico che non deve però scoraggiare. L’immagine della Calabria all’esterno è oggi assai compromessa ma noi sappiamo di avere dalla nostra parte tanti punti di forza e che dobbiamo contrastare il tentativo in atto di utilizzare in maniera cinica e contro la Calabria e il Sud il tema dell’inadeguatezza della classe dirigente.
La gravità della situazione è un dato conclamato e richiede una forte assunzione di responsabilità e piena discontinuità. Lo sanno tutti i calabresi, compreso il ceto dirigente che ha determinato la situazione attuale e tenta di riciclarsi. Ma per respingere le resistenze che sono forti e diffuse bisogna essere in tanti, soprattutto i giovani, per fare massa critica e garantire la selezione di un gruppo dirigente fresco e capace di guidare il cambiamento.
Occorre contestualmente misurarsi con i problemi oggettivi che comprimono le potenzialità della Calabria. Tra tutti il più grave è quello del contrasto alla criminalità organizzata che è il problema dei problemi e merita uno specifico approfondimento.
E’ per questo, per un’esigenza di concretezza e di competenza, che è necessario alimentare una diffusa partecipazione alla selezione degli obiettivi che rafforzi la consapevolezza e la capacità dei soggetti responsabili di decidere e di operare velocemente.
Io ho scelto di vivere in Calabria e non voglio cambiare idea perché mi piace troppo, malgrado tutto. Forse per questo penso che riusciremo meglio se ci mettiamo anche un po’ di amore.

Doris Lo Moro – parlamentare PD