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Lamezia Terme fortino delle cosche

di Roberto Galullo

Il Sole 24ore, 24 giugno 2011

Loro uccidono e noi gli diamo la caccia. Loro incendiano e noi gli facciamo terra bruciata intorno. Loro taglieggiano e noi sensibilizziamo i cittadini. Loro investono denaro sporco e noi gli abbattiamo gli immobili.
Sembra il ritornello di un disco rotto quello che ripete il capo della Procura di Lamezia Terme, Salvatore Vitello, che due giorni fa, con il suo staff, ha incontrato il capo della Procura nazionale antimafia, Piero Grasso, per aggiornarlo su una situazione ormai insostenibile.

“Loro” sono le cosche che uccidono e continuano a terrorizzare la città, con taglieggiamenti, pizzo e roghi. Grazie a “loro” la libertà d’impresa e di commercio, in questa capitale mancata della Calabria, ricca di infrastrutture sottoutilizzate – porto, aeroporto e autostrada – e capitali, è una chimera. Non c’è un centesimo pubblico da investire che non passi dal filtro delle cosche.

“Noi”, invece, è un plurale maiestatis, perché indica il baluardo antimafia in questa città di 71mila abitanti sdraiata nella piana: la Procura.
Gli ‘ndranghetisti sono almeno 3mila, ci sono famiglie mafiose con almeno 200 consanguinei. Secondo queste stime della Procura vanno aggiunte 10mila persone organiche alla cosiddetta zona grigia: professionisti, amministratori e funzionari pubblici collusi e imprenditori o commercianti prestanome. In poche parole circa il 18% dei residenti vive direttamente o indirettamente a braccetto delle cosche e magari alimenta le 14 banche e le 40 società finanziarie della Piana lametina.

Vitello, giunto nel luglio 2009 dopo anni trascorsi a Roma dove aveva condotto le inchieste sull’immobiliarista Stefano Ricucci e sugli investimenti della ‘ndrangheta nella capitale, fin dal suo insediamento ha tirato fuori dai cassetti quel che era rimasto lì dal 2007 e che sarebbe stato di competenza del Comune: le ordinanze di abbattimento degli immobili abusivi. Case, edifici e capannoni da distruggere – molti dei quali riconducibili a famiglie mafiose – erano 400, poi ridotte a 250, in una città che è in gran parte abusiva. Negli uffici comunali fino a due anni fa pendevano 12mila domande di condono. In media una ogni sei lametini.

Il fenomeno dell’abusivismo continua a imperversare come se nulla fosse, «collegato sia a dinamiche speculative che alle iniziative di singoli», afferma il procuratore Vitello. I numeri lo dimostrano: tra il 1° luglio 2009 e il 30 giugno 2010 i procedimenti avviati sono stati 229. Nello stesso periodo dell’anno precedente erano 207.
Su questo terreno si gioca tra le famiglie mafiose una guerra senza esclusione di colpi. Senza autorizzazione dei boss le imprese edili neppure si muovono.

L’ex sindaco di Lamezia Terme, Doris Lo Moro, padre e fratello uccisi dalle cosche 26 anni fa, ex magistrato antimafia, attualmente deputato del Pd, denuncia: «Il Comune di Lamezia Terme è da anni assegnatario di un terreno confiscato per mafia in località Carrà-Marchese-Mazzei su cui è stata progettata la costruzione di alloggi da destinare a famiglie rom residenti. Per la realizzazione dell’opera è previsto l’utilizzo di un finanziamento regionale di oltre 3,2 milioni, ottenuto dal Comune nel ‘96 proprio per l’eliminazione delle baracche e la costruzione di nuovi alloggi. L’opera non è stata completata e le ditte interpellate dal Comune si sono tutte rifiutate di proseguirli. Non è estranea la circostanza che il terreno è stato confiscato a una potente cosca».

Un gesto, quello degli abbattimenti portato avanti dal Genio militare di Palermo, che nel 2009 distruggevano gli scheletri al grido di “mafiosi e cornuti” che, letto due anni dopo, spiega una buona parte della recrudescenza mafiosa nell’area che ha lasciato tre morti a terra nell’ultimo mese dopo una pax mafiosa durata sei mesi.
Un gesto, quello degli abbattimenti, che, visto a distanza di due anni, spiega in parte le continue minacce di morte a Vitello per il quale, su facebook, è persino sorto un Comitato di scorta civica.

L’altra metà del risveglio criminale si spiega, come dice Angela Napoli della Commissione parlamentare antimafia, «con i soldi a palate, tra investimenti comunitari, statali e regionali, che qui piovono da sempre e che hanno dato vita a un numero spropositato di cattedrali nel deserto». Non è un caso che qui, nel 2007, sia nata l’inchiesta Why Not, che al di là degli aspetti giudiziari ha scoperchiato il modo di vivere di una Calabria senza scrupoli e ritegno.

Sembra quasi che le iniziative messe in campo dal Comune, con il sindaco Gianni Speranza che ha trovato il partner ideale nel siciliano Tano Grasso, presidente onorario della Federazione italiana antiracket e assessore alla Cultura, scivolino come l’olio. Fu Grasso a sostenere Comune, prefettura e Procura in uno storico processo: quello che vide l’imprenditore Rocco Mangiardi puntare il dito nel gennaio 2009 contro la cosca che gli imponeva un pizzo di 500 euro mensili. Un caso rimasto isolato: nessuna riscossa civile dopo quel gesto che oggi Mangiardi paga con una scorta che lo segue ovunque.

E Vitello, che continua ad arrestare, sequestrare beni ai mafiosi e abbattere senza guardare in faccia a nessuno è il primo a rimanerne sorpreso: «Le denunce – dice – non ci sono nonostante facciamo di tutto per dimostrare che l’unica strada da percorrere è quella della legalità. Capisco che sia difficile in un’area in cui un cittadino su cinque, direttamente o indirettamente, ha a che fare con le cosche».