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Interrogazione a risposta orale. Ministri Giustizia, Interno, Coesione sociale

Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia al Ministro dell’interno, al Ministro per la coesione territoriale.

— Per sapere – premesso che:

nella notte tra il 27 e il 28 giugno 2012 la squadra mobile di Catanzaro, i carabinieri del NORM di Lamezia Terme e il gruppo Guardia di finanza di Lamezia Terme, nell’ambito di un’importante operazione denominata Medusa, hanno posto in esecuzione 36 ordinanze cautelari emesse dal Gip distrettuale di Catanzaro, per reati che vanno dall’associazione mafiosa armata, all’estorsione e all’usura aggravate dal metodo mafioso e continuate, alla detenzione di armi aggravata dall’agevolazione mafiosa; si tratta di 33 ordinanze di custodia cautelare in carcere, in parte notificate a soggetti già detenuti, e tre ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Le indagini eseguite dai suddetti organi di polizia giudiziaria e coordinate dalla direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, hanno consentito di disarticolare la cosca ’ndranghetistica denominata Giampà, operante a Lamezia
Terme, nella « formazione attuale », a partire per lo meno dal 2004, cosca derivante dalla scissione, avvenuta nel 2000, all’interno della cosca Cerra-Torcasio-Giampà, all’indomani del noto processo Primi Passi;

in data 3 luglio 2012, gli agenti della squadra mobile hanno notificato in carcere una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque persone per l’omicidio di Domenico Zagami, assassinato in un agguato il 14 agosto del 2004. L’omicidio di Zagami è stato ricostruito attraverso le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia i quali hanno fornito agli investigatori il movente ed i nomi dei mandanti e degli esecutori materiali del delitto;

il procuratore della Repubblica, Vincenzo Antonio Lombardo, commentando la nuova operazione denominata « Medea », ha spiegato che i nuovi arresti « sono uno sviluppo dell’inchiesta compiuta nei giorni scorsi contro la cosca dei Giampà di Lamezia Terme. Tutto il materiale raccolto non poteva essere messo insieme e quindi abbiamo deciso di separare i delitti specifici ». Il procuratore aggiunto, Giuseppe Borrelli, ha evidenziato che il materiale raccolto sarà sviluppato progressivamente nel tempo, aggiungendo che non si intendono « unificare i procedimenti relativi agli omicidi con quello dell’associazione per delinquere di tipo mafioso ». Il questore di Catanzaro, Guido Marino, ha parlato di un « risultato importante. Con questi arresti dimostriamo che anche gli omicidi datati nel tempo non finiscono nell’archivio »;

in data 8 luglio si è costituito Torcasio Alessandro, destinatario della misura della custodia cautelare in carcere nell’operazione Medusa, ritenuto un sicario della cosca Giampà. Con quest’ultimo arresto si è completata l’esecuzione dell’ordinanza del GIP di fine giugno;

come analiticamente ricostruito nell’ordinanza di misura cautelare dell’operazione Medusa, l’esistenza della cosca Giampà nel territorio di Lamezia Terme è stata giudiziariamente accertata da diverse sentenze definitive: la prima risalente al 31 gennaio 1997 ed emessa dalla corte di appello di Catanzaro, che limitava l’accertamento agli anni 1993-1994; le successive n. 7/2000 della corte di assise di Catanzaro e n. 3/03 della corte di assise di appello di Catanzaro (processo Primi Passi), entrambe irrevocabili, che accertano l’operatività della cosca Giampà fino al marzo 1997. Conferma giudiziaria dell’attività criminale della cosca si trova inoltre in sentenze di condanna di singoli associati (in particolare, si veda la sentenza del tribunale di Lamezia Terme n. 453/09, riformata in appello sull’entità delle pene, e relativa alla cosiddetta operazione progresso) e in dichiarazioni di collaboratori di giustizia (si vedano le dichiarazioni rese da Di Stefano Massimo nell’ambito dei processi Primi Passi e Primi Passi 2) che complessivamente attestano l’operatività della cosca fino al 2004. L’importante operazione messa a segno nell’ultima settimana di giugno, pone l’attenzione sul periodo successivo al 2004 e conferma l’operatività della cosca Giampà fino all’attualità;

non sfuggirà l’importanza di un’operazione che decapita una delle cosche più radicate nel lametino, ricostruendone l’organizzazione e l’attività dopo oltre un decennio dal processo Primi Passi, l’ultima operazione importante contro la cosca. Ci sarebbe anzi da chiedersi se non ci sia stata per un lungo periodo una grave sottovalutazione del contesto criminale lametino, in cui la presenza di cosche di ’ndrangheta radicate e invasive è un dato acquisito, anche oltre gli accertamenti e le ricostruzioni giudiziarie;

non può tra l’altro trascurarsi il fatto che il consiglio comunale di Lamezia Terme, che con i suoi oltre 70.000 abitanti è la terza città della Calabria per popolazione, è stato sciolto per infiltrazioni mafiose per ben due volte, a distanza di poco più di dieci anni, nel 1991 e nel 2002. Le indagini effettuate dalle commissioni d’accesso riscontrarono l’inquinamento da parte delle cosche ’ndranghetiste nelle elezioni (nel 1991) e nell’attività della pubblica amministrazione (nel 2002). Ma il prezzo molto alto pagato dalla comunità non sembra abbia determinato un cambiamento reale se si tiene conto del clima di assuefazione e dell’assoluta mancanza di collaborazione, più volte denunciate negli ultimi anni dall’allora procuratore della Repubblica, Salvatore Vitello, e dal prefetto di Catanzaro, Antonio Reppucci, che negli atti dell’operazione Medusa trova un’ulteriore conferma; il tutto nonostante si susseguano con ritmo costante fatti di sangue, danneggiamenti e intimidazioni a scopo estorsivo in un contesto economico inquinato, in cui, all’ombra della ’ndrangheta, si registra un incremento preoccupante delle truffe finalizzate al conseguimento di finanziamenti pubblici, dell’usura e delle bancarotte fraudolente (relazione del procuratore della Repubblica di Lamezia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012);

particolarmente inquietante appare, in questo contesto, il fatto che nell’operazione Medusa siano coinvolti due Carabinieri in servizio presso l’aliquota radiomobile del Norm CC di Lamezia Terme, di cui uno, Gidari Roberto, destinatario di ordinanza di custodia cautelare in carcere per i delitti previsti dagli articoli 110 e 416-bis codice penale e dagli articoli 81 cpv, 110, 326 codice penale e della legge n. 203 del 1991. Viene anche ipotizzata una talpa nella polizia quale fonte delle informazioni coperte da segreto istruttorio che Filadelfio Fedele, agli arresti domiciliari per il reato previsto dall’articolo 378 codice penale, trasmetteva a esponenti della cosca Giampà;

questi dati, come quello relativo ai privilegi che sarebbero stati garantiti alla cosca Giampà all’interno della casa circondariale di Catanzaro-Siano (oggetto di autonomo atto di sindacato ispettivo n. 4-16885), pongono un tema delicato, mettendo in discussione la stessa qualità della presenza dello Stato in territori difficili, in cui la ’ndrangheta è in grado di condizionare, non solo la vivibilità e l’economia del territorio, ma anche pezzi importanti delle istituzioni e della politica;

non c’è dubbio che la gravità della situazione richiederebbe maggiore attenzione; e l’attenzione — doverosa, se non si vogliono garantire ulteriori vantaggi alla ’ndrangheta, diventata un pericolo per l’intero Paese — non può che partire dal potenziamento degli organi giudiziari calabresi, ed in particolare di quelli del distretto di Catanzaro, che è il più esteso per territorio e il più carente sotto il profilo degli organici della magistratura e del personale amministrativo, con difficoltà operative difficili da arginare sotto il profilo delle risorse economiche;

è noto, infatti, che la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ricomprende i due terzi del territorio della Calabria e ben quattro province ad elevata presenza ‘ndranghetistica e che risulta praticamente impossibile garantire una efficace azione di contrasto ai gravi fenomeni illegali che condizionano ogni possibilità di crescita e di sviluppo di quei territori con l’attuale numero dei sostituti, pari a sette, che a malapena possono garantire la celebrazione delle udienze. La realizzazione di effettivi, continui e significativi risultati investigativi nella lotta alla criminalità organizzata postulerebbe la presenza effettiva, presso la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro di non meno di dieci sostituti procuratori ed un corrispondente incremento dell’organico di tale ufficio;

il numero dei sostituti non garantisce, da solo, la qualità delle investigazioni imposte dalla complessità dei fenomeni criminali che la procura di Catanzaro si trova ad affrontare. In più occasioni, infatti, la dirigenza di tale ufficio ha segnalato la necessità di un adeguamento quantitativo e qualitativo delle forze di polizia giudiziaria impegnate concretamente nello svolgimento delle attività di indagine. Quelli che sono stati più volte definiti come i migliori reparti investigativi del distretto — la squadra mobile, il ROS e il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Catanzaro — risultano largamente sottodimensionati negli organici e nelle potenzialità operative che, pure, hanno ripetutamente dimostrato, mentre di altri, con specifico riferimento alla provincia di Cosenza, è stato ripetutamente richiesto il miglioramento qualitativo nella struttura dirigenziale, dati i gravi fenomeni delinquenziali che essi si trovano ad affrontare e l’assenza di apprezzabili risultati conseguiti nel monitoraggio delle attuali dinamiche criminali sul territorio;

con riferimento agli uffici giudiziari, di pari importanza appare il potenziamento degli organici degli uffici chiamati a verificare le risultanze investigative. L’ufficio Gip, come esplicitamente segnalato dal procuratore aggiunto Borrelli, risulta attualmente composto, dati due congedi per maternità ed il trasferimento di un giudice che tra breve diventerà esecutivo, da soli quattro magistrati, numero evidentemente inadeguato per garantire una valutazione delle richieste del pubblico ministero in tempi ragionevoli, con la conseguenza che come già in più occasioni verificatosi, esse giacciono inevase per svariati mesi, nonostante l’impegno profuso dalla stragrande maggioranza dei suoi componenti che devono occuparsi, per quanto concerne i processi in materia di criminalità organizzata, dell’intero distretto. « Una condizione disastrosa », in cui è « impossibile chiedere più sforzi ai giudici », afferma la presidente dell’ufficio Gip Gabriella Reillo, con riferimento alle pesanti condizioni in cui versa l’ufficio che dirige;

la circostanza poi che pesanti carenze strutturali si riscontrano negli organici di tutti i tribunali e delle procure del distretto conferma la forte sottovalutazione della specifica gravità della situazione calabrese che richiederebbe un potenziamento complessivo del sistema giudiziario regionale, in tutte le sue articolazioni. In questo quadro, non è un segnale positivo il fatto che nel decreto legislativo varato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri si prevede la soppressione di quattro tribunali calabresi, tra cui il tribunale di Lamezia Terme (insieme a quello di Castrovillari, di Rossano e di Paola) che l’operazione Medusa descrive come una città in mano alle cosche;

la Calabria è la regione più colpita da scioglimenti di consigli comunali per infiltrazioni mafiose: l’ultimo in ordine temporale è quello di Mongiana (VV), assunto contestualmente alla decisione di sopprimere quattro tribunali (e procure) calabresi. Ai decreti di scioglimento, però, non possono non far seguito atti concreti dello Stato che diano il senso di un effettivo recupero del controllo del territorio; il che richiederebbe una maggiore e più qualificata presenza delle forze dell’ordine e di uffici giudiziari capaci di dare risposte adeguate ai cittadini onesti, che sono la maggioranza ed interventi incisivi finalizzati al potenziamento della pubblica amministrazione, all’occupazione e alla crescita –:

Se il Governo sia a conoscenza di quanto descritto in premessa;

se non si ritenga doveroso garantire una specifica e maggiore attenzione alla situazione calabrese, contraddistinta per un verso da uno strapotere delle cosche ’ndranghetiste e per un altro da vistose carenze di risorse umane e di mezzi che non possono non condizionare la capacità di contrasto della criminalità organizzata e non da parte dello Stato;

se alla luce delle importanti operazioni di polizia che si stanno svolgendo a Lamezia Terme e nel territorio di Catanzaro, non si ritenga, in particolare, di dover intervenire per il potenziamento dei mezzi e degli uomini a disposizione della macchina investigativa rispondendo alle istanze e agli appelli lanciati dalle procure negli anni;

se non si ritenga di dover assumere iniziative, per quanto di competenza, per il potenziamento degli organi giudiziari calabresi, ed in particolare di quelli del distretto di Catanzaro, che è il più esteso per territorio e il più carente sotto il profilo degli organici della magistratura e del personale amministrativo, con difficoltà operative difficili da arginare sotto il profilo delle risorse economiche;

per quale motivo si sia ritenuto di sopprimere, ad avviso dell’interrogante irragionevolmente, ben quattro tribunali in Calabria e se non si ritenga invece di riconoscere una specificità calabrese provvedendo ad un urgente potenziamento della presenza dello Stato in un territorio in cui il radicamento e l’oppressione della criminalità organizzata condizionano ogni realistica idea di sviluppo e di futuro, minando alla base la coesione sociale e la stessa tenuta democratica.

LO MORO. — (3-02377)