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Interrogazione a risposta in Commissione – Ministro dell’Interno

Al Ministro dell’interno.

- Per sapere – premesso che:

con la legge n. 45 del 2001 è stata introdotta nel nostro ordinamento la figura dei «testimoni di giustizia», sancendo una netta differenziazione tra gli stessi e i «collaboratori di giustizia», alla quale corrisponde una diversa disciplina;

con tale normativa si riconosce, in particolare, l’importanza ed il valore del contributo che soggetti estranei alla criminalità organizzata offrono con la loro testimonianza in processi contro la criminalità mafiosa e si introducono specifiche misure di assistenza e di tutela;

a distanza di dieci anni dalla normativa sopra richiamata, non sembra però che si possa tracciare un bilancio del tutto positivo, non solo per i limiti che la normativa vigente ha dimostrato e che sono stati oggetto di approfondimento parlamentare e richiedono iniziative legislative, ma soprattutto per le difficoltà emerse sotto il profilo gestionale;

non sembra che in concreto la questione dei testimoni di giustizia, nonostante il loro numero limitato, essendo allo stato circa 70, sia gestita in maniera adeguata, tant’è che da più parti viene messa in discussione la capacità dello Stato di rispettare gli impegni che assume;

le conseguenze che ne derivano sulla vita dei testimoni e delle loro famiglie sono molto gravi e di fatto si disincentiva un fenomeno, che è invece assai prezioso, tenuto conto che chi decide di testimoniare non può non essere consapevole della solitudine e della precarietà denunciata da quanti hanno testimoniato contro le cosche prima di lui;

a dimostrazione di come il problema sia largamente avvertito nella società italiana, si registra la raccolta di firme su una petizione di alcune associazioni con l’obiettivo di chiedere garanzie di lavoro e di sicurezza per i testimoni di giustizia, in cui si sottolinea che i testimoni «non sono “collaboratori di giustizia”, in quanto non hanno mai fatto parte di organizzazioni criminali ma hanno soltanto esercitato il loro diritto-dovere di testimoniare contro le attività criminali, e per questo hanno perso casa, lavoro e libertà di vivere una vita civile comune»;

nel mese di settembre 2011 è stato anche organizzato un sit-in davanti alla prefettura di Reggio Calabria per portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni la sorte toccata a due giovani donne, testimoni di giustizia, Tita Buccafusca, 38 anni, moglie di un boss, suicidatasi il 18 aprile 2011, e Maria Concetta Cacciola, 31 anni, che si è tolta la vita il 20 agosto 2011;

sia la Buccafusca che la Cacciola avrebbero ingurgitato acido muriatico e nell’acido muriatico è stata, inoltre, sciolta nel novembre 2009 Lea Garofalo, altra giovane calabrese che aveva avuto il coraggio, mettendosi alle spalle vincoli familiari, di denunciare fatti di sangue;

altre vicende sofferte, come quelle di Alfio Cariati e di Pino Masciari, entrambi testimoni di giustizia contro la ‘ndrangheta, sono state oggetto di più di un atto di sindacato ispettivo nel corso della legislatura, senza che si producesse alcun miglioramento della loro condizione di vita;

ciò che accomuna molte delle storie individuali dei testimoni di giustizia è la difficoltà che hanno ad essere riconosciuti come tali ai fini dell’applicazione dell’articolo 16-bis della legge n. 82 del 1991 (introdotto dall’articolo 12 della legge n. 45 del 2001, già citata) che prevede speciali misure di protezione per predetti testimoni di giustizia. Anche quando per la magistratura si tratta di veri e propri testimoni, succede che vengano definiti e trattati dalla Commissione centrale di protezione come collaboratori di giustizia, anche se non hanno commesso alcun reato né sono destinatari di misure di prevenzione;

secondo l’orientamento finora assunto dalla Commissione, la stessa avrebbe «margine di discrezionalità in ordine a differenti valutazioni allorché emergano, dall’acquisizione di elementi informativi e documentali ulteriori rispetto a quelli contenuti nella proposta originaria, profili di incompatibilità sul piano logico e sistematico con la figura di testimone di giustizia, a prescindere dalla formale veste processuale formalmente rivestita»;

più in particolare, andrebbe «esclusa ai fini della qualifica di testimone di giustizia ogni contiguità con contesti criminali da desumere caso per caso sulla base delle informazioni acquisite dalle Autorità proponenti, dalla polizia giudiziaria delegata, dal Servizio Centrale di Protezione e, se del caso, dalla lettura integrale dei verbali illustrativi dei contenuti della collaborazione» (confronta resoconto della seduta della Commissione giustizia di mercoledì 10 novembre 2010 – interrogazione a risposta immediata in Commissione n. 5-03726 sul livello di protezione accordato al signor Alfio Cariati – intervento del Sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano);

tale interpretazione finisce per penalizzare i soggetti che decidono di testimoniare pur se legati al contesto di criminalità organizzata da forti vincoli familiari o affettivi, per i quali sarebbe difficile escludere «contiguità» per il periodo che precede la scelta di rendere testimonianza;

il rischio è che con tale criterio si finisca per garantire le misure solo al testimone «oculare» o a quello «occasionale» e per negarle alle persone che ne hanno più bisogno, basta pensare ad alcune giovani donne che stanno testimoniando contro cosche di ‘ndrangheta di cui fanno parte stretti congiunti, rompendo il vincolo familistico che contraddistingue questo tipo di criminalità organizzata, oggi ritenuta la più pericolosa e pervasiva;

l’orientamento della Commissione va assolutamente precisato e rivisto per le conseguenze inique che comporta e perché non tiene conto del fatto che per una persona che non ha commesso reati di alcun genere, può essere sul piano psicologico ed umano inaccettabile essere assimilato ad un pentito, e i suicidi sopra richiamati, tutti riferiti a donne inserite in contesti familiari di ‘ndrangheta, attestano la rilevanza dell’aspetto psicologico nella gestione del problema -:

se non si ritenga necessario verificare e rivedere l’orientamento che consente alla Commissione centrale di protezione di assoggettare, in dissenso con la proposta della magistratura, al regime dei collaboratori di giustizia soggetti che sono definiti in sede giudiziaria testimoni di giustizia e che non hanno commesso alcun reato né sono destinatari di misure di prevenzione;

se non si ritenga che i criteri che sorreggono l’attività della Commissione debbano rispettare la differenza tra le due tipologie di soggetti stabilita dalla legge;

se e come si intenda intervenire su tale vicenda che semina sconforto e insicurezza in soggetti che hanno bisogno di sostegno e di assistenza.

(5-05738) LO MORO