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Inchiesta sulle donne testimoni di giustizia nella ‘ndrangheta

Le donne testimoni di giustizia nella ‘ndrangheta: una novità nel panorama delle collaborazioni nella malavita organizzata. I casi di suicidio. Il ruolo dello stato nel sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori.

Morire ingoiando acido muriatico. I minuti sono pochi per sentire i tessuti della pelle che si accasciano intorno ad un cuore già spezzato dalla fatica di non poter scegliere della propria vita. Pochi minuti per rivedere la propria esistenza fatta di privazioni, di acconsentire al dolore, alla scia di sangue che sporca la propria casa anche se fatta di marmi di prima qualità o di piscine a tre livelli e di serate innaffiate da champagne di duemila euro a bottiglia. Poi però c’è il pavimento da pulire dal sangue, le mura della propria anima da scrostare dalle maledizioni della propria famiglia. Pochi minuti bastano per morire bruciati dall’acido muriatico e una vita per decidere di essere liberi. Maria Concetta Cacciola moglie, figlia, nipote dei boss della ‘ndrangheta di Rosarno si è uccisa così, forse indotta dalla condizione in cui si trovava, forse dagli obblighi del ruolo da cui non si poteva sottrarre. Una donna di ‘drangheta. Cresciuta a pane e malaffare, spaccio di droga, omicidi, sangue. Decide di sottrarsi a tutto questo e di raccontare la propria ’ndrina ai magistrati della Dda di Reggio iniziando il percorso del testimone di giustizia. La stessa decisione presa da Tita Buccafusca moglie di Pantaleone Mancuso boss della ‘ndangheta del vibonese, anche lei decisa a uscire dall’inferno collaborando con i magistrati. Anche lei ha pensato all’acido solforico per uccidersi. E la sua morte, inascoltata, ha finito per riempire con due righe d’inchiostro i verbali dei magistrati di Reggio di fine collaborazione per suicidio. Un altro caso più eclatante e terribile è stato quello di Lea Garofalo, della quale si celebra in questi giorni il processo contro il marito Cosco. Rapita nel centro di Milano, uccisa in un capannone e poi sciolta in cinquanta litri di acido in un terreno vicino Monza. Nel nord ricco e inquinato dalla mano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente e ricca con diramazioni in Europa, Nord America, Canada e Australia in contatto costante con la “casa madre reggina”. La Lombardia è un vero e proprio feudo che è in parte indipendente, ma che mantiene rapporti stretti e dalla quale dipende per le scelte strategiche.
DONNE DI ‘NDRANGHETA. LA PRIMA “CAPA” NEI CASALESI
Chi sono oggi le donne della criminalità organizzata, cosa sono diventate, hanno un ruolo attivo, lo hanno mai avuto?
Le donne nell’organizzazione tradizionale, dei casalesi o della ‘ndrangheta ionica più tradizionali rispetto a quella tirrenica o a quelle del napoletano considerate più “cittadine” non hanno mai contato granché. Hanno avuto sempre quel ruolo molto ancillare che al massimo poteva tradursi in un favoreggiamento e non sono mai state rese troppo partecipi della vita dell’organizzazione, degli affari e dei soldi, né mai hanno chiesto di partecipare perché hanno sempre accettato il ruolo di mogli, madri. Infatti le collaboratrici di giustizia nel mondo casalese sono le amanti, le compagne. Un esempio è Angela Barra, la compagna di Francesco Bidognetti (anni ’90), e più di recente la Carrino, ugualmente compagna dell’altro Domenico Bidognetti. Secondo il Sostituto Procuratore della Dna, Carlo Caponcello:“La mia esperienza trentennale mi fa pensare alle donne come le grandi assenti dai processi. Anche se il codice etico delle organizzazioni, che non ne prevede la presenza, è un tabù superato. Infatti le donne partecipano agli affari da quando è aumentato il potere economico delle cosche”.
Il motivo del grande vuoto nelle collaborazioni femminili di questi anni è da ricercare anche nel fatto che la ‘ndrina è la famiglia, è un legame di sangue, potente. Le donne e il loro rapporto ancestrale con i congiunti, fratelli, padri, mariti è evidentemente un elemento imprescindibile dal quale non ci si può sottrarre per comprendere il motivo dell’eccezionalità delle collaborazioni degli ultimi anni. Le ipotesi sulle motivazioni possono essere diverse: “le donne che si pentono sono donne bistrattate”, secondo Caponcello, “non hanno potuto esercitare quel ruolo, che per esempio nella famiglia siciliana, è molto più forte: il ruolo matriarcale, mentre in Calabria il ruolo matriarcale è meno riconosciuto, e poi un’evoluzione di tipo culturale, la possibilità di informarsi per dare ai propri figli una vita diversa”. Resta comunque un fatto episodico.
Ma Giuseppina Pesce, appartenente ad una delle cosche più ricche e potenti di Rosarno, è un esempio importante. Arrestata nell’ambito del procedimento “All inside”, decide di passare dalla parte della giustizia iniziando a collaborare con gli inquirenti, poi ci ripensa, finendo anche in carcere per violazione degli arresti domiciliari. Infine ritorna a collaborare dopo aver avuto la certezza di avere con se i figli. E riduttivo il termine “coraggiosa” per Giuseppina Pesce, molte altre donne non hanno saputo dimostrare tutta quella forza: ha accusato il marito, il padre, il fratello, e fatto arrestare molti ‘ndranghetisti.
Non è facile per una donna di ‘ndangheta, appartenente ad una famiglia così potente in quella città, diciamocelo pure: ha dell’incredibile. Giuseppe Pignatone (Procuratore di Reggio Calabria) afferma, ad esempio, come molto elevata, da un punto di vista numerico, la presenza di cinquecento ‘ndranghetisti solo a Rosarno. In un intercettazione un affiliato di una cosca, Umberto Bellocco, dice: “Rosarno è nostra e deve essere per sempre nostra…se no non è di nessuno”.
E’ vero che le donne sul piano decisionale non contano, non in queste zone, ascoltano silenziose, molto spesso complici. Ma quando si pentono, poi parlano e mandano in galera.
Ma le cose cambiano. Le nuove generazioni di donne hanno un ruolo di ascesa nelle gerarchie delle organizzazioni mafiose. Le giovani sembrano aver abbandonato quel ruolo relegato all’angolo del focolare: studiano, lavorano, si informano. Scalzano figure maschili nelle organizzazioni, che un tempo sarebbe stato impossibile immaginare. Rimanendo nell’ambito dei casalesi, possiamo citare la figlia di Carmine Schiavone -che è stato il primo pentito di spicco dei casalesi- le cui dichiarazioni hanno poi portato a Spartacus e a tutti gli altri processi. Rosaria Schiavone per la quale adesso si sta facendo un processo presso la corte di Latina, figlia di boss che ha respirato l’aria della famiglia dominante, non solo non ha seguito la scelta del padre di pentirsi, anzi lo ha rinnegato pubblicamente. “I collaboratori di questa sub-organizzazione che si era costituita sul litorale romano, ne parlano invece come di una capa,- dice Barbara Sargenti Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, già componente della DDA di Napoli – è la prima volta che ci viene proposta (una definizione di questo tipo), in quel caso noi abbiamo un ruolo di Rosaria Schiavone di assoluta capa, i collaboratori ti dicono, dottorè la dentro la vera camorrista è lei non il marito”.
DENISE GAROFALO FIGLIA CORAGGIOSA. IL SISTEMA DI PROTEZIONE
Vissuta sempre in un sistema di protezione da quando è nata. Una vita in fuga prima con la madre, ora sola. Denise collabora con le forze inquirenti nel processo contro il padre Carlo Cosco, imputato per sequestro di persona, omicidio e scioglimento nell’acido del cadavere. Enza Rando, responsabile dell’ufficio legale di Libera e avvocato della ragazza che si è costituita parte civile al processo: “Lea era il suo punto di riferimento, la sua mamma, il suo papà insomma la sua famiglia, ci vuole grande forza per affrontare un processo così delicato, si è costituita parte civile contro il padre”. Denise avrebbe dovuto testimoniare, dopo la nomina del nuovo Presidente succeduto a Grisolia dopo la convocazione da parte del Ministro della Giustizia, ma le è stato per fortuna risparmiato, rendendola sicuramente più serena. Lea Garofalo aveva abbandonato il sistema di protezione, e non è un caso isolato. Capita molto spesso che il testimone o il collaboratore (chi commette reato di mafia) ad un certo punto voglia staccarsi dal sistema di protezione. I motivi sono diversi e complicati, legati certamente alle storie personali, ma accomunati da un senso di sfiducia. Andare nel sistema di protezione significa affidare la propria sicurezza completamente nelle mani di altre persone che devono avere la fiducia e correttezza totale. Enza Rando: “Bisogna capire che la quotidianità è mimetizzata completamente, diventano molto importanti la formazione e la professionalità di chi ti prende in custodia, perché in una persona si mette in moto tutto: testa, cuore, emozioni, quindi bisogna che ci siano davvero dall’altro lato una grande preparazione. Quando togli ad una persona il presente, il futuro e il passato ci sono dei momenti in cui hanno bisogno di un supporto psicologico importantissimo, sia nella fase di transizione quando ancora si è nella fase di protezione, sia dopo quando ne esci. Lea in questo sistema ha conosciuto persone perbene con cui si trovava meglio, e altre con le quali non si è trovata bene e poi ad un certo punto era convinta che il suo vecchio compagno la braccava e quindi ha dovuto cambiare 5 0 6 località in tre o quattro anni. E’ chiaro che ci sono momenti di sconforto, e in questo caso le istituzioni non hanno un apparato veramente forte”. Lo stato offre ai collaboratori e ai testimoni di giustizia (ovvio dipende dai casi), una economia fortemente limitata. E si esce dopo il percorso di “fine rapporto”, dal programma di protezione previa capitalizzazione. Cioè gli si dà un aiuto economico e dopo aver concluso gli impegni dibattimentali, dopo che il ruolo del collaboratore si è esaurito, oltre a dargli una casa (media), gli si dà una sorta di stipendio, che è commisurato ai canoni Istat, ed è quindi uno stipendio all’osso a cui questi non sono abituati. Barbara Sargenti “noi abbiamo delle sollecitazioni dalla commissione centrale che decide sull’ammissione del programma di protezione: la volontà dei testimoni è quella di uscire e anche quella dello stato è quella di farli andare via, perché mano a mano che si va avanti il numero dei collaboratori aumenta”.
LA ‘NDRANGHETA NON DIMENTICA
Angela Napoli parlamentare, membro della Commissione Antimafia e della II Commissione (Giustizia) nella passata legislatura, veramente impegnata nella lotta antimafia. La donna all’interno della cosca ha, anche secondo la Napoli, un ruolo più attivo rispetto al passato. Finita la fase ancillare, ha un ruolo di “capa”, in questo contesto c’è da valutare la voglia di alcune donne di parlare come Giuseppina Pesce, o la moglie di Mancuso, noto boss del vibonese. “Sono tutte giovani donne che hanno recepito la necessità di uscire da quella cultura soprattutto di salvaguardare il futuro e il riscatto dei propri figli”. Le donne che si pentono, hanno assunto con coraggio questo ruolo, ma non c’è un attenzione forte da parte della magistratura e delle forze dell’ordine nel senso che se ne usano, ma non le tutelano fino in fondo. Si sottovaluta la sicurezza. I familiari di queste persone non dimenticano. “La ‘ndrangheta, le mafie tutte non perdonano, figuriamoci la ‘ndrangheta che è un legame di sangue indissolubile. Per un uomo di ‘ndrangheta è probabilmente la cosa peggiore essere accusato dalla propria moglie o dalla propria sorella o dalla figlia. E’ vero che molti rinunciano alla tutela, ma è altrettanto vero che lo stato dovrebbe non accettare questa richiesta, dovrebbe garantire la sicurezza, e non abbandonare. Come successe per Lea Garofalo”. Lo stato non può chiamarsi fuori, ma deve essere degno di farsi garante, perché questa situazione non incoraggia “La garanzia di sicurezza, su una donna come Giuseppina Pesce, dovrebbe essere vita natural durante”. Lo stato non può nascondersi dietro il fatto che i collaboratori aumentano e che quindi diventano un spesa: “Ma i testimoni non sono tanti si aggirano tra le ottanta e le novanta unità in tutt’Italia, nella ‘ndrangheta sono ancora di meno…”.
Il pentitismo femminile scardina quegli elementi che danno stabilità alla ‘ndrangheta che è il familismo, il vincolo d’onore, di sangue. Queste donne rifiutano di fatto questo modello. “C’è però una peculiarità sono le giovani donne che si pentono, – dice Doris Lo Moro (parlamentare del PD e sindaco di Lamezia dal ‘93 al 2001)- perché le donne anziane, le loro madri non accettano la loro ribellione. Se andiamo alla lettura degli atti nel caso di Lea Garofalo, la figlia, la sorella che testimoniano sono tutte giovani donne che dimostrano un coraggio esemplare. Una figlia che accusa suo padre, il suo sangue è un atto d’amore e di civiltà di cui la Calabria dovrebbe essere orgogliosa”. La battaglia che portano avanti sia Doris Lo Moro, Angela Napoli, Sonia Alfano e tanti altri firmatari della mozione riguardo al diverso trattamento dei “testimoni di giustizia che non sono collaboratori di giustizia”, i quali non hanno mai partecipato all’organizzazione mafiosa, ma hanno soltanto testimoniato contro le attività criminali e per questo si sentono abbandonati in attesa di avere dallo stato non solo la protezione, ma persino un lavoro per poter vivere.

Maria Fabbricatore

(04 Febbraio 2012)
pubblicato su www.noidonne.org.