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Il processo Mills non s’ha da fare. A qualsiasi costo

il Quotidiano della Calabria – 12 aprile 2011

Voglio dire ai cittadini che sono stanchi di sentir parlare dei processi a carico di Silvio Berlusconi che condivido il loro disappunto e la loro disaffezione verso una politica che ruota sempre intorno agli stessi discorsi. Guai però a pensare che a determinare questo dibattito monotematico sia l’opposizione perché, come tutti sanno o possono facilmente intuire, a determinare l’agenda politica è la maggioranza di governo. Se sin dall’inizio di questa deludente XVI legislatura il tema della giustizia è stato sostanzialmente assorbito, nel dibattito parlamentare, da leggi ad personam come il lodo Alfano, il legittimo impedimento o il processo breve, diventato poi prescrizione breve, è perché l’ossessione del Cavaliere e del suo entourage è sostanzialmente una: garantire a Silvio Berlusconi l’impunità, bloccando i processi a suo carico o, come succede per la prescrizione breve, favorendo la chiusura dei processi per prescrizione dei reati contestati.

Così mentre si annuncia una presunta riforma epocale della giustizia, scaricando sugli alleati di un tempo i ritardi con cui si affronta l’argomento, alla Camera riparte il dibattito su un disegno di legge votato dal Senato nel gennaio del 2010 e mandato per oltre un anno su un binario che sembrava morto, che nel titolo annuncia “misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”.

La norma fondamentale del testo approvato dal Senato era costituita dall’art. 5 che, accanto alle sentenze di assoluzione o di condanna, prevedeva la “sentenza di proscioglimento per violazione della durata ragionevole del processo”. Sostanzialmente la norma richiamata, poi soppressa dalla Commissione giustizia della Camera, prevedeva una durata massima delle varie fasi del processo, di cui precisava l’inizio e il provvedimento conclusivo, stabilendo che, trascorso il termine di “durata ragionevole” il giudice doveva pronunciare “sentenza di non doversi procedere per estinzione del processo”. Con questo sistema il processo era necessariamente “breve”, anche se per ottenere il risultato del contenimento della sua durata lo Stato rinunciava ad amministrare giustizia.

Quest’impianto non ha retto alla Camera. Già in Commissione, infatti, si è tornato a parlare – come era già successo nel 2005 con la cd. legge ex Cirielli – di estinzione del reato per prescrizione e non più di estinzione del processo. L’obiettivo sposato dalla maggioranza è dunque quello di accorciare ulteriormente i termini di prescrizione dei reati. Ma perché questa urgenza? Che conseguenze produce questo meccanismo sulla grave situazione in cui versa il sistema giudiziario? E su quanti e quale tipo di processi incide? Ma soprattutto, considerati gli annunci del Ministro Alfano che sembrava interessato solo a riforme strutturali, c’è un qualche legame tra le norme sulla prescrizione breve e le grandi riforme annunciate?

Tutte domande legittime che sono state poste nel dibattito in aula a una maggioranza silente e ad un Ministro della giustizia, che, più volte sollecitato a dare informazioni e chiarimenti, è rimasto anche lui in silenzio per ore intere, come se la cosa non lo riguardasse più di tanto. La verità è che il processo Mills a carico di Berlusconi non s’ha da fare e che per ottenere questo obiettivo i deputati della maggioranza, con in testa Berlusconi e Alfano, sembrano disposti a tutto. Ha da passà a nuttata!

Non stupirà se il dibattito si svolge senza un contraddittorio con la maggioranza di governo, che, guardata dai banchi dell’opposizione, scricchiola molto di più di quello che emerge dai voti sinora garantiti, nonostante qualche mal di pancia e più di un’intemperanza. Non stupirà se sia il CSM, anziché il governo, a quantificare in 15.000 i processi a rischio. Tanti sarebbero i processi per truffa, omicidio colposo, corruzione e altro, con imputati ancora incensurati, destinati a finire al macero. Non stupirà se a lanciare l’allarme sui processi siano le parti offese che il disegno di legge non tiene in nessuna considerazione, avendo cura esclusivamente “del cittadino” imputato, soprattutto se (formalmente) incensurato.

Si è detto che si tratta di una sostanziale amnistia. Vediamo se è vero. L’amnistia è una causa di estinzione del reato e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a perseguire determinati reati commessi entro un certo tempo. La prescrizione breve, così come normata, produce lo stesso effetto: è applicabile ai reati già commessi, per i quali impedisce la decisione di merito favorendone l’estinzione anticipata rispetto ai termini già previsti. Se dunque, quanto meno rispetto ai reati già commessi, si tratta di un’amnistia mascherata, il procedimento alla Camera, che è ancora fermo ai primi articoli approvati con uno scarto ridottissimi di voti, appare già viziato perché non rispetta il dettato costituzionale, che richiede per la legge che concede l’amnistia la “maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”.

C’è di più. L’amnistia mascherata introduce di fatto delle discriminazioni. Penalizza le fasce deboli e gli emarginati che, non usufruendo di difese agguerrite e ben pagate, vengono processati a tempo di record e non sono pertanto in condizioni di usufruire della prescrizione breve che si appalesa come un provvedimento di clemenza che non ha il carattere della generalità previsto dalla normativa vigente. Il testo in discussione è inoltre irragionevole sotto un diverso profilo. La durata della prescrizione di un reato, infatti, si misura sulla base della pena stabilita. Stando alla nozione di prescrizione come istituto che concerne gli effetti del trascorrere del tempo, nessuna rilevanza dovrebbero avere le caratteristiche soggettive dell’imputato. La maggioranza intende, invece, avallare, con una norma retroattiva, una durata differenziata dei termini di prescrizione, con un canale privilegiato per l’imputato incensurato. Esiste, dunque, una nuova categoria di soggetti, i formalmente incensurati quasi che il non aver riportato condanne penali incida anche sugli effetti del trascorrere del tempo. Senza considerare che incensurato non vuol dire innocente e che tale status non esclude la presenza di carichi pendenti per i reati più diversi e più gravi. Si tratta dunque di una disciplina discriminatoria e irragionevole.

Il testo in discussione, inoltre, contraddice gravemente quanto sostenuto in precedenza dal Governo. Vediamo perché. Si è già accennato alla legge ex Cirielli che nel 2005 è già intervenuta sulla durata della prescrizione dei reati. L’art. 157 del codice penale, riformulato da tale legge, al comma 6 stabiliva il raddoppio dei termini di prescrizione per alcuni reati, tra cui in particolare i reati di mafia. Qualche tempo dopo, nel 2008, l’elenco venne rivisto, includendo il reato di cui al quarto comma dell’art. 589 c.p. in materia di omicidio colposo. Ricordo questo per dire – anche se la cosa è abbastanza evidente – che i reati elencati nel citato comma 6 dell’art. 157 non costituiscono un elenco chiuso e immodificabile e che ben può la politica, ovviamente attraverso il voto in parlamento, esprimere valutazioni attualizzate e modificare l’elenco, includendo reati diversi ed ulteriori che, per una qualche apprezzabile ragione, determinano allarme sociale o richiedano una particolare attenzione. Noi, dall’opposizione, abbiamo chiesto alla maggioranza di ridiscutere l’elenco ma non abbiamo trovato ascolto. C’è da chiedersi dove è finita la pretesa di stabilire le priorità per l’esercizio dell’azione penale contenuto nella formulazione dell’art. 102 della Costituzione prospettata nella riforma costituzionale presentata nei giorni scorsi se oggi non si riesce neanche a discutere per quali reati prevedere il raddoppio dei termini di prescrizione. Entrando poi nel merito delle questioni che sono sul tappeto, c’è soprattutto da chiedersi dove è finito l’allarme sulla corruzione e sui reati contro la pubblica amministrazione che era a base del disegno di legge anticorruzione, con il quale – giova ricordarlo- il governo non si era limitato ad ipotizzare un inasprimento delle pene, prevedendo “un regime di ineleggibilità alla Camera ed al Senato per i condannati con sentenza passata in giudicato in relazione ai reati di peculato, malversazione, corruzione e concussione”. Si ricorderà l’orgoglio con cui Alfano pronunciava queste parole. Di tutto questo non c’è più traccia. La prescrizione viene ridotta senza nessuna eccezione, salvo quelle già previste, con una rinuncia del governo e della maggioranza a valutare le singole ipotesi di reato coerentemente con gli allarmi lanciati nel corso della legislatura. Non c’è priorità e allarme che tenga!

Nelle prossime ore insisteremo molto per modificare il testo sulla prescrizione breve ed in particolare per raddoppiare i tempi di prescrizione per una serie di reati, tra cui il reato di corruzione e del quale, il caso vuole, è chiamato a rispondere Silvio Berlusconi nel cd. processo Mills. Non si tratta solo di ostruzionismo parlamentare e comunque l’opposizione deve usare gli strumenti che ha per contrastare un disegno di legge che, oltre che sbagliato e ingiusto, è anche inopportuno. Molti esponenti della maggioranza insistono, per allontanare il sospetto che questo disegno di legge nasca per favorire imputati eccellenti, su un argomento ormai logoro. Si dice: il processo Mills è comunque destinato alla prescrizione per cui non serviva una legge per raggiungere questo obiettivo. Non c’è chi non colga la differenza tra una prescrizione che arriva prima della ricostruzione della verità processuale, con una eventuale sentenza di condanna in primo grado, e una prescrizione che blocca ogni attività istruttoria. La stessa sentenza che prende atto dell’intervenuta prescrizione può essere motivata diversamente, soprattutto nei processi con parti civili costituite o quando, come nel processo Mills, già esiste una sentenza che condanna il corrotto. Ecco perché nasce per la difesa di Berlusconi, che lavora più in parlamento che nei luoghi in cui normalmente si svolge l’attività professionale, l’esigenza di bloccare tutto all’inizio. Aggiungo una riflessione nel merito del processo che non si deve celebrare. Il nostro codice penale punisce con la stessa pena corrotti e corruttori. Non è una cosa di poco conto, soprattutto quando potrebbe succedere in concreto che il corrotto sia condannato e il corruttore resti incensurato. E, in quanto tale, destinatario di un termine più breve per la prescrizione di reati. Come dire: ci vuole pazienza, ma processo dopo processo si può riuscire a beneficiare della prescrizione breve e a restare incensurati.

Non posso infine trascurare un dato. Mentre la Camera discute la prescrizione breve, in Commissione giustizia del Senato la maggioranza approfitta di un disegno di legge nato per inibire il rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo e pensa ad allungare il processo e a togliere valore probatorio alle sentenze passate in giudicato. Nel processo Mills c’è una sentenza definitiva che prova la corruzione. Se andasse a buon fine il tentativo avviato al Senato potrebbe diventare, rispetto alla posizione di Berlusconi, carta straccia o quasi. Sarà anche questa una coincidenza? Siamo in tanti a non crederlo.

Quello che è certo è che non si può far saltare migliaia di processi per bloccarne uno.

Doris Lo Moro