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IL LINGUAGGIO DELLA VERITA’ PUO’ SALVARE LAMEZIA

il Lametino – sabato 18 giugno 2011

E’ da un po’ di tempo ormai che si coglie in città una rassegnazione diffusa. Qualcosa non funziona se la partecipazione si è trasformata in una presenza solitaria e distratta e se l’ansia di cambiamento che era diventata un assillo per i più ha lasciato spazio all’individualismo e ad una ipocrita normalità.

Lamezia torna ad essere centrale nell’attenzione delle Istituzioni per la necessità di contrastare la criminalità dilagante. Dopo gli ultimi omicidi (tre nel giro di un paio di mesi), il Comitato per l’ordine e la sicurezza presieduto dal Prefetto della provincia di Catanzaro si riunisce in città ma a preoccupare i rappresentanti delle Istituzioni sono, oltre alla presenza di una criminalità radicata e violenta, il silenzio degli imprenditori, vessati dal pizzo ma nella stragrande maggioranza dei casi refrattari ad ogni denuncia ed ad ogni reazione, e la rassegnazione e l’indifferenza dei cittadini.

Mi ha colpito molto la reazione del Procuratore della Repubblica in occasione della manifestazione con cui veniva ricordato il diciannovesimo anniversario dell’omicidio di Cristiano e Tramonte. Ci voleva una persona estranea all’ambiente lametino per notare l’assenza dei cittadini. Ho anche pensato che senza la sua giusta denuncia tutto sarebbe sembrato normale come tante altre cose che si registrano ogni giorno come normali ma che non lo sono affatto.

La presenza di una Procura particolarmente attiva, nonostante la scarsità di risorse, ci ha costretto a fare i conti con le case abusive da demolire e con l’accampamento di Scordovillo da sgomberare. Ma soprattutto a prendere atto, dati alla mano, che a Lamezia ci sono in media quasi due attentati al giorno mentre l’abusivismo continua a dilagare così come i reati ambientali e l’economia illegale la fa da padrone.

Eppure Lamezia non può consentirsi di sottovalutare la gravità della situazione e soprattutto non può rinunciare a reagire. E se ha smarrito il senso di sé e del suo percorso deve ritrovarlo, sapendo che, anche quando si è in presenza di fatti positivi – che a Lamezia non mancano -, non può darsi nulla per scontato e che ogni distrazione, in una città che ha subito per ben due volte lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, è imperdonabile.

Certo i meccanismi criminali hanno una loro dinamica e non è detto che si possano mettere in relazione con situazioni e fatti estranei al contesto in cui si muovono le consorterie ‘ndranghetiste. Non c’è dubbio però che la criminalità si muove con maggiore rapacità e disinvoltura in una situazione di sfilacciamento morale e di disorientamento generale.

La mia mente va alla fase successiva al primo scioglimento del consiglio comunale per mafia. Colpisce il fatto che per tanti anni, dal 1993 a fine 2000 non ci siano stati fatti di sangue; colpisce che in quegli anni le cosche, che non erano certo sparite, si sono in qualche modo adattate al clima generale di ripresa e di attenzione ai temi della legalità e della trasparenza; colpisce l’assoluta mancanza di minacce nei confronti degli amministratori e dei politici, soprattutto se messa a confronto con quanto è successo a Lamezia nel corso dell’ultima campagna elettorale ed anche dopo.

Quella che si respirava non era certo aria da pax mafiosa, tutt’altro. Sembrava che i cittadini avessero occupato gli spazi, respingendo all’esterno le cosche ed in generale la criminalità.

Ma dove abbiamo sbagliato se poi si è arrivato ad un secondo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose? E ancora, dove abbiamo sbagliato dopo il rinnovo del consiglio comunale e l’elezione del nuovo sindaco se avere un’amministrazione democraticamente eletta non è bastato a impedire che prevalesse la rassegnazione?

Il Vescovo di Lamezia dice e scrive spesso che a Lamezia serve maggiore unità. Mi chiedo se e perché siamo invece portati a non unire gli sforzi. Cosa impedisca a questa città di poter contare su una classe dirigente unita, quanto meno sulle questioni fondamentali. Mi chiedo se sia possibile apparire ed essere uniti senza essere consociativi e senza fare accordi di potere. Mi chiedo cosa serva per svegliare Lamezia dalla “situazione di letargo” in cui sembra caduta.

Mi vado convincendo che l’errore sta nei silenzi, nella mancata discussione sulle ragioni dello scioglimento del consiglio (soprattutto di quello del 2002), nell’ipocrisia con cui si parla di partecipazione anche quando ad essere presenti e a decidere sono sempre le stesse persone.

Nei giorni scorsi ho partecipato a Belvedere Marittimo all’intitolazione di una scuola a padre Puglisi. C’era anche il cardinale De Giorgi che ha avviato il processo di beatificazione del parroco del Brancaccio; lo stesso cardinale che ha concelebrato la messa a Lamezia per S. Antonio. Era stato invitato anche Luciano Violante, presidente della commissione parlamentare antimafia quando padre Puglisi fu ucciso, che ha inviato un messaggio letto nel corso dell’iniziativa.

“Intitolare una scuola non è un atto banale né una semplice cerimonia con bandiere, sorrisi e strette di mano”. Comincia così il messaggio con cui il Presidente Violante augura alla comunità di Belvedere che l’esempio di padre Puglisi possa costituire “un asse dell’identità pedagogica della scuola”.

Questo invito alla concretezza dei percorsi e dei valori mi ha richiamato alla mente la lapide scoperta insieme allo stesso Violante a Lamezia in ricordo dei due netturbini assassinati nel maggio del 1992. L’ho ricordata in un breve scritto con cui ho partecipato all’iniziativa che ha sconcertato tanto il Procuratore. Ho rivisto il filmato della manifestazione del febbraio ’94 trasmesso da un’emittente locale nel corso di una trasmissione condotta dal nostro Giovanni De Grazia. E mi sono chiesta e mi chiedo, pensando alla gente che affollava corso Numistrano sotto la pioggia battente, cosa è successo se oggi non protesta e non si indigna più.

Mi chiedo anche perché la protesta dei giovani -che a Lamezia c’è stata ed ha rappresentato un grande segnale positivo- non ha avuto seguito. Ma so perché tanti di quei giovani li conosco, a partire da Francesca e dalle sue compagne che hanno colpito nel segno con il loro “Facciamoci sentire per non farci seppellire”, che i giovani di quella protesta sono in gran parte fuori.

Sì, perché a impoverire Lamezia c’è anche la continua migrazione di giovani, che si formano in scuole e parrocchie ad alto contenuto educativo ed hanno fortuna e successo all’università ma spesso non tornano. Noi lametini, anzi noi calabresi, con i nostri giovani stupendi rendiamo migliori altre comunità e impoveriamo la nostra!

Sembrano passati secoli da quando si denunciava la presenza a Lamezia di una “borghesia mafiosa”. Ma qual è oggi il problema: non c’è più la borghesia mafiosa o è tanto forte da rendersi invisibile? O, peggio, preferiamo non parlarne più.

Bastano i richiami del Prefetto, del Procuratore, del Vescovo, del Sindaco, di qualche singolo politico, gli esempi positivi di qualche imprenditore che denuncia, di giovani imbevuti di antimafia come quelli di “Ammazzateci tutti”, dei ragazzi di “Legami” del regista Francesco Pileggi? No, tutto questo serve ma non basta.

Né si può vivere di ricordi o riflettere sulle occasioni mancate. Serve guardare in avanti e rafforzare quello che di buono abbiamo. Serve squarciare il velo dell’ipocrisia, smetterla di mostrarci tutti uniti, senza peraltro esserlo neanche un poco. Smetterla di sussurrare che le imprese che lavorano in città sono poche e sempre le stesse, che la speculazione edilizia sta cementificando ogni brandello di spazio inedificato nelle aree urbane, che l’espansione prevista nel preliminare del piano strutturale avvantaggia aree su cui l’attenzione delle cosche è attiva da tempo, che lavorano solo gli amici degli amici, che la Multiservizi non è più quella di una volta e tante altre cose che si respirano nelle vie del paese.

La politica calabrese tende a scaricare tutti i suoi problemi sui pochi che sono incappati nelle maglie larghe della giustizia. E’ così che Crea o Santi Zappalà, giusto per fare qualche nome, sono rimasti soli, quasi fossero gli unici politi corrotti o compromessi della nostra regione. A Lamezia siamo tutti pronti a mollare Mazzei e la sua cava (che mi pare una cosa sacrosanta) ma questo non può essere sufficiente! Non possiamo pensare che basta avere la fedina penale ancora pulita e che la reputazione non conti più. Dobbiamo rompere quest’unità di facciata che è quella che impedisce un’unità reale delle forze sane della città.

La comunità onestà di Lamezia sarà pure in letargo, come ci dicono il Procuratore e il Prefetto, ma sarebbe sicuramente aiutata a svegliarsi se tornasse a sentire che l’onestà e i valori che magari si praticano nella vita privata sono riconoscibili nei percorsi pubblici e rappresentati con coerenza dalla classe dirigente, non solo politica.

Qualcuno potrebbe pensare che il Sindaco di una bella stagione in cui altri, a partire dal Vescovo emerito, hanno sostenuto che era stata fatta “pulizia nel palazzo” si voglia togliere qualche sassolino. Non è così anche perché non intendo chiamarmi fuori da nulla e neanche ora la ‘ndrangheta è rappresentata da chi governa la città. E’ che sento la responsabilità e il bisogno di tirare una pietra nello stagno e di dire che a Lamezia non è più tempo di manifestazioni formali e di strette di mano che assomigliano troppo al funerale da evitare, di cui parla Vitello. Se lavoriamo perché le domande trovino una risposta, se cominciamo a parlare il linguaggio dell’autocritica e della verità tutti, a partire dalla politica e dal ceto dirigente, i cittadini non potranno che riconoscersi e mobilitarsi. E se non siamo capaci di farlo, non ci resta che augurarci che siano strati consapevoli della comunità a coinvolgerci e a costringerci, come sta facendo la Procura sul campo rom.

C’è nel Paese ed anche in Calabria una grande istanza di partecipazione e di cambiamento che ha prodotto risultati tangibili anche con il raggiungimento del quorum ai referendum del 12 e 13 giugno. Lamezia, che il quorum non lo ha raggiunto ma ha comunque registrato una presenza significativa, non è estranea a tutto questo ed ha già in passato dimostrato di avere energie e capacità.

Possiamo e dobbiamo farcela. Io comunque sento di dover fare la mia parte e penso di farla anche dicendo con chiarezza quello che penso.

Doris Lo Moro