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IL COLORE GRIGIO DELLA CALABRIA

Sono molto preoccupata per la Calabria. Sono molto più preoccupata oggi di quanto lo fossi nella primavera del 2005, alla vigilia della competizione elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale.
Sono passati cinque anni in cui si sono prodotte sicuramente cose positive (poche ma alcune importanti) ma non si è riusciti a invertire la rotta e la Calabria è rimasta ultima in tante cose, guadagnando il primo posto per la pericolosità della ‘ndrangheta e per la percentuale di giovani laureati che la lasciano annualmente, riuscendo molto spesso a diventare classe dirigente altrove.
La nostra regione è una terra luminosa ma a ben vedere il colore che prevale nelle società calabrese è il grigio. Quale altro colore si potrebbe attribuire ad una società piegata su se stessa, in cui è senso comune che non può cambiare nulla e che chi ha potere e ne abusa prevale sempre? Quale altro colore è adatto per descrivere un ceto politico preoccupato non di guadagnarsi il rispetto della gente ma di accaparrarsene il voto, interessato non alla qualità e alla consapevolezza del consenso ma alla quantità ed ai pacchetti di voti? E non è il grigio il colore più adatto per descrivere l’atteggiamento dei tanti professionisti che si comportano come accattoni, mettendo a disposizione dei potenti le loro menti illuminate purché ricambiati con un piatto di lenticchie? Il grigio è il colore della zona di confine in cui si finge di non sapere che si convive con la ‘ndrangheta, in cui si esibiscono certificati penali immacolati, girando le spalle al sangue rosso dei morti ammazzati, al nero delle minacce e delle intimidazioni quotidiane, al sorriso spento di chi non crede più in nulla e rinuncia anche a capire.
Ma chi può salvare la Calabria? Forse i giovani potrebbero farcela se potessero mettersi al timone di una barca senza equipaggio. Forse potrebbe dare una mano una maggiore presenza femminile nei luoghi delle decisioni. Ma non c’è più tempo per sognare. Bisognerebbe capire cosa fare adesso e cominciare a pretendere da tutti il rispetto delle regole, per scardinare un sistema che si riproduce proprio perché senza regole.
Una regola di buon senso è che chi non ce l’ha fatta non può essere riproposto. In Calabria non si tratta infatti di garantire una seconda chance al politico di turno, sia che si tratti di un presidente di Regione, di Provincia o di un sindaco. Il problema è garantire una possibilità di miglioramento alle nostre comunità. E non c’è dubbio che offre migliori garanzie chi non ha già alle spalle un insuccesso se non un fallimento.
Un’altra regola di buon senso è che non bisogna delegare alla magistratura il ricambio del ceto dirigente calabrese. L’impunità nella nostra regione è pressoché assoluta; gli omicidi che insanguinano le nostre strade rimangono in gran parte impuniti; le intimidazioni e le minacce ad imprenditori ed amministratori guadagnano al massimo qualche riga nella cronaca giornalistica e, sul piano giudiziario, non fanno che incrementare i fascicoli contro ignoti. La bomba a Reggio è stata spiegata come una reazione contro un cambiamento di rotta della locale Procura, dando per scontato che fosse accettabile e normale che le cose prima andassero diversamente. I processi avviati che arrivano a condanne definitive sono una percentuale irrilevante, specie quando si tratta di reati di mafia o di reati contro la pubblica amministrazione. E allora, può rassicurare qualcuno il fatto che i politici siano eventualmente incensurati? Non dovrebbe essere più importante che siano rispettabili? A dare troppa importanza alle vicende processuali può succedere che l’amministratore e il politico abile, che occupa la zona di confine, risulti candidabile anche quando tutti sanno di che pasta è fatto. E’ troppo chiedere ad un amministratore ed ad un politico di essere riconosciuto dagli altri come una persona di specchiata moralità? Eppure la stessa Costituzione pretende che chi svolge funzioni pubbliche le adempia “con disciplina ed onore”.
Passando a regole codificate, per le quali non serve fare riferimento al buon senso ed al senso comune, se nello Statuto di un partito è previsto che non si può svolgere un incarico istituzionale oltre un certo numero di mandati, è lecito che questa regola possa essere derogata, non per meriti particolari ma per un accordo tra potenti finalizzato a rendere inamovibile la casta che occupa da decenni le istituzioni calabresi? Ed è possibile sostituire ai politici non candidabili per motivi giudiziari altri soggetti, riconoscendo ai primi una legittimazione a rivestire ruoli istituzionali per interposta persona?
Nella città in cui vivo, il presidente del consiglio comunale è stato condannato di recente nel processo “Onorata sanità” per reati che avrebbe commesso in una precedente esperienza amministrativa. Nessuno ha detto una parola sul punto. Eppure si tratta di un consigliere comunale che con il suo voto ha garantito la maggioranza al sindaco di centrosinistra di una città che ha alle spalle due scioglimenti per mafia!
Ma se il degrado della politica è tale che non si registra nessuna reazione neanche davanti ai fatti più eclatanti e si assiste a cambi di casacca da una parte all’altra, ci si può meravigliare in Calabria del fatto che la stessa comunità contraddice con i fatti i valori che, a parole, riconosce, come è successo a Rosarno?
In Calabria serve una presa di coscienza collettiva sulla gravità della situazione. Certo la scelta dei candidati alla Presidenza è importante ma è fondamentale anche il contesto, sono importanti le liste, sono importanti i programmi, è importante un atteggiamento di maggiore vigilanza.
Si salverà la Calabria? Un giornalista che stimo, dopo aver letto la mia nota di solidarietà a Callipo per le minacce subite, mi ha mandato un messaggio “E’ tutto inutile, le elezioni di marzo saranno il funerale della Calabria”. Ho sofferto nel riceverlo perché anch’io sento che la situazione è veramente difficile. Ma non intendo né morire né vedere morire la speranza senza oppormi. E’ per questo che rimango ostinatamente ottimista ed operosa.
Intanto, per fare i conti in tempi di pace con la mia coscienza, so di poter dire che dovessi un giorno trovarmi a dover scegliere tra il futuro della Calabria e le cose che mi sono care, a partire dall’appartenenza al PD nel quale ho sempre creduto, non ho dubbi sul fatto che sceglierei la Calabria.
Forse è il momento per noi calabresi di rinunciare a qualche piatto di lenticchie e pagare qualche prezzo ma di garantirsi con le proprie scelte libere un futuro dignitoso per la propria terra, per se stessi e per i propri figli. E’ o no la dignità una qualità con cui si misura una persona e una comunità? Dobbiamo tornare ad essere tutti meno rassegnati, più capaci di indignazione e di impegno e più dignitosi.
Doris Lo Moro

“Il Quotidiano della Calabria” – domenica 7 febbraio – pag. 1-23