torna alla home di dorislomoro.it

www.dorislomoro.it

“Dubbi tremendi su quelle morti. Forse un pezzo dello Stato tradì”

Parla Walter Veltroni: “Non si può assistere da spettatori indifferenti a notizie che in altre democrazie sarebbero priorità assolute”

di CURZIO MALTESE

ROMA – “Il Paese non può assistere da spettatore indifferente a notizie sconvolgenti che in altre democrazie sarebbero priorità assolute. Mettiamo per un momento da parte tutto il resto, la manovra finanziaria e la crisi, Berlusconi e Fini, le questioni interne ai partiti e fermiamoci tutti, destra e sinistra, a riflettere sulle parole di Piero Grasso. Si, i galantuomini di destra e di sinistra, perché in ballo ci sono i fondamentali della democrazia. C’è davvero un pezzo dello Stato dietro la morte di Falcone e Borsellino, le stragi del ‘92 e ‘93? Se é così, che cosa c’è di più importante da chiarire ora e subito?”. La denuncia di Walter Veltroni arriva dopo quella scioccante del procuratore antimafia Piero Grasso: “Nel ‘93, Cosa nostra ha avuto in subappalto una vera e propria strategia della tensione” “Le stragi furono organizzate anche da pezzi dello Stato per aiutare una nuova forza politica”.

Davanti a rivelazioni così sconvolgenti, la prima reazione dei cittadini è chiedersi: fin dove si parla di fatti accertati e dove comincia invece la dietrologia?
“Non esiste e non deve esistere alcuna dietrologia. Il procuratore Grasso è del resto uomo assai prudente e responsabile. E ogni informazione andrà vagliata con assoluto rigore. Tuttavia da ciò che emerge le inchieste stanno arrivando alla conclusione che Falcone e Borsellino sono stati uccisi, con e attraverso la mafia, almeno con la attiva collaborazione di un’entità esterna. Se un pezzo dello Stato ha materialmente preparato la 126 imbottita d’esplosivo che ha provocato la strage di via D’Amelio dopo aver organizzato il fallito attentato a Falcone all’Addaura, se davvero funzionari dello Stato hanno eliminato due giudici coraggiosi e i loro colleghi delle scorte saremmo di fronte a qualcosa di enorme…”.

É il racconto dei pentiti o esistono riscontri oggettivi per dire che quelle del ‘92 e ‘93 non erano soltanto stragi di mafia?
“Non erano sicuramente soltanto stragi di mafia. Anzi, sulla base delle inchieste, non si dovrebbe neppure più chiamarle in questo modo. Sono stragi di un anti Stato, che era o forse è annidato dentro e contro lo Stato”.

Era o è? Attilio Bolzoni ha scritto ieri che la procura di Caltanissetta avrebbe identificato il misterioso “signor Franco”, l’uomo dei servizi di cui parla il figlio di Vito Ciancimino, presente in tutte le stragi, da Capaci ai Georgofili. Ed è un alto dirigente dei servizi ancora in attività.
“Già, e per chi lavorava questo signor Franco o altri come lui, che infangano anche il lavoro di uomini dei servizi onesti che rischiano la vita per la sicurezza di tutti? Chi dava gli ordini allora e chi li ha protetti fino a oggi? Chi per vent’anni ha depistato le indagini? Se si risponde a queste domande, si scopre chi ha davvero ordinato le stragi del ‘92 e ‘93. La commissione antimafia a giorni presenterà la relazione del Presidente Pisanu sulle stragi. Ma intanto il governo ha il dovere di una risposta al paese. Si pronuncino come credono, anche dicendo che Grasso si sbaglia, ma non devono continuare a tacere. Non si tratta soltanto di chiarire il passato, ma anche di prevenire il possibile ripetersi di queste strategie eversive nel futuro”.

Che cosa vuol dire, esiste il rischio di altre stragi, qui e oggi?
“Non ho certo notizie, ma faccio un ragionamento storico. Questa entità che ha ordinato le stragi del ‘92 e ‘93 è la stessa che è sempre scesa in campo nelle fasi di transizione. É la stessa di piazza Fontana e di piazza della Loggia, dell’attentato alla Questura di Milano del finto anarchico Bertoli, del rapimento Moro? Se non è così, non si capisce quale potere abbia potuto mettere insieme in tutte queste storie di sangue cose in apparenza tanto distanti come l’estremismo di destra e le Br, i servizi segreti e la P2 e la banda della Magliana e forse anche pezzi di terrorismo di sinistra. Questo grumo di interessi che interviene ogni volta per orientare la storia con colpi di mano, con la violenza delle stragi, è intervenuto l’ultima volta nel ‘92 e ‘93, all’alba della seconda repubblica. Ora è di nuovo un momento difficile: una grave crisi finanziaria, l’esaurirsi di una fase politica, la difficoltà dei partiti e delle istituzioni”.

Si può definire quello che è accaduto nel ‘92-’93 una specie di golpe?
“Insomma, parliamoci chiaro. Lei crede che Totò Riina fosse davvero il capo della mafia? Una mafia che fa girare 130 miliardi di euro all’anno? Lei crede che Riina o Provenzano avessero mai sentito parlare nella vita del Velabro e dei Georgofili? É pensabile che la mafia, con i suoi codici secolari, abbia adottato per la prima volta dopo Portella Della Ginestra il linguaggio terroristico delle stragi senza una ragione forte, politica?”

Qual era l’obiettivo politico degli attentati?
“Erano i giorni di Tangentopoli, della fine dei partiti della Prima Repubblica, della svalutazione della lira. Da quel terremoto si stava uscendo con il governo Ciampi. Ciampi s’insedia nell’aprile del ‘93. Il 27 maggio c’è l’attentato di Firenze, il 27 luglio quelli di Milano e Roma. Poi c’è il fallito attentato allo stadio Olimpico, contro i carabinieri. E poi le stragi finiscono. Perché? Le domande sono due e la risposta, temo, una. Perché la mafia comincia a fare le stragi? Perché la mafia smette di fare le stragi?”

Grasso dice perché era nata la nuova forza politica destinata a prendere in mano il Paese e garantire gli interessi di sempre.
“Un altro aspetto che si sottovaluta è che quelle bombe sono annunciate. E non dalla mafia, ma da ambienti della politica e dei servizi. Il 6 marzo del ‘92 Elio Ciolini, piduista con un passato nei servizi, annunciava l’imminenza di “altre bombe, altre stragi”. IL 22 maggio del ‘92, alla vigilia di Capaci, Vittorio Sbardella parlava a un’agenzia del timore di “un’altra strategia della tensione”, di un prossimo “colpo grosso”…”.

Lei in campagna elettorale chiese alla mafia di non votare per il Pd. Nella stessa campagna, a una settimana dal voto, Berlusconi definì eroico il boss mafioso Mangano. Lo stesso premier che oggi attacca Saviano e con la legge sulle intercettazioni, a parere del governo statunitense, ostacola la lotta alla mafia.
“Io non faccio ipotesi, sto ai fatti. Chiedo soltanto che Berlusconi e il governo non tacciano, che rispondano. La lotta alla mafia non è questione di parte, è il tema bipartisan per eccellenza. Aggiungo, sempre in base ai fatti, che un giudice ha scritto che il presidente del consiglio ha ascoltato personalmente le intercettazioni riguardanti Piero Fassino, all’epoca segretario dei Ds, e invece di chiamare la procura le ha passate al suo giornale di famiglia perché ne facesse un uso politico. La stessa procedura, più o meno, ha seguito nel caso di Piero Marrazzo. Ma com’è possibile che una notizia come questa passi nell’indifferenza? Il Watergate che costò la presidenza a Nixon era meno di questo. Dobbiamo sperare che le indagini ci dicano che nessuno di questi sospetti è reale. Ma se lo sono davvero la storia d’Italia e il suo futuro possono cambiare.”.

la Repubblica – 28 maggio 2010