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Discussione legge “divorzio breve”

Aula, 21 maggio 2012

DORIS LO MORO. Signor Presidente, colleghi, voglio iniziare, come ha fatto la collega Saltamartini, ringraziando il relatore. Lo ringrazio soprattutto per il tono asciutto e per niente retorico della sua relazione, che ha dato conto di un percorso legislativo e sociale che è sotto gli occhi di tutti, così come ringrazio anche il sottosegretario per il commento assolutamente favorevole al lavoro della Commissione, al quale, peraltro, non ho partecipato, appartenendo ad un’altra Commissione, la Commissione affari costituzionali.
Ricordo – era già indicato nella lunga relazione del collega Paniz – che le proposte in campo erano tante e che il testo in discussione sicuramente è un testo che difendiamo. Lo difendono anche i gruppi, a partire da quello del Partito Democratico, che avevano non un’altra impostazione, ma un’altra tempistica, nel senso che nella proposta del mio gruppo si trattava di ridurre gli anni da tre a uno in tutte le ipotesi, sia in presenza di figli minori sia in loro assenza o in presenza di figli maggiorenni.
Quindi, diciamo che siamo qui, oggi, per discutere non della legge migliore possibile, perché ciascuno di noi, da questo punto di vista, potrebbe esprimere una sua opinione personale, più o meno in libertà, o di gruppo, ma del testo che è stato licenziato dalla Commissione giustizia e che è arrivato alla discussione dell’Aula.
Ringrazio anche la collega Saltamartini che, nell’ultima parte del suo intervento, ha precisato che non intende mettere in discussione la legge sul divorzio.
La ringrazio perché, per la verità, in tutta la prima parte del suo intervento – sicuramente sincero ed appassionato – ho risentito tutte quelle discussioni che riecheggiavano, all’epoca della legge sul divorzio, non tanto nelle Aule parlamentari, che io certamente non frequentavo, quanto tra la popolazione, tra gli studenti. Vi era la paura, delle volte anche sincera, della novità che doveva essere rappresentata dalla legge sul divorzio che, tra l’altro, non faceva altro che consacrare con legge una situazione che, di fatto, esisteva tra la popolazione, ma che veniva ignorata.
Vi erano tantissimi matrimoni falliti che avevano determinato anche situazioni Pag. 8di conflittualità permanente, a volte anche pericolosa, che, però, non riuscivano a trovare uno sbocco perché non vi era ancora questa possibilità.
Allora, all’epoca è stato il popolo italiano, soprattutto con il referendum del 1974, a dire che il legislatore era andato nella direzione giusta, che la legislazione sullo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio era in sintonia con il volere del popolo italiano.
Sono d’accordo con la collega Saltamartini sul fatto che non è sempre il caso di seguire l’umore popolare, che non è questo il compito del legislatore, ma quando si tratta di scelte di civiltà, che incidono sulla libertà dei cittadini, di mutamenti epocali – come è avvenuto nel caso della legge sul divorzio e come può essere anche per la proposta di legge in esame che, certamente, non comporta lo stesso livello di riforma, perché incide molto meno, ma che può facilitare le scelte dei cittadini -, allora bisogna stare molto attenti anche a quello che succede sul territorio.
Non è irrilevante neppure capire fino in fondo quello che succede nelle cause di separazione e divorzio. Dire – come ha fatto il relatore e come vorrei ribadire anch’io, forte di un’esperienza vissuta dall’altra parte, come giudice di un tribunale dove ho visto tante separazioni e tanti divorzi – che molto spesso le cause di separazione prima e di divorzio dopo hanno carattere afflittivo, significa dire assolutamente la verità, significa conoscere fino in fondo come si svolgono le cause, quali sono le tematiche che riecheggiano nelle aule di giustizia e riconoscere che sarebbe il caso che, proprio per salvaguardare anche la dignità delle persone che si mettono in discussione chiedendo la separazione e poi il divorzio, di legiferare in modo da facilitare non un percorso semplice e banale, che porti velocemente allo scioglimento e alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, ma un percorso meno ipocrita, più rispondente alla realtà e che prenda atto di quello che succede alle coppie. Direi che una proposta di legge di questo genere non solo non è contro il matrimonio, ma è addirittura a favore dello stesso perché agevola anche la ricostituzione di matrimoni possibili e futuri.
Ricordo a voi e a me stessa che stiamo discutendo di scelte fatte da persone che hanno già scelto il matrimonio. Dalla casistica che abbiamo davanti, dai numeri che possiamo portare qui in Aula in sede di discussione sulle linee generali, emerge che oggi sempre più coppie convivono prima ancora del matrimonio e, delle volte, convivono senza mai contrarre matrimonio. Noi, invece, siamo davanti ad un’esperienza di vita di coppie che hanno scelto il matrimonio, che hanno creduto nel matrimonio e che, evidentemente, hanno dovuto trarre la conclusione che il loro matrimonio non è andato bene e che non è più possibile convivere e portare a termine questa esperienza sino alla fine, come magari avevano sperato.
Ho molto rispetto di sentimenti di tipo diverso, per esempio di donne o uomini che, coinvolti in questioni di questo genere, si sentono vittime perché credono nell’indissolubilità del matrimonio, ma questo è un altro tema. Qui non stiamo discutendo di scelte o di convinzioni personali, stiamo discutendo di un’altra cosa, ossia di una coppia che, chiedendo la separazione e affidandosi al tribunale per l’omologazione della separazione consensuale o, peggio, per ottenere una sentenza di separazione giudiziale, ha già dichiarato, di per sé, il fallimento di un’esperienza di vita.
Allora contano molto le circostanze e contano molto le statistiche ed anche i numeri che prima ha presentato nell’ambito della discussione il relatore. Infatti, in realtà, sono decine i casi di coniugi che tornano indietro sulla loro decisione, decine in confronto a centinaia di migliaia di casi che finiscono invece come iniziano, con la separazione e cioè la cessazione della comunità familiare.
Dire poi che si è a favore della famiglia: ho dovuto riflettere su questo punto in questi giorni. Voi tutti sapete che c’è stato anche un messaggio, che è partito tra l’altro dalla Calabria. Bagnasco ha lanciato Pag. 9un messaggio, di cui tutti noi dobbiamo avere rispetto e di cui io sicuramente ho rispetto per quello che rappresenta la Chiesa e per quello che rappresenta Bagnasco. Lo ha lanciato da Locri. È quindi un discorso che si è tenuto nella mia Calabria. Bagnasco ha detto che effettivamente il divorzio breve potrebbe rendere ancora più fragile la famiglia. Io mi sono posta una domanda e non la porrei a Bagnasco. Non ho questo ardire perché siamo in un altro campo ed egli è un interlocutore che non ne fa parte e ovviamente non può essere un interlocutore politico ed istituzionale, come sono invece i colleghi ed il Governo in questo momento.
Vorrei chiedere a voi di quale famiglia stiamo parlando, perché delle volte noi stessi ci contraddiciamo. Stiamo parlando della famiglia ideale? Stiamo parlando della famiglia nucleo, di quella coesione sociale che tutti noi vorremmo costruire e che tutti noi vogliamo difendere? Stiamo parlando di quel luogo di solidarietà, di quella famiglia, dove si è acconsentito molto spesso di affrontare le crisi e di fare fronte alle spese familiari anche con le sole pensioni dei nonni e di quant’altro? No, non stiamo parlando di questa famiglia, perché non c’è la possibilità di parlare di una famiglia ideale.
Non stiamo parlando neanche di una di quelle famiglie in cui si generano violenze, a cui tante volte facciamo riferimento quando parliamo per esempio del femminicidio. Ecco allora i discorsi che si contraddicono: anche quando parliamo delle violenze sulle donne molto spesso siamo costretti a prendere atto che molte delle violenze vengono perpetrate ed hanno come luogo in cui maturano e si consumano proprio le famiglie, le famiglie in senso lato e le famiglie in senso stretto. Tantissimi di questi casi, tante violenze, tanti omicidi, sono portati a termine dal coniuge, dal padre, dal fratello, dal fidanzato o dall’ex fidanzato, quindi, all’interno di un nucleo che in senso lato si potrebbe chiamare in qualche modo familiare.
Allora non stiamo parlando neanche di quella famiglia. Stiamo parlando di una famiglia che probabilmente può essere la più diversa. Stiamo parlando di una coppia che si è messa insieme ed ha pensato di farlo fino in fondo, contraendo anche un vincolo matrimoniale, un vincolo matrimoniale che per tantissime ragioni può non essere andato bene. Non parlo tanto delle ragioni che sono codificate anche nella legge sul divorzio, al n. 1, e che quindi rappresentano casi specifici. Parlo, invece, più in generale del fatto che una coppia ha dovuto prendere atto che le cose non sono andate bene.
Allora cosa cambia? Cosa cambia con questa legge? Infatti, se non capiamo bene cosa cambia con questa legge, non si capisce neanche perché dovremmo ideologizzare questa nostra discussione o dovremmo fare le crociate, contro o per la famiglia. Io mi schiero subito per la famiglia, dicendo che ho molto rispetto di tutte le scelte che fanno gli altri, coppie di fatto e non. Io personalmente faccio parte di una famiglia fondata sul matrimonio e mi sento anche soddisfatta della scelta che ho fatto. Ma non è questo il punto.
Qui stiamo parlando semplicemente di un’abbreviazione dei termini utili. Dopo avere ottenuto una sentenza di separazione giudiziale o dopo avere ottenuto l’omologazione di una sentenza di separazione consensuale, chiediamo di abbreviare il termine previsto oggi. All’inizio era di cinque anni, dal 1987 è diventato di tre anni ed oggi noi pensiamo che sia arrivato il momento che diventi di un anno o, per la mediazione che è stata operata, nel caso di presenza di figli minori, di due anni.
In tutto questo ha senso parlare di quanto si verifica nei tribunali italiani. Ha senso riflettere sul fatto che per ottenere una sentenza di separazione ci vogliono molto spesso un paio di anni. Ha senso anche riflettere sul fatto che l’anno di cui noi parliamo è un periodo minimo che molto spesso sarà superato dai fatti. Infatti, quando per ottenere una sentenza di separazione ci vogliono circa due anni, è chiaro che l’anno dalla comparizione davanti al presidente del tribunale è già trascorso da un pezzo, quando si può addivenire ad una richiesta di divorzio. Pag. 10
Siamo parlando, in parole povere, di sciogliere questo nodo, di rendere meno afflittivo questo periodo, di consentire a entrambi i coniugi di rifarsi una vita, se lo desiderano, magari contraendo anche un nuovo matrimonio, ovviamente con il rito civile, di consentire a dei nuclei familiari di vivere civilmente, di ristabilire quelle regole anche di civiltà e di coesione, che sono proprie, e che devono rimanere proprie, della famiglia.
Nella stessa direzione va la seconda modifica che viene introdotta dalla normativa oggi in discussione, perché quando si dice che lo scioglimento della comunione familiare parte non più dall’omologazione della separazione consensuale o dalla sentenza di separazione giudiziale, ma parte dalla comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, si toglie alle parti in causa una serie di discussioni e si fa in modo anche che i provvedimenti provvisori, che molto spesso sono afflittivi per tutti, e sono il frutto di lungaggini anche giudiziarie, si toglie la possibilità anche di speculare su tutte queste vicende che sono assolutamente economiche, e come tutte le vicende economiche sono degne di attenzione ma non possono essere quelle che attraggono l’attenzione più di altre in casi di questa natura.
E allora entrambe le modifiche tendono in fondo principalmente, a mio parere, ad introdurre modifiche che sono in sintonia con il Paese, che sicuramente sono in sintonia anche con un’esigenza di civiltà che è maturata oramai stabilmente – e da tempo – nel Paese. Già nel 2003 l’allora gruppo dei DS presentò una proposta in merito, e già allora, per noi, il tempo era maturo per queste modifiche. Sono passati quasi nove anni da quando, con un voto segreto, è stata affossata quella legge. Penso che oggi invece il Parlamento si debba assumere la responsabilità di discuterne fino in fondo, come diceva la collega Saltamartini, serenamente ma senza ipocrisie, perché è troppo facile liquidare provvedimenti di questo genere che costano fatica e discussioni, e per i quali bisogna mettersi in ascolto anche dei tanti che fuori dall’Aula del Parlamento discutono di questi temi; è facile liquidare tale provvedimento, magari con un voto segreto o con un voto ideologico, per poi, nella propria vita quotidiana, contraddirne i relativi principi, perché tanti di noi, tanti politici, hanno poi questo vezzo, di alzare bandiere ideologiche su tante questioni che hanno a che fare con l’etica, ma poi alla prima occasione utile, hanno il privilegio di poter trovare scorciatoie di altro genere.
Un’ultima notazione, sempre richiamando la relazione, che è così compiuta e che veramente merita di essere sottoscritta. Il relatore faceva riferimento alle normative europee e non è una cosa di poco conto, perché la normativa europea, ovvero il Regolamento europeo del 2000, che dal primo marzo del 2001 ha consentito una velocizzazione e la possibilità di omologare le sentenze di divorzio che vengono emesse in altri Stati, mette in difficoltà chi si trova in queste situazioni e crea anche non tanto una conflittualità, quanto una disparità, perché basta spostarsi di poco, basta andare in una delle nazioni vicine dove il divorzio è semplice, dalla Romania alla Francia, alla Germania, per ottenere anche in pochi mesi, come diceva il relatore facendo riferimento al caso della Romania, una sentenza rapidamente; ma per tutto questo ovviamente bisogna avere la possibilità economica e i mezzi per farlo. Allora anche qui si tratta di una giustizia che diventa una giustizia di classe, diventa una discriminazione. Io credo che invece possiamo serenamente prendere atto dell’evoluzione della legislazione e delle esigenze che via via sono emerse, e credo che con questo provvedimento facciamo un primo passo perché, anche rispetto alle lungaggini, il problema non si esaurisce certamente con questo provvedimento. Non voglio insistere, non voglio portare nella discussione opinioni personali perché, per esempio, non vedo la necessità di mantenere ancora nella legislazione italiana i due istituti della separazione e del divorzio, ma questa è un’altra cosa. Pag. 11
È un fatto però che se nell’immediato, dopo l’entrata in vigore di questa normativa, ci sarà ovviamente un carico di lavoro maggiore per un aumento delle richieste di divorzio per i tanti che si troveranno nelle condizioni di poterlo ottenere (perché sono in tanti probabilmente che avranno maturato il tempo stabilito in questa legge), sono convinta che questa legge avrà un altro effetto molto importante sulla giustizia italiana. Avrà cioè effetto deflattivo, perché eviterà tutta una serie di lungaggini, tutta una serie di tensioni sociali, che si rifletteranno anche nelle aule di giustizia, ed eviterà tutta una serie di modifiche continue dei provvedimenti provvisori a cui si è costretti durante i processi, eliminando il problema a monte della decorrenza dello scioglimento della comunione familiare, e sopratutto riducendo i tempi minimi necessari per una sentenza di divorzio. Credo che siamo nella direzione giusta. Credo soprattutto che questa scelta il Parlamento italiano (intanto la Camera dei deputati) la debba fare non in maniera ideologica, ma in maniera coraggiosa e senza quel ricorso alle facili ipocrisie che allontana dai sentimenti popolari, dai sentimenti della gente – ma non tanto dai sentimenti e dalla volontà delle persone, quanto dai problemi che si vivono sul territorio. Quindi non creiamo barriere ideologiche su questo fatto, non dividiamoci tra chi vuole un matrimonio fragile e chi lo vuole invece meno fragile. Da questo punto di vista sarebbe un falso problema. Io non voglio affatto un matrimonio fragile, voglio nel mio privato, e auspico per tutti quelli che fanno la scelta di un matrimonio, un matrimonio duraturo e felice, ma questa è altra cosa.
Oggi stiamo discutendo di un’altra vicenda, cioè di rimedi e soluzioni e di come facilitare la vita a chi questo matrimonio ideale, o semplicemente normale, non lo ha avuto, e che cerca una soluzione di vita che probabilmente si riflette anche su altre persone, perché molto spesso ad attendere le sentenze di divorzio ci sono coppie che si sono già formate e che magari hanno figli e che avrebbero anche diritto, in un uno Stato civile come l’Italia, a vedere che anche i loro problemi venissero affrontati con la dovuta sensibilità, ma anche con i tempi adeguati (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).