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COISP – Borse di sudio “Coniugi Aversa”

Lamezia Terme – Lunedì 23 gennaio 2012 – Palazzo municipale, Sala Napolitano.

Intervento di Doris Lo Moro

Io ho conosciuto Salvatore Aversa da magistrato. In quegli anni ero magistrato al tribunale di Lamezia Terme. L’ho conosciuto e l’ho avuto come teste in tantissimi processi, come ho avuto come testi e ho lavorato con tantissimi poliziotti, prima e dopo il caso Aversa. Sicuramente non sono in grado di portare testimonianza sul suo operato, se non una testimonianza personale di simpatia, di condivisione di un percorso. Di quelle cose e di quei sentimenti che possono nascere in un’aula di tribunale, quando tra un magistrato e un poliziotto o un carabiniere si rappresenta la stessa cosa.
Devo dire però che come si muore qualifica la propria vita. E una persona che muore così, non ha bisogno di essere definito. Ma io non ho nessuna difficoltà oggi, vent’anni dopo, come non ho avuto nessuna difficoltà ieri nell’imminenza dei fatti, a considerarla comunque una storia esemplare. Non m’interessa definire eroe o non eroe. Perché quando si muore così tragicamente la dimensione anche personale dell’esperienza cambia i connotati.
E la storia di Aversa ha cambiato la città non soltanto perché è morto un poliziotto che aveva avuto coraggio. Che aveva avuto il coraggio, quel coraggio che invoca Filippo Veltri nel suo bellissimo intervento, di fare chiarezza, quella chiarezza che spesso in questa città mancava e che in questa città manca. Di scrivere delle cose che evidentemente dovevano essere sottaciute. Di scrivere delle cose che sapevamo tutti, ma che nessuno voleva veramente conoscere. E questo non so se è ordinaria amministrazione . Questo è quello che dovrebbero fare tutti, ma spesso non succede.
Dicevo, la cosa che ha sconvolto la città è stata la morte della moglie. Perché, un magistrato, un poliziotto, un’appartenente alle forze dell’ordine, lo mette in conto che si può morire. E anche personalmente nella mia esperienza, nella quale ho fatto sopratutto il giudice penale, nella mia esperienza l’ho sempre messo in conto che potesse succedere qualcosa a qualcuno di noi. Il punto tragico è che il rapporto anche con Aversa quel giorno si è trasformato dal rapporto del poliziotto con la sua città, al rapporto di una famiglia vera, con tre figli, che in quel giorno viveva una giornata normale.
Perché il messaggio è che noi siamo anche persone normali. E quindi il fatto che sia stato ucciso non soltanto una bella testimonianza di come si dovrebbe fare il poliziotto. Per ucciderlo ci sarebbero state tantissime altre occasioni. Nell’orario di servizio, in un’operazione di polizia. Quante occasioni per uccidere un poliziotto. Invece si sceglie di ucciderlo con la moglie in un momento di festa.
E questo ha travolto la città e ha travolto tutti noi. Io spesso ai figli di Aversa dico che abbiamo troppe cose in comune, non voglio dire quali altre cose in comune, tanto le sappiamo tutti. Ma abbiamo in comune anche il fatto che la mia storia personale, come la storia di tanti di noi è cambiata. Perché quel giorno io non avrei mai immaginato di poter fare politica. Perché non era neanche mai stato né un mio obiettivo, né una mia particolare passione, se non da giovanissima e sopratutto nel movimento femminile.
Ma quel giorno Lamezia capì che tutti avevamo delle responsabilità. E Lamezia si ribellò. Per questo tutti i discorsi che sono stati fatti qui prima di me mi hanno fatto pensare, a partire da questo ragazzo straordinario che io non conoscevo che è Rocco Mazza. Mi fa piacere che Bocchino e i colleghi che vengono da fuori abbiano una testimonianza della Lamezia vera, della Calabria vera che è anche questa ragazza che suona l’arpa. Insomma la Lamezia vera che abbiamo qui.
Dicevo, quel giorno abbiamo capito tutti. Quello che è drammatico è quello che io ho vissuto da sindaco. Perché poi, sull’onda di quell’emozione, tanti di noi si sono lasciati dietro anche le proprie professioni e le proprie passioni, quelle coltivate. Quella che io avevo coltivato era la passione per la giustizia e la magistratura. Ho fatto tanto per diventare un magistrato. Ma poi mi sono lasciata travolgere dal senso civico, sull’onda di un’emozione che era collettiva.
Quello che è sconvolgente è che poi nel 2002 c’è stato un nuovo scioglimento del consiglio comunale. E questo è sconvolgente perché vuol dire che la chiarezza che, ribadisco, molto meritoriamente è stata invocata, in questa città fino in fondo non l’abbiamo mai voluta, non l’abbiamo mai praticata. Perché non abbiamo mai fatto i conti col fatto che bisogna essere seri e conseguenziali anche nelle cose che si fanno.
Voglio solo ricordare, perché lo ricordavo ieri sera pensando che sarei venuta a questa manifestazione, che l’ultimo consiglio comunale aperto sul caso Aversa si è tenuto nella nostra città nelle vicinanze del 4 gennaio 2001, quando poi io lasciai il comune. E lì c’era stata una testimonianza forte, bella, appassionata dell’opposizione, non della mia maggioranza, che pensava insieme a noi che avevamo invertito la rotta. Sono passati pochi giorni e pochi mesi e la politica, che spesso invochiamo come il soggetto che dovrebbe salvare, che dovrebbe cambiare, che dovrebbe condizionare anche questa nostra terra, continuò a sbagliare.
Allora io cosa ho imparato? Cosa voglio dire a Rocco Mazza? Che non basta dire alla politica di fare il proprio dovere. Che evidentemente non basta. Che la classe politica va selezionata meglio. Che bisogna fare i conti con queste storie. Che Lamezia tuttora non ha fatto i conti con queste storie.
Perché quando in una città si parla continuamente di messaggi antimafia e antiracket e non si denuncia un solo episodio estorsivo e non si trova un testimone, lo dico qui davanti al Coisp, non si può dire al poliziotto, al carabiniere, al magistrato, tu un giorno che ti fanno fuori sarai un eroe ma fai soltanto il tuo dovere. Perché questo è il messaggio.
Bisogna che la nostra società si svegli. Abbiamo bisogno di tante cose. Abbiamo molto bisogno di buona politica. Abbiamo bisogno però intanto di una società civile che decida di dire basta all’ipocrisia diffusa che è la vera malattia della Calabria e di Lamezia.

Pubblicato su “il Lametino”