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	<title>Doris Lo Moro &#187; Articoli</title>
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		<title>Storie di vita tra i profughi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 16:34:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Teresa Napoli, delegata dell’Asp, ha verificato lo stato di salute dei tredici giovani. Doris Lo Moro ha incontrato i ragazzi afghani sbarcati e ospiti al Consultorio.
Il Quotidiano, 1 settembre 2010
Presso il Consultorio familiare di Badolato, i 13 ragazzi afgani, rimasti nel centro di accoglienza di Guardavalle, hanno incontrato Teresa Napoli, delegata dal Commissario straordinario dall‘ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Teresa Napoli, delegata dell’Asp, ha verificato lo stato di salute dei tredici giovani. Doris Lo Moro ha incontrato i ragazzi afghani sbarcati e ospiti al Consultorio.</p>
<p>Il Quotidiano, 1 settembre 2010</p>
<p>Presso il Consultorio familiare di Badolato, i 13 ragazzi afgani, rimasti nel centro di accoglienza di Guardavalle, hanno incontrato Teresa Napoli, delegata dal Commissario straordinario dall‘ Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro, Gerardo Mancuso, insieme all&#8217;assistente sociale Assunta Fiorentino, per assistere dal punto di vista sanitario e psicologico gli immigrati sbarcati sulla spiaggia di Guardavalle la settimana scorsa. Mentre gli altri 40 sono stati avviati alla struttura d&#8217;accoglienza di Bari. «Il Consultorio, ha detto la Napoli, svolge un ruolo ponte tra l&#8217;ente locale e la struttura sanitaria. Il colloquio molto importante, si è reso necessario per verificare lo stato psicofisico dei minori che hanno subito violenze psicologiche e traumi lungo il viaggio in condizioni disumane. Venerdi saranno visitati nell&#8217;ospedale di Lamezia». Ieri mattina, accompagnata dal sindaco Antonio Tedesco e dall&#8217;assessore ai servizi sociali Pino Ussia, ha fatto visita al centro, l&#8217;Onorevole Doris Lo Moro, componente della Commissione Rifugiati Politici &#8211; Diritti dei Minori. «Nell&#8217;ascoltare le storie di ogni singolo ragazzo &#8211; ha dettoLoMoro -mi sono emozionata. Sono ragazzi dai 13 ai 16 anni, che aiutati dai loro familiari hanno cercato la libertà per sfuggire dalla guerra, dalle torture dalla morte. Nei loro occhi ho visto la paura, il dramma di un popolo. Ho saputo anche che un loro compagno, dopo essere stato buttato in mare dagli scafisti e morto e il suo corpo è stato recuperato da una motovedetta della Capitaneria di Porto di Soverato. Questa morte mi ha addolorato moltissimo. In Italia quando si parla di immigrati si parla in modo generico, l&#8217;unica richiesta che mi hanno fatto è stato il desiderio di vedere il corpo del loro compagno morto a soli 15 anni, e farlo trasportare nel suo paese. Mi sono complimentata per la perfetta organizzazione dell&#8217;amministrazione comunale, delle forze dell&#8217;ordine, del comandante della stazione di Guardavalle e dei suoi uomini. In commissione mi farò interprete dei loro bisogni e delle richieste fatte dal sindaco». L&#8217;assessore Ussia, ha fatto visitare alla parlamentare i locali confortevoli del centro d&#8217;accoglienza, dotati di stanze da letto, bagni, docce, sala refettorio, una sala computer, televisione. « Ci hanno chiesto &#8211; ha detto Ussia &#8211; di mettersi in contatto con i loro genitori telefonando dal comune, e l&#8217;abbiamo visti sorridere. Sono più sereni rispetto a quando sono arrivati sulla nostra spiaggia. Voglio ringraziare la gente comune, quanti si sono adoperati per offrire vestiari ed esprimere solidarietà, e vicinanza fisica». L’assessore si sta impegnando anche per momenti di svago al di fuori del centro «Li porteremo a mangiare la pizza &#8211; aggiunge &#8211; abbiamo offerto loto il gelato. Abbiamo regalato dei palloni, e giocano nel cortile. Ci hanno espresso il desiderio di assistere alla partita di Coppa Italia che si svolgerà domenica a Badolato, tra il Guardavalle e il Roccella, e cercheremo di accontentarli. Stiamo valutando anche la possibilità di portali al mare, se il mese di settembre c&#8217;è lo permette. Hanno espresso il desiderio di visitare gli studi di Telejonio, perché hanno visto il telegiornale che ha parlato del loro dramma». Il sindaco, Tedesco ha rassicurato Lo Moro che le loro condizioni fisiche sono discrete. «Abbiamo deciso &#8211; ha precisato il sindaco &#8211; di sottoporli a visti presso il reparti di malattie infettive dell&#8217;ospedale di Lamezia, anche se da una prima vista superficiale non ci dovrebbero essere problemi. Stiamo operando in sinergia con carabinieri della stazione di Guardavalle al comando del maresciallo Beltempo, con il capitano della Compagnia d dei Carabinieri i Soverato Emanuele Leuzzi, con don Angelo Comito, direttore della Caritas Diocesana che si è fatto portavoce del vescovo Mons. Ciliberti, complimentandosi del nostro impegno con Nerina Renda della Prefettura. Tanti giovani vengono a socializzare con questi sfortunati ragazzi». Drammatico il racconto<br />
che ha fatto alla Lo Moro il mediatore curdo tra sculturale Sarwar Bakatyar Hamad, che fa da interprete, anche lui attivato in Italia da 3 anni. «Sono ragazzi partiti un mese fa, hanno viaggiato molto a piedi tra le montagne, poi in macchina, e in container con barche. Lungo il viaggio qualcuno non ce l’ha fatta ed è morto. Il viaggio verso la libertà è stato pagato dai genitori che hanno venduto casa, macchina o prestati i soldi. Oggi dopo l&#8217;accoglienza sono più tranquilli, più sereni. Hanno avuto grazie al sindaco la possibilità di telefonare ai genitori. Alcuni di loro vogliono rimanere se c&#8217;è lavoro per mandare i soldi alla famiglia, altri vogliono andare in Svezia e Olanda».</p>
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		<title>Diga melito, eterna incompiuta</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 08:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giorgio Frasca &#8211; Terra 15 luglio 2010
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorgio Frasca &#8211; Terra 15 luglio 2010</p>
<p><a href='http://www.dorislomoro.it/dlm/wp-content/uploads/2010/07/TERRA_15lug101.doc'>TERRA_15lug10</a></p>
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		<title>A Messina la legge diventa “ad Rectorem”.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:37:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vito Laudadio &#8211; Il Fatto Quotidiano &#8211; 05 luglio 2010
A Messina la legge diventa “ad Rectorem”. Per rimanere a capo dell’ateneo un anno in più.
Nell&#8217;università siciliana culla del nepotismo lo Statuto è stato fatto modificare dal rettore Francesco Tomasello, già a processo per concorsi truccati
Un anno in più, ancora un anno. Per completare “la realizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vito Laudadio &#8211; Il Fatto Quotidiano &#8211; 05 luglio 2010</p>
<p>A Messina la legge diventa “ad Rectorem”. Per rimanere a capo dell’ateneo un anno in più.</p>
<p>Nell&#8217;università siciliana culla del nepotismo lo Statuto è stato fatto modificare dal rettore Francesco Tomasello, già a processo per concorsi truccati</p>
<p>Un anno in più, ancora un anno. Per completare “la realizzazione del progetto di rimodulazione della governance”. Il linguaggio è quello nobile dell’accademico, l’obiettivo è più terra terra: rimanere attaccati più a lungo alla poltrona e al potere. Succede a Messina, dove il Magnifico Rettore dell’Università, il professor Francesco Tomasello, ha chiesto e ottenuto una proroga degli incarichi di dodici mesi per sé e per i Presidi delle facoltà, tutti quasi al termine del secondo e ultimo mandato. Serviva addirittura una modifica dello Statuto e il Senato Accademico non s’è fatto pregare: due soli i voti contrari, una manciata gli astenuti.<br />
È come se Letizia Moratti facesse votare dall’assemblea comunale di Milano una legge che prolunga da cinque a sei anni il suo incarico e quello dei consiglieri. Da subito, non dalla prossima elezione. Una sorta di referendum: vuoi gestire il potere per un anno in più? sei interessato a intascare dodici mesi in più di indennità? È così che nel Paese delle leggi ad personam è arrivata una legge ad Rectorem. Un provvedimento palesemente illegittimo, secondo la parlamentare del Pd Doris Lo Moro che ha presentato un’interrogazione urgente al ministro dell’Università. La corsa è contro il tempo, prima che il dicastero della Gelmini si pronunci a favore della modifica allo Statuto dell’Ateneo peloritano.<br />
Il “verminaio”. «Un percorso ormai cominciato e che non si interromperà per nessun motivo al mondo», ha dichiarato il Rettore all’indomani del provvedimento. «Quelli che contestano queste scelte sono “i soliti noti”, che vogliono il male dell’Ateneo», sono state le sue parole contro chi, nel corpo docenti, sta provando a opporsi in tutti i modi al suo strapotere. Un discorso a metà tra Cetto La Qualunque e Totò “vasa-vasa” Cuffaro, sospeso com’è tra la Calabria e la Sicilia. Come lo stesso Ateneo, finito negli anni nel mirino della criminalità organizzata al di là dello Stretto: per gli inquirenti, il boss della ‘Ndragheta Giuseppe Morabito “U tiradrittu” era una sorta di rettore-ombra. Erano anni in cui quel “verminaio”, come lo definì l’allora vicepresidente della Commissione Antimafia Nichi Vendola, era al centro di una serie di interessi che vedevano insieme, in un comitato d’affari, politici, colletti bianchi e uomini d’onore. Così, negli anni l’Università di Messina è diventata teatro di un vero e proprio “romanzo criminale”: un docente ucciso, un altro gambizzato, altri arrestati o indagati.<br />
Un Rettore, due processi. Da Rettore, Tomasello è finito due volte sotto inchiesta. La prima, nel 2007, per aver fatto pressione su un presidente di commissione per un posto di professore associato nella sua Università. Secondo l’accusa, tutto era già stato deciso a tavolino: quel posto sarebbe dovuto andare al figlio del pro-Rettore Battesimo Macrì. Ma qualcosa va storto: «Il rettore mi ha convocato e mi ha detto che il concorso stava prendendo una direzione non auspicata in quanto non sarebbe stato dichiarato idoneo Francesco Macrì, figlio di Battesimo – ha dichiarato ai magistrati Orazio Catarsini, ex preside della Facoltà di Veterinaria -. Ciò era dovuto alle resistenze opposte da Cucinotta (presidente di commissione, ndr). Il rettore mi chiese in maniera accorata e pressante di intervenire sul Cucinotta per riferirgli che il concorso doveva andare nella direzione auspicata, in caso contrario sarebbe dovuto andare in bianco». L’inchiesta scatta nell’estate del 2007: il pro-rettore, Battesimo Macrì, viene arrestato; il Rettore Tomasello viene indagato e sospeso per due mesi dalle sue funzioni. Ora è sotto processo, insieme ad altre 22 persone con l’accusa di abuso di ufficio e tentata concussione.<br />
Una nuova interdizione, sempre per due mesi, arriverà alla fine del 2008 per altri presunti concorsi truccati: il procedimento è ora pendente davanti al Gup. Perché una cosa è certa: quello di Messina, più che ogni altro in Italia, è l’Ateneo di amici e parenti. Ci sono i figli, i fratelli, le amanti che fanno carriera. E ci sono le mogli. Come Melitta Grasso, consorte del rettore Tomasello, neurochirurgo e dirigente universitaria del Policlinico incappata, anche lei come il Magnifico marito, nelle maglie della giustizia: a fine 2008 è stata coinvolta in un’inchiesta su un appalto per la sorveglianza del Policlinico che una società di vigilanza si era aggiudicata per quasi 2 milioni di euro. Un contratto che, dopo l’avvento di un commissario straordinario, oggi costa appena 300 mila euro. Tutto durante il rettorato di suo marito, che continua a ignorare le proteste e va avanti per la sua strada: «Capisco che la nostra azione abbia dato fastidio a qualcuno, perché stiamo smantellando centri di potere». Tutti, tranne il suo.</p>
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		<title>SUL PD E IL 150° DELL’UNITA’ D’ITALIA</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 16:27:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianni Cuperlo – deputato PD
Ma un paese può finire? Può rompersi come un legno secco? Noi diciamo di No e a parole lo dicono tutti. Eppure nell’Italia di oggi la domanda non è assurda e riguarda il nostro futuro. In fondo cosa tiene insieme una nazione? Lo Stato certo, nel senso delle sue istituzioni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianni Cuperlo – deputato PD</p>
<p>Ma un paese può finire? Può rompersi come un legno secco? Noi diciamo di No e a parole lo dicono tutti. Eppure nell’Italia di oggi la domanda non è assurda e riguarda il nostro futuro. In fondo cosa tiene insieme una nazione? Lo Stato certo, nel senso delle sue istituzioni. E poi una cultura. E uno spirito di comunità, sentirsi parte di uno stesso destino. Tre elementi – istituzioni, cultura, comunità – impossibili da sciogliere. La crisi di uno può innescare spinte divaricanti, anche serie. Ma solo la crisi congiunta dei tre può condurre a una secessione. Magari “strisciante” come ha scritto Gianfranco Viesti ma non per ciò meno drammatica.</p>
<p>L’Italia che celebra il 150° della sua Unità è una realtà interamente compresa in questa domanda: se ha un senso e che senso ha il suo avvenire. Il che rende l’anniversario materia per gli storici, ma non solo. E’ la cultura italiana, e con essa la politica, che devono pronunciarsi. Il presidente Napolitano, parlando alla Scala il 25 aprile e nei giorni seguenti a Quarto e Marsala, ha scolpito quell’unità sul piano storico e del rigore costituzionale. Quello è il suo compito, ed egli dal primo giorno di mandato lo assolve in maniera impeccabile. Noi però siamo un partito. Il primo partito dell’opposizione e dunque quell’unità di fondo – strategica e irreversibile – la dobbiamo motivare sul terreno culturale e di un programma di governo che poi è il modo in dote alla politica di nominare la “missione” del paese. Dobbiamo farlo perché mai come ora un accidente storico – l’appuntamento del 2011 – si carica di segni futuri e interroga le classi dirigenti sulle proprie responsabilità. </p>
<p>L’Italia che si avvia a celebrare se stessa è bloccata. Ferma sulle gambe. Negli anni abbiamo perso dinamismo e mobilità, l’ultima crisi ha fatto il resto. Gli indicatori economici parlano. Circola meno denaro, la forbice di redditi e diseguaglianze si allarga. Perde fiducia chi dovrebbe trainare la ripresa, giovani, donne, l’impresa diffusa. Regge a fatica un welfare familiare ma i dati sulla povertà impauriscono. L’azione di governo, nell’insieme, appare desolante. La destra insegue il consenso. Rimuove la vita delle persone accantonando soluzioni necessarie e rifugiandosi nel mito di un federalismo fiscale privo a tutt’oggi di criteri e parametri di merito. Per loro la ricetta è banale, i tributi restino dove si pagano e ne godranno tutti: il Nord tartassato, il Sud degli sprechi e uno Stato più parco. Balle, ma dette a reti unificate. Dietro la propaganda comunque c’è altro. C’è il virus di una secessione degli animi. Qualcosa in grado di anticiparne altre, nelle regole, nei principi, nella forma stessa dello Stato. Un’opera tutt’altro che rozza transitata dal modo di concepire materie sensibili, il patto fiscale, la sicurezza, le identità dei territori. Da lì, a scendere, lo sfregio delle regole, un Parlamento svuotato di funzioni fino al conflitto irresponsabile verso le istituzioni di garanzia. L’obiettivo? Rompere la struttura del paese con un racconto dell’Italia dove via via evaporava l’intera nostra storia e tradizione democratica. Non una piccola cosa, e il tentativo continua.</p>
<p>Poi ci siamo noi. Un partito giovane e non senza i malanni che turbano la crescita. Ma una forza che sta in campo per reagire alla frana possibile di tre capisaldi: Democrazia, Economia e Cultura. Perché questo è oggi il tema. Noi non barcolliamo solo per una transizione istituzionale infinita. E neppure esclusivamente per una crescita bloccata o un consumo culturale appiattito. Noi da anni sbandiamo per l’intreccio di questi tre elementi ed è la loro relazione a impoverire l’insieme della trama civile e della tenuta unitaria del Paese. Diciamo che uno appresso all’altro si sono colpiti i bastioni dell’unità. Che erano valori costituzionali, ma anche linguaggi e persino quel pudore del dire che avrebbe impedito, vent’anni fa, di mescolare in una questione di mensa un illecito amministrativo, la mancata rata, con uno sbrego civile, la mancata razione. Il primo compito, quindi, è gravoso ma decisivo. Ricongiungere le trame della crisi: tenere insieme cultura, economia e democrazia, in un disegno che esige da noi qualcosa di più di un programma di cose da fare. Esige un vocabolario. Una gerarchia di forze da rappresentare e spingere sulla scena. Esige, sopra ogni altra cosa, un’idea del paese frontalmente opposta all’immagine che la destra ha adottato per sé. </p>
<p>E qui si colloca il 150°. Per noi vuol dire indicare una via d’uscita per quella crisi che al fondo segna il venir meno di un’idea di nazione. Al centro non c’è la bega quotidiana tra “noi” e “loro”. Al centro c’è una questione drammatica: la presa d’atto che un modello di Unità è incrinato nelle sue fondamenta. Parliamo della nostra funzione nel mondo e del ruolo che avremo nella nuova divisione internazionale del lavoro. Della convenienza a rimanere compresi in uno stesso organismo statuale contrastando spinte poderose a “fare da soli”, nell’idea di una salvezza dei singoli: territori imprese individui. Di questo vogliamo discutere. Di alcuni titoli che paiono rimossi dall’agenda pubblica ma dai quali dipende la sorte di tutti. </p>
<p>E allora: cosa siamo destinati a diventare nel tempo nuovo? Nell’Europa allargata e nel mondo globale? Che accadrà dopo esser stati per decenni nel salotto buono quando con gentilezza ci verrà indicata la porta d’uscita? E ancora: qual è oggi l’identità del paese nel giudizio che offre di sé? E quali i valori civili condivisi nel formarsi di un’opinione pubblica che poi è tanta parte del modo di pensare di una comunità. Insomma dove si forma a questo punto della storia la coscienza civile che sola è in grado di rianimare un interesse generale saldando i destini dei singoli al benessere degli altri? E infine: quale legame c’è tra il nuovo populismo e la caduta verticale del prestigio politico? Che poi è un modo di interrogarsi sulla natura del potere oggi. Sui caratteri della democrazia italiana nella seconda Repubblica. </p>
<p>Di questo vogliamo discutere, a partire da un primo seminario sul ruolo dell’Italia nella nuova scena internazionale che terremo a Roma il prossimo 26 di giugno. Vogliamo farlo in modo aperto, scavando più di quanto si è fatto sin qui. Sapendo che ci sono moltissime persone, interessi aggregati, gente perbene che aspetta da noi – da un partito nuovo – un racconto del tempo a venire meno paludato o timoroso di deludere qualcuno. In questo senso non mi pare che siamo senza parole. Le abbiamo. E anche belle, a partire da quel binomio – uguaglianza e libertà – che dovremmo ripensare un miliardo di volte ma non dimenticare mai, perché è la nostra essenza. Ma quelle parole vanno motivate senza timori. A partire dal recupero di un senso per la storia lunga che sta alle nostre spalle e che, fuori dalla ritualità, può aiutarci a capire meglio la storia che abbiamo davanti. Pensiamoci. Il 2011 è domani. Può ridursi a un anniversario oppure diventare l’occasione per un altro passo. </p>
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		<title>IL COLORE GRIGIO DELLA CALABRIA</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 09:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono molto preoccupata per la Calabria. Sono molto più preoccupata oggi di quanto lo fossi nella primavera del 2005, alla vigilia della competizione elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale.
Sono passati cinque anni in cui si sono prodotte sicuramente cose positive (poche ma alcune importanti) ma non si è riusciti a invertire la rotta e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono molto preoccupata per la Calabria. Sono molto più preoccupata oggi di quanto lo fossi nella primavera del 2005, alla vigilia della competizione elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale.<br />
Sono passati cinque anni in cui si sono prodotte sicuramente cose positive (poche ma alcune importanti) ma non si è riusciti a invertire la rotta e la Calabria è rimasta ultima in tante cose, guadagnando il primo posto per la pericolosità della ‘ndrangheta e per la percentuale di giovani laureati che la lasciano annualmente, riuscendo molto spesso a diventare classe dirigente altrove.<br />
La nostra regione è una terra luminosa ma a ben vedere il colore che prevale nelle società calabrese è il grigio. Quale altro colore si potrebbe attribuire ad una società piegata su se stessa, in cui è senso comune che non può cambiare nulla e che chi ha potere e ne abusa prevale sempre? Quale altro colore è adatto per descrivere un ceto politico preoccupato non di guadagnarsi il rispetto della gente ma di accaparrarsene il voto, interessato non alla qualità e alla consapevolezza del consenso ma alla quantità ed ai pacchetti di voti? E non è il grigio il colore più adatto per descrivere l’atteggiamento dei tanti professionisti che si comportano come accattoni, mettendo a disposizione dei potenti le loro menti illuminate purché ricambiati con un piatto di lenticchie? Il grigio è il colore della zona di confine in cui si finge di non sapere che si convive con la ‘ndrangheta, in cui si esibiscono certificati penali immacolati, girando le spalle al sangue rosso dei morti ammazzati, al nero delle minacce e delle intimidazioni quotidiane, al sorriso spento di chi non crede più in nulla e rinuncia anche a capire.<br />
Ma chi può salvare la Calabria? Forse i giovani potrebbero farcela se potessero mettersi al timone di una barca senza equipaggio. Forse potrebbe dare una mano una maggiore presenza femminile nei luoghi delle decisioni. Ma non c’è più tempo per sognare. Bisognerebbe capire cosa fare adesso e cominciare a pretendere da tutti il rispetto delle regole, per scardinare un sistema che si riproduce proprio perché senza regole.<br />
Una regola di buon senso è che chi non ce l’ha fatta non  può essere riproposto. In Calabria non si tratta infatti di garantire una seconda chance al politico di turno, sia che si tratti di un presidente di Regione, di  Provincia o di un sindaco. Il problema è garantire una possibilità di miglioramento alle nostre comunità. E non c’è dubbio che offre migliori garanzie chi non ha già alle spalle un insuccesso se non un fallimento.<br />
Un’altra regola di buon senso è che non bisogna delegare alla magistratura il ricambio del ceto dirigente calabrese. L’impunità nella nostra regione è pressoché assoluta; gli omicidi che insanguinano le nostre strade rimangono in gran parte impuniti; le intimidazioni e le minacce ad imprenditori ed amministratori guadagnano al massimo qualche riga nella cronaca giornalistica e, sul piano giudiziario, non fanno che incrementare i fascicoli contro ignoti. La bomba a Reggio è stata spiegata come una reazione contro un cambiamento di rotta della locale Procura, dando per scontato che fosse accettabile e normale che le cose prima andassero diversamente. I processi avviati che arrivano a condanne definitive sono una percentuale irrilevante, specie quando si tratta di reati di mafia o di reati contro la pubblica amministrazione. E allora, può rassicurare qualcuno il fatto che i politici siano eventualmente incensurati? Non dovrebbe essere più importante che siano rispettabili? A dare troppa importanza alle vicende processuali può succedere che l’amministratore e il politico abile, che occupa la zona di confine, risulti candidabile anche quando tutti sanno di che pasta è fatto. E’ troppo chiedere ad un amministratore ed ad un politico di essere riconosciuto dagli altri come una persona di specchiata moralità? Eppure la stessa Costituzione pretende che chi svolge funzioni pubbliche le adempia “con disciplina ed onore”.<br />
Passando a regole codificate, per le quali non serve fare riferimento al buon senso ed al senso comune, se nello Statuto di un partito è previsto che non si può svolgere un incarico istituzionale oltre un certo numero di mandati, è lecito che questa regola possa essere derogata, non per meriti particolari ma per un accordo tra potenti finalizzato a rendere inamovibile la casta che occupa da decenni le istituzioni calabresi? Ed è possibile sostituire ai politici non candidabili per motivi giudiziari altri soggetti, riconoscendo ai primi una legittimazione a rivestire ruoli istituzionali per interposta persona?<br />
Nella città in cui vivo, il presidente del consiglio comunale è stato condannato di recente nel processo “Onorata sanità” per reati che avrebbe commesso in una precedente esperienza amministrativa. Nessuno ha detto una parola sul punto. Eppure si tratta di un consigliere comunale che con il suo voto ha garantito la maggioranza al sindaco di centrosinistra di una città che ha alle spalle due scioglimenti per mafia!<br />
Ma se il degrado della politica è tale che non si registra nessuna reazione neanche davanti ai fatti più eclatanti e si assiste a cambi di casacca da una parte all’altra, ci si può meravigliare in Calabria del fatto che la stessa comunità contraddice con i fatti i valori che, a parole, riconosce, come è successo a Rosarno?<br />
In Calabria serve una presa di coscienza collettiva sulla gravità della situazione. Certo la scelta dei candidati alla Presidenza è importante ma è fondamentale anche il contesto, sono importanti le liste, sono importanti i programmi, è importante un atteggiamento di maggiore vigilanza.<br />
Si salverà la Calabria? Un giornalista che stimo, dopo aver letto la mia nota di solidarietà a Callipo per le minacce subite, mi ha mandato un messaggio “E’ tutto inutile, le elezioni di marzo saranno il funerale della Calabria”. Ho sofferto nel riceverlo perché anch’io sento che la situazione è veramente difficile. Ma non intendo né morire né vedere morire la speranza senza oppormi. E’ per questo che rimango ostinatamente ottimista ed operosa.<br />
Intanto, per fare i conti in tempi di pace con la mia coscienza, so di poter dire che dovessi un giorno trovarmi a dover scegliere tra il futuro della Calabria e le cose che mi sono care, a partire dall’appartenenza al PD nel quale ho sempre creduto, non ho dubbi sul fatto che sceglierei la Calabria.<br />
Forse è il momento per noi calabresi di rinunciare a qualche piatto di lenticchie e pagare qualche prezzo ma di garantirsi con le proprie scelte libere un futuro dignitoso per la propria terra, per se stessi e per i propri figli. E’ o no la dignità una qualità con cui si misura una persona e una comunità? Dobbiamo tornare ad essere tutti meno rassegnati, più capaci di indignazione e di impegno e più dignitosi.<br />
Doris Lo Moro</p>
<p>“Il Quotidiano della Calabria” &#8211; domenica 7 febbraio &#8211; pag. 1-23</p>
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		<title>Legautonomie &#8211; &#8220;La debolezza del sistema calabrese&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 09:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo di Doris Lo Moro
La prima considerazione che si fa quando si parla del Mezzogiorno è che il vero problema è la sua classe dirigente.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo di Doris Lo Moro</p>
<p>La prima considerazione che si fa quando si parla del Mezzogiorno è che il vero problema è la sua classe dirigente.<br />
E questo, se vale per il Sud, non può non valere per la Calabria, regione in cui, anche solo negli ultimi tempi, hanno dato pessima prova di sé non solo politici dei diversi schieramenti ma rappresentanti dell&#8217;intero ceto dirigente, inclusi imprenditori, magistrati e uomini di Chiesa.<br />
Se però l&#8217;inadeguatezza della classe dirigente ostacola la ripresa ed è certamente alla base del tempo perso e delle tanti occasioni mancate, il problema meridionale e calabrese non può essere ricondotto solo a distorsioni di carattere soggettivo e va invece guardato nella sua configurazione oggettiva, sapendo che comunque ogni credibile prospettiva di cambiamento deve essere governata da una nuova classe dirigente. E’ infatti difficile che le innovazioni di fondo vengano guidate da chi ha prosperato nel vecchio sistema.<br />
Alcuni dei punti di debolezza del sistema calabrese emergono dall’analisi dei nodi strutturali di una regione fortemente dipendente dalla spesa pubblica che incide sul PIL regionale per una percentuale elevatissima (74,6% nel 2006, ultimo dato disponibile); altri sono riferibili a difficoltà di tipo istituzionale ed organizzativo; altri ancora sono da collegare alla dilagante disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e alla scarsa capacità reattiva della società civile.<br />
Non si pretende in un breve scritto di analizzare tutti gli aspetti del problema; si vuole sostenere che occorre agire su più fronti e che spesso, sul fronte istituzionale, nonostante il federalismo fiscale incombente, occorre un forte raccordo tra le scelte della Regione, del governo nazionale e delle autonomie locali, per evitare che, muovendosi in direzioni diverse, gli sforzi degli uni depotenzino anziché rafforzare gli sforzi degli altri soggetti, cosa che avviene quando, per esempio, la selezione delle opere strategiche da parte dello Stato non coincide con la valutazione del livello regionale (è così per il ponte sullo Stretto) o quando i ritardi nella programmazione regionale depotenziano le politiche sociali dei livelli comunali e zonali, con ciò delegittimando fortemente gli amministratori locali che sono i referenti immediati dei cittadini.<br />
Si esce dalla situazione di stallo in cui versa la Calabria, che nei fatti comporta un continuo arretramento perché il mondo intorno cambia e va avanti, solo sviluppando sinergie perché su temi assai rilevanti le responsabilità di più soggetti (istituzionali e non) sono magari diseguali ma necessariamente congiunte.<br />
Partendo dai dati relativi al contesto territoriale ed ambientale, appare come una priorità inderogabile la realizzazione od il potenziamento di infrastrutture di valenza sovraregionale, capaci di rompere l’isolamento e inserire la Calabria in un contesto più ampio. La situazione calabrese e meridionale, che si coglie anche solo viaggiando per la penisola, incide in maniera significativa sul ritardo infrastrutturale dell’Italia rispetto agli altri paesi occidentali. Affrontare il problema, facendo esattamente l’opposto di quello che sta facendo il Governo nazionale con lo scippo dei fondi FAS, contribuirebbe a ridurre il divario tra il Nord e il Sud, con riflessi sulla competitività complessiva del paese.<br />
In tale direzione, la realizzazione di infrastrutture viarie a rapida percorrenza, l&#8217;alta velocità, il potenziamento del sistema aeroportuale, con una chiara definizione di funzioni dei singoli aeroporti calabresi, il potenziamento di una rete di porti turistici e commerciali, la realizzazione di un adeguato sistema di scambio e smistamento merci intorno al porto di Gioia Tauro, avrebbero sicuramente una ricaduta fondamentale sul contesto regionale ma andrebbero valutate e realizzate in un&#8217;ottica nazionale, valorizzando la centralità del meridione d’Italia nell’area del Mediterraneo.<br />
Il gap infrastrutturale calabrese, sicuramente accentuato rispetto alle regioni del Centro e soprattutto del Nord, è una responsabilità del sistema Paese e non solo per un problema di risorse ma soprattutto per la necessità di inquadrarlo nelle prospettive e nella direzione di sviluppo nazionale.<br />
Questo non significa che nel settore infrastrutturale non ci siano ritardi e competenze marcatamente regionali. Non c&#8217;è dubbio però che anche i problemi di tipo locale diventerebbero più affrontabili, soprattutto sul piano finanziario, in un contesto progettuale più ampio. Rinnovare i treni a percorrenza regionale diventa un’operazione meno complessa a fronte di una rete ferroviaria attrezzata per l’alta velocità. E così via.<br />
Nell’ottica sopra delineata, sarebbe importante verificare se il ponte sullo Stretto, individuato come opera strategica dal Governo, corrisponda ad una vera priorità per le regioni che dovrebbe collegare in maniera veloce. Le carenze infrastrutturali gravissime sia della Calabria che della Sicilia, infatti, sembrerebbero suggerire la necessità di adeguare innanzitutto, o almeno contestualmente, la situazione interna delle due regioni, con impiego di risorse di minore entità. Senza trascurare che una scelta del genere oltre che potenziare sul piano logistico le prospettive di sviluppo delle due regioni, comporterebbe un miglioramento delle condizioni di vita dei residenti ed accrescerebbe l’attrattività dei territori che hanno forte bisogno di aumentare la loro capacità di produzione, con investimenti locali ma anche con delocalizzazioni di aziende del Nord ed estere.<br />
La nostra Regione è frequentemente ingolfata da problemi di carattere amministrativo e gestionale. La distinzione tra politica e gestione, soprattutto in alcuni settori, è ancora una lontana prospettiva e molti dei provvedimenti assunti dal Consiglio Regionale hanno carattere amministrativo e gestionale anche quando assumono formalmente veste legislativa. E’ capitato in Calabria ed in parte può ancora capitare di trovarsi di fronte ad atti del Consiglio che prorogano contratti o definiscono tariffe ma anche di leggere delibere di Giunta con cui si riconosce un contributo a singoli soggetti in difficoltà. Parimenti può succedere che somme anche rilevanti rimangano accantonate in settori delicati come le politiche sociali, per la mancata definizione di atti di programmazione regionale e trasferimento di risorse.<br />
Sono le difficoltà di una Regione in ritardo di sviluppo in cui la politica, alla continua ricerca di consenso elettorale, non rinuncia alla gestione per rafforzare, con sistemi palesemente clientelari, il suo potere e rigenerare la sua forza.<br />
E’ anche la Regione che non ha alle spalle la storia dei Comuni ma ha maturato una forte propensione al campanile, consacrata nella collocazione del Consiglio Regionale e della Giunta in due diverse città, a distanza di oltre 150 Km., quasi ad accentuare le difficoltà che ci sono ovunque nei rapporti tra l’Esecutivo e l’assemblea legislativa.<br />
Un settore assai delicato in cui, aldilà degli atti formali che molte volte rispettano le competenze, si registra un’invasione di campo della politica in compiti di tipo gestionale è quello della sanità.<br />
Si tratta di un campo di particolare importanza che, per un verso, incide in maniera assai significativa sulle condizioni di vita e sul livello di benessere della popolazione residente e, per un altro, assorbe parte assai considerevole del bilancio regionale. Alla sanità sul bilancio regionale 2009 risultano destinati 3.756 miliardi di euro, pari ad oltre il 70% dei fondi complessivi (con esclusione dei fondi europei).<br />
In realtà i fondi della sanità sono fondi dedicati, che vengono erogati dallo Stato per il finanziamento dei livelli essenziali di assistenza (i cosiddetti LEA). La scarsità delle risorse di bilancio ha però prodotto nella nostra regione una prassi secondo cui, almeno negli anni passati, si finiva per finanziare con i fondi della sanità, in sé sottostimati, spese non strettamente sanitarie, come, per esempio, la quota di competenza delle politiche sociali delle residenze sanitarie per anziani.<br />
Aldilà delle prassi sbagliate da correggere, resta il nodo principale che la sanità in definitiva rappresenta il maggior centro di spesa pubblica di livello regionale e, al tempo stesso, la maggiore fonte di occupazione e reddito (circa 23.500 dipendenti e qualche migliaio di precari nel comparto della sanità pubblica, circa 10.000 unità nel privato finanziato con fondi sanitari, circa 1.000 medici di guardia medica e 3.000 tra medici di base, pediatri e medici di continuità assistenziale, oltre all’indotto nel settore dei servizi e delle forniture).<br />
Formalmente la politica è chiamata a esercitare solo funzioni di pianificazione e di controllo. Della sanità si occupano sul piano operativo e gestionale le aziende sanitarie e le aziende ospedaliere, al cui vertice è collocato un direttore generale nominato dalla Giunta Regionale.<br />
E’ proprio questo uno dei punti più critici del sistema. Il rapporto fiduciario tra manager e politica ha comportato una confusione dei ruoli, con propensione della politica a indirizzare e condizionare l’attività di gestione e dei managers di assecondare i desiderata dei politici, deresponsabilizzandosi nelle scelte e privilegiando metodi clientelari, con l’obiettivo di mantenersi organici al sistema. Questo rapporto perverso ha prodotto scelte sbagliate nelle nomine dei responsabili dei reparti ospedalieri e territoriali, favoriti per i loro rapporti con politici e/o manager; assunzioni di personale al di fuori di ogni programmazione o come si dice in deroga, con un appesantimento delle spese fisse delle aziende; acquisti e appalti orientati più ad avvantaggiare fornitori e imprese che a soddisfare esigenze reali. Il sistema clientelare che produce danni in tutti i settori ha prodotto nella sanità duplicazioni, sprechi, carenza di servizi e malasanità.<br />
Non basta intervenire solo su questo punto ma sembra fondamentale regolamentare diversamente la nomina dei managers sanitari per allontanare la politica dalla gestione e responsabilizzare gli apici aziendali e la burocrazia che sanno bene che non possono essere chiamati a pagare, se non dalla Corte dei Conti o per responsabilità penali, per comportamenti voluti o comunque accettati da un sistema clientelare condizionato e mantenuto soprattutto dalla politica.<br />
Sarebbe semplicistico affermare, davanti alle difficoltà che presenta il sistema sanitario calabrese, che un diverso metodo di selezione del management aziendale comporti la soluzione dei problemi. E però non sembra che l’aspirazione a una sanità normale possa essere garantita dal sistema attuale che ha bisogno nell’immediato di una terapia d’urto ma ha anche necessità, in un’ottica di medio periodo, di personale e manager competenti, selezionati per i risultati ottenuti e per le capacità dimostrate sul campo e capaci di rendere stabili i risultati positivi raggiunti nell’amministrazione, anche a prescindere da chi governa.<br />
Naturalmente la sanità è uno, ma non il solo, campo in cui bisogna cominciare a operare una netta distinzione tra politica e gestione. Se vi faccio riferimento è per la rilevanza del settore, dichiaratamente in crisi, ed anche per la conoscenza dei problemi maturata nel periodo trascorso alla guida dell’assessorato regionale alla tutela della salute.<br />
In definitiva, nel settore sopra considerato come in altri settori, in cui il problema della distinzione tra politica e gestione assume rilevanza, intervenire per correggere meccanismi di nomina fiduciaria che si sono dimostrati inadeguati aiuterebbe ad impedire che i problemi, che sono tanti e reali, siano e appaiano di tipo comportamentale e soggettivo e a potenziare la capacità della politica di affrontarli in termini generali e di programmazione, senza interferenze di tipo personalistico. Sulla base delle stesse osservazioni dovrebbe probabilmente essere verificata la normativa che prevede la scelta fiduciaria dei segretari comunali. Anche nel dibattito parlamentare, infatti, emerge la tendenza della politica, ed in particolare del gruppo della Lega Nord, a dequalificare tale figura a tutto vantaggio del Sindaco, sul presupposto che il voto popolare lo investa della responsabilità ma anche del potere di gestione e che il segretario comunale sia un burocrate da tenere a bada e non un professionista con compiti e ruolo di grande responsabilità.<br />
Spesso si individua nella cosiddetta “fuga dei cervelli” uno dei fenomeni che penalizzano il Meridione.<br />
Il problema posto in tali termini è un problema nazionale che trova la sua origine soprattutto nello scarso finanziamento della ricerca e nella carenza di postazioni particolarmente innovative.<br />
Io non sono tra quanti sostengono che i migliori vanno via dalla Calabria. Anzi mi sono trovata ad affermare che, specie per chi avrebbe occasione di trasferirsi altrove, il vero merito è quello di restare, accettando di misurarsi con un contesto ambientale sfavorevole sul piano della qualità occupazionale, appesantito dall’insicurezza che si respira per la presenza massiccia di una criminalità organizzata sanguinaria e potente.<br />
Non voglio insistere su questa opinione, sapendo che la tesi più diffusa è accreditata dai ruoli di grande responsabilità che tanti calabresi guadagnano lontano dalla loro terra.<br />
C’è un dato però da cui non si può prescindere. La massiccia emigrazione di giovani che si registra in Calabria e più in generale nelle regioni meridionali non può che riflettersi negativamente sui meccanismi di crescita e sulla qualità della classe dirigente. Il problema vero, infatti, non è che vanno via i “cervelli” ma che vanno via in tanti.<br />
Mentre la Calabria vede aumentare il numero degli iscritti all’Università (90.000 nell’anno accademico 2007-2008) e dei laureati (il 49,2% dei giovani di 25 anni, una percentuale superiore a quella del Centro-Nord del 45,1%) aumentano nella regione anche i problemi occupazionali e il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 32% (a fronte della media del Centro-Nord del 13,7%). Migliaia di giovani lasciano la Calabria ogni anno. Giovani su cui le famiglie e le istituzioni scolastiche hanno investito per anni si spostano arricchendo il capitale umano di altre regioni. Mentre le regioni del Centro-Nord mettono a frutto le capacità dei nostri concittadini che si guadagnano altrove ruoli di responsabilità, reggendo le sorti di scuole, università, tribunali ed ospedali, la Calabria perde energie e importa anziché produrre, accrescendo la sua dipendenza e la sua arretratezza.<br />
Se si spostano in migliaia non si può rispondere con progetti elitari, che “salvano” qualche centinaio di giovani senza affrontare il problema nella sua consistenza e gravità. Sono ovviamente possibili soluzioni realistiche e parziali ma serve un obiettivo anche di medio periodo molto più ambizioso che costruisca la possibilità di scegliere se restare (come avviene nelle regioni più sviluppate) e restituisca la vitalità del capitale giovanile alla regione di appartenenza.<br />
Per i giovani come per le donne è necessario fare massa critica. Il dato quantitativo è assai rilevante e incide sul risultato in maniera decisiva. E questo vale per tutti i campi, a partire dalla politica. Come può succedere che le stesse persone mantengano il ruolo di consigliere regionale per quattro o cinque legislature se non perché non c’è una sufficiente spinta al ricambio che può essere determinata dal numero di persone e di giovani che dimostrano interesse prima che dalle loro qualità soggettive.<br />
Individuato l’obiettivo (capitalizzare la presenza sul territorio di capitale umano giovanile, formato sul piano scolastico e numeroso), attrezzarsi sul piano programmatico è una responsabilità dei livelli politici ed istituzionali, delle Università, che devono, come in parte tendono a fare, prendersi carico progettualmente dei propri laureati, delle associazioni di categoria e delle stesse forze sindacali, della società nel suo complesso che deve recuperare una capacità di reazione e responsabilizzarsi. Anche qui serve un lavoro sinergico che veda coinvolto il mondo della conoscenza, le istituzioni e il mondo della produzione e dei servizi.<br />
L’alta percentuale di disoccupazione giovanile letta come disponibilità di ingenti energie qualificate ed innovative può diventare da punto di debolezza un punto di forza e rendere credibile lo stesso obiettivo del ricambio, anche generazionale, della classe dirigente. E un discorso analogo può valere per le donne.<br />
Una maggiore spinta al cambiamento dovrebbe venire dalla società civile che in Calabria sembra meno reattiva che in altre regioni altrettanto destrutturate e condizionate dalla presenza di una forte criminalità organizzata (il pensiero va, per esempio, alla Sicilia).<br />
Una società debole è funzionale ad un ceto politico clientelare che tende a creare dipendenza e a non lasciare margini di autonomia. La fragilità della comunità si mostra anche sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata. Si rimane inermi davanti alla cronaca giornaliera che sembra un bollettino di guerra. E intanto la ‘ndrangheta allunga le mani sulle istituzioni e si moltiplicano gli attentati ad amministratori e gli scioglimenti di consigli comunali per mafia mentre i latitanti si possono permettere di restare invisibili nei paesi di residenza, come si scopre quando le forze dell’ordine riescono a scovarli.<br />
Fenomeni reattivi di una certa consistenza si sono registrati nel mondo giovanile dopo l’omicidio Fortugno. Prima i cd. ragazzi di Locri, poi altri giovani protagonisti di manifestazioni di massa a Vibo e Lamezia. Un fenomeno esaltato anche dai mass-media che ha fatto apprezzare la Calabria in tutta Italia. Ai giovani calabresi è stata dedicata molta attenzione da parte del Presidente della Repubblica in occasione della sua visita. E’ emerso con chiarezza un desiderio di riscatto dei protagonisti di questo risveglio cui ha fatto seguito qualche tentativo di strumentalizzazione da parte della politica nostrana e poi tutto è sembrato tornare più o meno come prima.<br />
La scarsa reazione del mondo degli adulti ha contribuito ad archiviare questa protesta mentre il flusso dei giovani verso altri luoghi continua e sfilaccia relazioni e speranze di chi viaggiando su internet si è sentito europeo prima di imboccare la strada già battuta da tanti altri dell’emigrazione. L’entusiasmo giovanile e la carica di energia vengono travolti dall’inattività o portati altrove e la società consolida la sua fragilità ma non per questo diventa meno responsabile del fatto che non fa la sua parte.<br />
Un quadro parziale ma fortemente critico che non deve però scoraggiare. L’immagine della Calabria all’esterno è oggi assai compromessa ma noi sappiamo di avere dalla nostra parte tanti punti di forza e che dobbiamo contrastare il tentativo in atto di utilizzare in maniera cinica e contro la Calabria e il Sud il tema dell’inadeguatezza della classe dirigente.<br />
La gravità della situazione è un dato conclamato e richiede una forte assunzione di responsabilità e piena discontinuità. Lo sanno tutti i calabresi, compreso il ceto dirigente che ha determinato la situazione attuale e tenta di riciclarsi. Ma per respingere le resistenze che sono forti e diffuse bisogna essere in tanti, soprattutto i giovani, per fare massa critica e garantire la selezione di un gruppo dirigente fresco e capace di guidare il cambiamento.<br />
Occorre contestualmente misurarsi con i problemi oggettivi che comprimono le potenzialità della Calabria. Tra tutti il più grave è quello del contrasto alla criminalità organizzata che è il problema dei problemi e merita uno specifico approfondimento.<br />
E’ per questo, per un’esigenza di concretezza e di competenza, che è necessario alimentare una diffusa partecipazione alla selezione degli obiettivi che rafforzi la consapevolezza e la capacità dei soggetti responsabili di decidere e di operare velocemente.<br />
Io ho scelto di vivere in Calabria e non voglio cambiare idea perché mi piace troppo, malgrado tutto. Forse per questo penso che riusciremo meglio se ci mettiamo anche un po’ di amore.</p>
<p>Doris Lo Moro – parlamentare PD</p>
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