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	<title>Doris Lo Moro &#187; Articoli</title>
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		<title>Inchiesta sulle donne testimoni di giustizia nella ‘ndrangheta</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:52:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le donne testimoni di giustizia nella ‘ndrangheta: una novità nel panorama delle collaborazioni nella malavita organizzata. I casi di suicidio. Il ruolo dello stato nel sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori.
Morire ingoiando acido muriatico. I minuti sono pochi per sentire i tessuti della pelle che si accasciano intorno ad un cuore già spezzato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le donne testimoni di giustizia nella ‘ndrangheta: una novità nel panorama delle collaborazioni nella malavita organizzata. I casi di suicidio. Il ruolo dello stato nel sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori.</p>
<p>Morire ingoiando acido muriatico. I minuti sono pochi per sentire i tessuti della pelle che si accasciano intorno ad un cuore già spezzato dalla fatica di non poter scegliere della propria vita. Pochi minuti per rivedere la propria esistenza fatta di privazioni, di acconsentire al dolore, alla scia di sangue che sporca la propria casa anche se fatta di marmi di prima qualità o di piscine a tre livelli e di serate innaffiate da champagne di duemila euro a bottiglia. Poi però c’è il pavimento da pulire dal sangue, le mura della propria anima da scrostare dalle maledizioni della propria famiglia. Pochi minuti bastano per morire bruciati dall’acido muriatico e una vita per decidere di essere liberi. Maria Concetta Cacciola moglie, figlia, nipote dei boss della ‘ndrangheta di Rosarno si è uccisa così, forse indotta dalla condizione in cui si trovava, forse dagli obblighi del ruolo da cui non si poteva sottrarre. Una donna di ‘drangheta. Cresciuta a pane e malaffare, spaccio di droga, omicidi, sangue. Decide di sottrarsi a tutto questo e di raccontare la propria ’ndrina ai magistrati della Dda di Reggio iniziando il percorso del testimone di giustizia. La stessa decisione presa da Tita Buccafusca moglie di Pantaleone Mancuso boss della ‘ndangheta del vibonese, anche lei decisa a uscire dall’inferno collaborando con i magistrati. Anche lei ha pensato all’acido solforico per uccidersi. E la sua morte, inascoltata, ha finito per riempire con due righe d’inchiostro i verbali dei magistrati di Reggio di fine collaborazione per suicidio. Un altro caso più eclatante e terribile è stato quello di Lea Garofalo, della quale si celebra in questi giorni il processo contro il marito Cosco. Rapita nel centro di Milano, uccisa in un capannone e poi sciolta in cinquanta litri di acido in un terreno vicino Monza. Nel nord ricco e inquinato dalla mano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente e ricca con diramazioni in Europa, Nord America, Canada e Australia in contatto costante con la “casa madre reggina”. La Lombardia è un vero e proprio feudo che è in parte indipendente, ma che mantiene rapporti stretti e dalla quale dipende per le scelte strategiche.<br />
DONNE DI ‘NDRANGHETA. LA PRIMA “CAPA” NEI CASALESI<br />
Chi sono oggi le donne della criminalità organizzata, cosa sono diventate, hanno un ruolo attivo, lo hanno mai avuto?<br />
Le donne nell’organizzazione tradizionale, dei casalesi o della ‘ndrangheta ionica più tradizionali rispetto a quella tirrenica o a quelle del napoletano considerate più “cittadine” non hanno mai contato granché. Hanno avuto sempre quel ruolo molto ancillare che al massimo poteva tradursi in un favoreggiamento e non sono mai state rese troppo partecipi della vita dell’organizzazione, degli affari e dei soldi, né mai hanno chiesto di partecipare perché hanno sempre accettato il ruolo di mogli, madri. Infatti le collaboratrici di giustizia nel mondo casalese sono le amanti, le compagne. Un esempio è Angela Barra, la compagna di Francesco Bidognetti (anni ’90), e più di recente la Carrino, ugualmente compagna dell’altro Domenico Bidognetti. Secondo il Sostituto Procuratore della Dna, Carlo Caponcello:“La mia esperienza trentennale mi fa pensare alle donne come le grandi assenti dai processi. Anche se il codice etico delle organizzazioni, che non ne prevede la presenza, è un tabù superato. Infatti le donne partecipano agli affari da quando è aumentato il potere economico delle cosche&#8221;.<br />
Il motivo del grande vuoto nelle collaborazioni femminili di questi anni è da ricercare anche nel fatto che la ‘ndrina è la famiglia, è un legame di sangue, potente. Le donne e il loro rapporto ancestrale con i congiunti, fratelli, padri, mariti è evidentemente un elemento imprescindibile dal quale non ci si può sottrarre per comprendere il motivo dell’eccezionalità delle collaborazioni degli ultimi anni. Le ipotesi sulle motivazioni possono essere diverse: “le donne  che si pentono sono donne bistrattate”, secondo Caponcello, “non hanno potuto esercitare quel ruolo, che per esempio nella famiglia siciliana, è molto più forte: il ruolo matriarcale, mentre in Calabria il ruolo matriarcale è meno riconosciuto, e poi un&#8217;evoluzione di tipo culturale, la possibilità di informarsi per dare ai propri figli una vita diversa”. Resta comunque un fatto episodico.<br />
Ma Giuseppina Pesce, appartenente ad una delle cosche più ricche e potenti di Rosarno, è un esempio importante. Arrestata nell’ambito del procedimento “All inside”, decide di passare dalla parte della giustizia iniziando a collaborare con gli inquirenti, poi ci ripensa, finendo anche in carcere per violazione degli arresti domiciliari. Infine ritorna a collaborare dopo aver  avuto la certezza di avere con se i figli.  E riduttivo il termine “coraggiosa” per Giuseppina Pesce, molte altre donne non hanno saputo dimostrare tutta quella forza: ha accusato il marito, il padre, il fratello, e fatto arrestare molti ‘ndranghetisti.<br />
Non è facile per una donna di ‘ndangheta, appartenente ad una famiglia così potente  in quella città, diciamocelo pure: ha dell’incredibile. Giuseppe Pignatone (Procuratore di Reggio Calabria) afferma, ad esempio, come molto elevata, da un punto di vista numerico, la presenza di cinquecento ‘ndranghetisti solo a Rosarno. In un intercettazione un affiliato di una cosca, Umberto Bellocco, dice: “Rosarno è nostra e deve essere per sempre nostra…se no non è di nessuno”.<br />
E’ vero che le donne sul piano decisionale non contano, non in queste zone, ascoltano silenziose, molto spesso complici. Ma quando si pentono, poi parlano e mandano in galera.<br />
Ma le cose cambiano. Le nuove generazioni di donne hanno un ruolo di ascesa nelle gerarchie delle organizzazioni mafiose. Le giovani sembrano aver abbandonato quel ruolo relegato all’angolo del focolare: studiano, lavorano, si informano. Scalzano figure maschili nelle organizzazioni, che un tempo sarebbe stato impossibile immaginare. Rimanendo nell’ambito dei casalesi, possiamo citare la figlia di Carmine Schiavone -che è stato il primo pentito di spicco dei casalesi- le cui dichiarazioni hanno poi portato a Spartacus e a tutti gli altri processi. Rosaria Schiavone per la quale adesso si sta facendo un processo presso la corte di Latina, figlia di boss che ha respirato l’aria della famiglia dominante, non solo non ha seguito la scelta del padre di pentirsi, anzi lo ha rinnegato pubblicamente. “I collaboratori di questa sub-organizzazione che si era costituita sul litorale romano, ne parlano invece come di una capa,- dice Barbara Sargenti Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, già componente della DDA di Napoli &#8211;  è la prima volta che ci viene proposta (una definizione di questo tipo), in quel caso noi abbiamo un ruolo di Rosaria Schiavone di assoluta capa, i collaboratori ti dicono, dottorè la dentro la vera camorrista è lei non il marito”.<br />
DENISE GAROFALO FIGLIA CORAGGIOSA. IL SISTEMA DI PROTEZIONE<br />
Vissuta sempre in un sistema di protezione da quando è nata. Una vita in fuga prima con la madre, ora sola. Denise collabora con le forze inquirenti nel processo contro il padre Carlo Cosco, imputato per sequestro di persona, omicidio e scioglimento nell’acido del cadavere. Enza Rando, responsabile dell’ufficio legale di Libera e avvocato della ragazza che si è costituita parte civile al processo: “Lea era il suo punto di riferimento, la sua mamma, il suo papà insomma la sua famiglia, ci vuole grande forza per affrontare un processo così delicato, si è costituita parte civile contro il padre”. Denise avrebbe dovuto testimoniare, dopo la nomina del nuovo Presidente succeduto a Grisolia dopo la convocazione da parte del Ministro della Giustizia, ma le è stato per fortuna risparmiato, rendendola sicuramente più serena. Lea Garofalo aveva abbandonato il sistema di protezione, e non è un caso isolato. Capita molto spesso che il testimone o il collaboratore (chi commette reato di mafia) ad un certo punto voglia staccarsi dal sistema di protezione. I motivi sono diversi e complicati, legati certamente alle storie personali, ma accomunati da un senso di sfiducia. Andare nel sistema di protezione significa affidare la propria sicurezza completamente nelle mani di altre persone che devono avere la fiducia e correttezza totale. Enza Rando: “Bisogna capire che la quotidianità è mimetizzata completamente, diventano molto importanti la formazione e la professionalità di chi ti prende in custodia, perché in una persona si mette in moto tutto: testa, cuore, emozioni, quindi bisogna che ci siano davvero dall’altro lato una grande preparazione. Quando togli ad una persona il presente, il futuro e il passato ci sono dei momenti in cui hanno bisogno di un supporto psicologico importantissimo, sia nella fase di transizione quando ancora si è nella fase di protezione, sia dopo quando ne esci. Lea in questo sistema ha conosciuto persone perbene con cui si trovava meglio, e altre con le quali non si è trovata bene e poi ad un certo punto era convinta che il suo vecchio compagno la braccava e quindi ha dovuto cambiare 5 0 6 località in tre o quattro anni. E’ chiaro che ci sono momenti di sconforto, e in questo caso le istituzioni non hanno un apparato veramente forte”. Lo stato offre ai collaboratori e ai testimoni di giustizia (ovvio dipende dai casi), una economia fortemente limitata. E si esce dopo il percorso di “fine rapporto”, dal programma di protezione previa capitalizzazione. Cioè gli si dà un aiuto economico e dopo aver concluso gli impegni dibattimentali, dopo che il ruolo del collaboratore si è esaurito, oltre a dargli una casa (media), gli si dà una sorta di stipendio, che è commisurato ai canoni Istat, ed è quindi uno stipendio all’osso a cui questi non sono abituati. Barbara Sargenti “noi abbiamo delle sollecitazioni dalla  commissione centrale che decide sull’ammissione del programma di protezione: la volontà dei testimoni è quella di uscire e anche quella dello stato è quella di farli andare via, perché mano a mano che si va avanti il numero dei collaboratori aumenta”.<br />
LA ‘NDRANGHETA NON DIMENTICA<br />
Angela Napoli parlamentare, membro della Commissione Antimafia e della II Commissione (Giustizia) nella passata legislatura, veramente impegnata nella lotta antimafia. La donna all’interno della cosca ha, anche secondo la Napoli, un ruolo più attivo rispetto al passato. Finita la fase ancillare, ha un ruolo di “capa”, in questo contesto c’è da valutare la voglia di alcune donne di parlare come Giuseppina Pesce, o la moglie di Mancuso, noto boss del vibonese. “Sono tutte giovani donne che hanno recepito la necessità di uscire da quella cultura soprattutto di salvaguardare il futuro e il riscatto dei propri figli”. Le donne che si pentono, hanno assunto con coraggio questo ruolo, ma non c’è un attenzione forte da parte della magistratura e delle forze dell’ordine nel senso che se ne usano, ma non le tutelano fino in fondo. Si sottovaluta la sicurezza. I familiari di queste persone non dimenticano. “La ‘ndrangheta, le mafie tutte non perdonano, figuriamoci la ‘ndrangheta che è un legame di sangue indissolubile. Per un uomo di ‘ndrangheta è probabilmente la cosa peggiore essere accusato dalla propria moglie o dalla propria sorella o dalla figlia. E’ vero che molti rinunciano alla tutela, ma è altrettanto vero che lo stato dovrebbe non accettare questa richiesta, dovrebbe garantire la sicurezza, e non abbandonare. Come successe per Lea Garofalo”. Lo stato non può chiamarsi fuori, ma deve essere degno di farsi garante, perché questa situazione non incoraggia “La garanzia di sicurezza, su una donna come Giuseppina Pesce, dovrebbe essere vita natural durante”. Lo stato non può nascondersi dietro il fatto che i collaboratori aumentano e che quindi diventano un spesa: “Ma i testimoni non sono tanti si aggirano tra le ottanta e le novanta unità in tutt’Italia, nella ‘ndrangheta sono ancora di meno…”.<br />
Il pentitismo femminile scardina quegli elementi che danno stabilità alla ‘ndrangheta che è il familismo, il vincolo d’onore, di sangue. Queste donne rifiutano di fatto questo modello. “C’è però una peculiarità sono le giovani donne che si pentono, &#8211; dice Doris Lo Moro (parlamentare del PD e sindaco di Lamezia dal ‘93 al 2001)- perché le donne anziane, le loro madri non accettano la loro ribellione. Se andiamo alla lettura degli atti nel caso di Lea Garofalo, la figlia, la sorella che testimoniano sono tutte giovani donne che dimostrano un coraggio esemplare. Una figlia che accusa suo padre, il suo sangue è un atto d’amore e di civiltà di cui la Calabria dovrebbe essere orgogliosa”. La battaglia che portano avanti sia Doris Lo Moro, Angela Napoli, Sonia Alfano e tanti altri firmatari della mozione riguardo al diverso trattamento dei “testimoni di giustizia che non sono collaboratori di giustizia”, i quali non hanno mai partecipato all’organizzazione mafiosa, ma hanno soltanto testimoniato contro le attività criminali e per questo si sentono abbandonati in attesa di avere dallo stato non solo la protezione, ma persino un lavoro per poter vivere. </p>
<p>Maria Fabbricatore</p>
<p>(04 Febbraio 2012)<br />
pubblicato su www.noidonne.org.</p>
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		<title>In ricordo di Vincenzo Pronestì</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:50:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho conosciuto Vincenzo Pronestì. Sono stata per lui una figura amica, un riferimento tranquillizzante, una persona di cui aveva fiducia.
Certo nel suo atteggiamento nei miei confronti, molto affettuoso e rispettoso, ha pesato il mio ruolo di Sindaco prima e di assessore alla sanità dopo, che mi ha consentito di avvicinarmi all’area del disagio psicologico e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho conosciuto Vincenzo Pronestì. Sono stata per lui una figura amica, un riferimento tranquillizzante, una persona di cui aveva fiducia.<br />
Certo nel suo atteggiamento nei miei confronti, molto affettuoso e rispettoso, ha pesato il mio ruolo di Sindaco prima e di assessore alla sanità dopo, che mi ha consentito di avvicinarmi all’area del disagio psicologico e mentale e di scoprirne la ricchezza ed il valore. Ma, nel tempo, il rapporto si è consolidato sul piano umano.<br />
Vincenzo non è mai stato molto esigente con me. Si accontentava di piccoli segni di amicizia. Lo incontravo spesso, uscendo di casa. Mi veniva incontro per salutarmi; sempre curato e ben vestito, con il suo dopobarba che profumava di giovinezza. Non mi chiedeva mai niente, se non attenzione per i suoi progressi, per le iniziative cui partecipava.<br />
A Natale di un paio di anni fa si è presentato a casa mia con due panettoni. Ho dovuto spiegargli che ero io a dover offrire qualcosa a lui e non viceversa ma non sono riuscita a convincerlo e ho dovuto accettare almeno uno dei suoi panettoni, facendomi promettere che l’altro l’avrebbe portato a casa sua. Ricordo ancora la scena e l’orgoglio con cui mi ha fatto presente che era in condizioni di farmi un regalo.<br />
 Vincenzo aveva due grandi occhi azzurri, sempre sorridenti. Portava con fierezza gli occhiali che sceglieva con cura. Sapeva di avere un problema ma si sentiva anche un bel giovane e lo era.<br />
Se scrivo di lui è perché sono convinta che gli farebbe piacere. Mi mancherà e conserverò un caro ricordo di lui.<br />
Il suo gesto disperato deve però spingerci oltre il ricordo. Qualcosa non ha funzionato dentro di lui. Ma forse gli è anche mancato qualcosa che la società avrebbe dovuto garantirgli. Forse la nostra società, a partire dalle comunità cittadine, dovrebbe fare di più per le persone che vivono situazioni di disagio mentale.<br />
Ma il mondo va in fretta e un suicidio conquista solo un titolo sul giornale.<br />
Non sarà così per la madre di Vincenzo, per la sua famiglia. Non è così per me che gli sono grata per avermi offerto affetto ed amicizia chiedendomi solo di essere ricambiato.</p>
<p>Doris Lo Moro</p>
<p>Pubblicato da &#8220;il Lametino&#8221;</p>
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		<title>COISP &#8211; Borse di sudio &#8220;Coniugi Aversa&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 09:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lamezia Terme &#8211; Lunedì 23 gennaio 2012 &#8211; Palazzo municipale, Sala Napolitano. 
Intervento di Doris Lo Moro
Io ho conosciuto Salvatore Aversa da magistrato. In quegli anni ero magistrato al tribunale di Lamezia Terme. L’ho conosciuto e l’ho avuto come teste in tantissimi processi, come ho avuto come testi e ho lavorato con tantissimi poliziotti, prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lamezia Terme &#8211; Lunedì 23 gennaio 2012 &#8211; Palazzo municipale, Sala Napolitano. </p>
<p>Intervento di Doris Lo Moro</p>
<p>Io ho conosciuto Salvatore Aversa da magistrato. In quegli anni ero magistrato al tribunale di Lamezia Terme. L’ho conosciuto e l’ho avuto come teste in tantissimi processi, come ho avuto come testi e ho lavorato con tantissimi poliziotti, prima e dopo il caso Aversa. Sicuramente non sono in grado di portare testimonianza sul suo operato, se non una testimonianza personale di simpatia, di condivisione di un percorso. Di quelle cose e di quei sentimenti che possono nascere in un’aula di tribunale, quando tra un magistrato e un poliziotto o un carabiniere si rappresenta la stessa cosa.<br />
Devo dire però che come si muore qualifica la propria vita. E una persona che muore così, non ha bisogno di essere definito. Ma io non ho nessuna difficoltà oggi, vent’anni dopo, come non ho avuto nessuna difficoltà ieri nell’imminenza dei fatti, a considerarla comunque una storia esemplare. Non m’interessa definire eroe o non eroe. Perché quando si muore così tragicamente la dimensione anche personale dell’esperienza cambia i connotati.<br />
E la storia di Aversa ha cambiato la città non soltanto perché è morto un poliziotto che aveva avuto coraggio. Che aveva avuto il coraggio, quel coraggio che invoca Filippo Veltri nel suo bellissimo intervento, di fare chiarezza, quella chiarezza che spesso in questa città mancava e che in questa città manca. Di scrivere delle cose che evidentemente dovevano essere sottaciute. Di scrivere delle cose che sapevamo tutti, ma che nessuno voleva veramente conoscere. E questo non so se è ordinaria amministrazione . Questo è quello che dovrebbero fare tutti, ma spesso non succede.<br />
Dicevo, la cosa che ha sconvolto la città è stata la morte della moglie. Perché, un magistrato, un poliziotto, un’appartenente alle forze dell’ordine, lo mette in conto che si può morire. E anche personalmente nella mia esperienza, nella quale ho fatto sopratutto il giudice penale, nella mia esperienza l’ho sempre messo in conto che potesse succedere qualcosa a qualcuno di noi. Il punto tragico è che il rapporto anche con Aversa quel giorno si è trasformato dal rapporto del poliziotto con la sua città, al rapporto di una famiglia vera, con tre figli, che in quel giorno viveva una giornata normale.<br />
Perché il messaggio è che noi siamo anche persone normali. E quindi il fatto che sia stato ucciso non soltanto una bella testimonianza di come si dovrebbe fare il poliziotto. Per ucciderlo ci sarebbero state tantissime altre occasioni. Nell’orario di servizio, in un’operazione di polizia. Quante occasioni per uccidere un poliziotto. Invece si sceglie di ucciderlo con la moglie in un momento di festa.<br />
E questo ha travolto la città e ha travolto tutti noi. Io spesso ai figli di Aversa dico che abbiamo troppe cose in comune, non voglio dire quali altre cose in comune, tanto le sappiamo tutti. Ma abbiamo in comune anche il fatto che la mia storia personale, come la storia di tanti di noi è cambiata. Perché quel giorno io non avrei mai immaginato di poter fare politica. Perché non era neanche mai stato né un mio obiettivo, né una mia particolare passione, se non da giovanissima e sopratutto nel movimento femminile.<br />
Ma quel giorno Lamezia capì che tutti avevamo delle responsabilità. E Lamezia si ribellò.  Per questo tutti i discorsi che sono stati fatti qui prima di me mi hanno fatto pensare, a partire da questo ragazzo straordinario che io non conoscevo che è Rocco Mazza. Mi fa piacere che Bocchino e i colleghi che vengono da fuori abbiano una testimonianza della Lamezia vera, della Calabria vera che è anche questa ragazza che suona l’arpa. Insomma la Lamezia vera che abbiamo qui.<br />
Dicevo, quel giorno abbiamo capito tutti. Quello che è drammatico è quello che io ho vissuto da sindaco. Perché poi, sull’onda di quell’emozione, tanti di noi si sono lasciati dietro anche le proprie professioni e le proprie passioni, quelle coltivate.  Quella che io avevo coltivato era la passione per la giustizia e la magistratura. Ho fatto tanto per diventare un magistrato. Ma poi mi sono lasciata travolgere dal senso civico, sull’onda di un’emozione che era collettiva.<br />
Quello che è sconvolgente è che poi nel 2002 c’è stato un nuovo scioglimento del consiglio comunale. E questo è sconvolgente perché vuol dire che la chiarezza che, ribadisco, molto meritoriamente è stata invocata, in questa città fino in fondo non l’abbiamo mai voluta, non l’abbiamo mai praticata. Perché non abbiamo mai fatto i conti col fatto che bisogna essere seri e conseguenziali anche nelle cose che si fanno.<br />
Voglio solo ricordare, perché lo ricordavo ieri sera pensando che sarei venuta a questa manifestazione, che l’ultimo consiglio comunale aperto sul caso Aversa si è tenuto nella nostra città nelle vicinanze del 4 gennaio 2001, quando poi io lasciai il comune. E lì c’era stata una testimonianza forte, bella, appassionata dell’opposizione, non della mia maggioranza, che pensava insieme a noi che avevamo invertito la rotta. Sono passati pochi giorni e pochi mesi e la politica, che spesso invochiamo come il soggetto che dovrebbe salvare, che dovrebbe cambiare, che dovrebbe condizionare anche questa nostra terra, continuò a sbagliare.<br />
Allora io cosa ho imparato? Cosa voglio dire a Rocco Mazza? Che non basta dire alla politica di fare il proprio dovere. Che evidentemente non basta. Che la classe politica va selezionata meglio. Che bisogna fare i conti con queste storie. Che Lamezia tuttora non ha fatto i conti con queste storie.<br />
Perché quando in una città si parla continuamente di messaggi antimafia e antiracket e non si denuncia un solo episodio estorsivo e non si trova un testimone, lo dico qui davanti al Coisp, non si può dire al poliziotto, al carabiniere, al magistrato, tu un giorno che ti fanno fuori sarai un eroe ma fai soltanto il tuo dovere. Perché questo è il messaggio.<br />
Bisogna che la nostra società si svegli. Abbiamo bisogno di tante cose. Abbiamo molto bisogno di buona politica. Abbiamo bisogno però intanto di una società civile che decida di dire basta all’ipocrisia diffusa che è la vera malattia della Calabria e di Lamezia.                   </p>
<p>Pubblicato su &#8220;il Lametino&#8221;</p>
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		<title>IL LINGUAGGIO DELLA VERITA’ PUO’ SALVARE LAMEZIA</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 19:44:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<description><![CDATA[il Lametino &#8211; sabato 18 giugno 2011
E’ da un po’ di tempo ormai che si coglie in città una rassegnazione diffusa. Qualcosa non funziona se la partecipazione si è trasformata in una presenza solitaria e distratta e se l’ansia di cambiamento che era diventata un assillo per i più ha lasciato spazio all’individualismo e ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>il Lametino &#8211; sabato 18 giugno 2011</em></p>
<p>E’ da un po’ di tempo ormai che si coglie in città una rassegnazione diffusa. Qualcosa non funziona se la partecipazione si è trasformata in una presenza solitaria e distratta e se l’ansia di cambiamento che era diventata un assillo per i più ha lasciato spazio all’individualismo e ad una ipocrita normalità.</p>
<p>Lamezia torna ad essere centrale nell’attenzione delle Istituzioni per la necessità di contrastare la criminalità dilagante. Dopo gli ultimi omicidi (tre nel giro di un paio di mesi), il Comitato per l’ordine e la sicurezza presieduto dal Prefetto della provincia di Catanzaro si riunisce in città ma a preoccupare i rappresentanti delle Istituzioni sono, oltre alla presenza di una criminalità radicata e violenta, il silenzio degli imprenditori, vessati dal pizzo ma nella stragrande maggioranza dei casi refrattari ad ogni denuncia ed ad ogni reazione, e la rassegnazione e l’indifferenza dei cittadini.</p>
<p>Mi ha colpito molto la reazione del Procuratore della Repubblica in occasione della manifestazione con cui veniva ricordato il diciannovesimo anniversario dell’omicidio di Cristiano e Tramonte. Ci voleva una persona estranea all’ambiente lametino per notare l’assenza dei cittadini. Ho anche pensato che senza la sua giusta denuncia tutto sarebbe sembrato normale come tante altre cose che si registrano ogni giorno come normali ma che non lo sono affatto.</p>
<p>La presenza di una Procura particolarmente attiva, nonostante la scarsità di risorse, ci ha costretto a fare i conti con le case abusive da demolire e con l’accampamento di Scordovillo da sgomberare. Ma soprattutto a prendere atto, dati alla mano, che a Lamezia ci sono in media quasi due attentati al giorno mentre  l’abusivismo continua a dilagare così come i reati ambientali e l’economia illegale la fa da padrone. </p>
<p>Eppure Lamezia non può consentirsi di sottovalutare la gravità della situazione e soprattutto non può rinunciare a reagire. E se ha smarrito il senso di sé e del suo percorso deve ritrovarlo, sapendo che, anche quando si è in presenza di fatti positivi – che a Lamezia non mancano -,  non può darsi nulla per scontato e che ogni distrazione, in una città che ha subito per ben due volte lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, è imperdonabile. </p>
<p>Certo i meccanismi criminali hanno una loro dinamica e non è detto che si possano mettere in relazione con situazioni e fatti estranei al contesto  in cui si muovono le consorterie ‘ndranghetiste. Non c’è dubbio però che la criminalità si muove con maggiore rapacità e disinvoltura in una situazione di sfilacciamento morale e di disorientamento generale.</p>
<p>La mia mente va alla fase successiva al primo scioglimento del consiglio comunale per mafia. Colpisce il fatto che per tanti anni, dal 1993 a fine 2000 non ci siano stati fatti di sangue; colpisce che in quegli anni le cosche, che non erano certo sparite, si sono in qualche modo adattate al clima generale di ripresa e di attenzione ai temi della legalità e della trasparenza; colpisce l’assoluta mancanza di minacce nei confronti degli amministratori e dei politici, soprattutto se messa a confronto con quanto è successo a Lamezia nel corso dell’ultima campagna elettorale ed anche dopo.</p>
<p>Quella che si respirava non era certo aria da pax mafiosa, tutt’altro. Sembrava che i cittadini avessero occupato gli spazi, respingendo all’esterno le cosche ed in generale la criminalità. </p>
<p>Ma dove abbiamo sbagliato se poi si è arrivato ad un secondo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose? E ancora, dove abbiamo sbagliato dopo il rinnovo del consiglio comunale e l’elezione del nuovo sindaco se avere un’amministrazione democraticamente eletta non è bastato a impedire che prevalesse la rassegnazione?</p>
<p>Il Vescovo di Lamezia dice e scrive spesso che a Lamezia serve maggiore unità. Mi chiedo se e perché siamo invece portati a non unire gli sforzi. Cosa impedisca a questa città di poter contare su una classe dirigente unita, quanto meno sulle questioni fondamentali. Mi chiedo se sia possibile apparire ed essere uniti senza essere consociativi e senza fare accordi di potere. Mi chiedo cosa serva per svegliare Lamezia dalla “situazione di letargo” in cui sembra caduta. </p>
<p>Mi vado convincendo che l’errore sta nei silenzi, nella mancata discussione sulle ragioni dello scioglimento del consiglio (soprattutto di quello del 2002), nell’ipocrisia con cui si parla di partecipazione anche quando ad essere presenti e a decidere sono sempre le stesse persone.</p>
<p>Nei giorni scorsi ho partecipato a Belvedere Marittimo all’intitolazione di una scuola a padre Puglisi.  C’era anche il cardinale De Giorgi che ha avviato il processo di beatificazione del parroco del Brancaccio; lo stesso cardinale che ha concelebrato la messa a Lamezia per S. Antonio. Era stato invitato anche Luciano Violante, presidente della commissione parlamentare antimafia quando padre Puglisi fu ucciso, che ha inviato un messaggio letto nel corso dell’iniziativa. </p>
<p>“Intitolare una scuola non è un atto banale né una semplice cerimonia con bandiere, sorrisi e strette di mano”. Comincia così il messaggio con cui il Presidente Violante augura alla comunità di Belvedere che l’esempio di padre Puglisi possa costituire “un asse dell’identità pedagogica della scuola”. </p>
<p>Questo invito alla concretezza dei percorsi e dei valori mi ha richiamato alla mente la lapide scoperta insieme allo stesso Violante a Lamezia in ricordo dei due netturbini assassinati nel maggio del 1992. L’ho ricordata in un breve scritto con cui ho partecipato all’iniziativa che ha sconcertato tanto il Procuratore. Ho rivisto il filmato della manifestazione del febbraio ’94 trasmesso da un’emittente locale nel corso di una trasmissione condotta dal nostro Giovanni De Grazia. E mi sono chiesta e mi chiedo, pensando alla gente che affollava corso Numistrano sotto la pioggia battente, cosa è successo se oggi non protesta e non si indigna più.</p>
<p>Mi chiedo anche perché la protesta dei giovani -che a Lamezia c’è stata ed ha rappresentato un grande segnale positivo- non ha avuto seguito. Ma so perché tanti di quei giovani li conosco, a partire da Francesca e dalle sue compagne che hanno colpito nel segno con il loro “Facciamoci  sentire per non farci  seppellire”, che i giovani di quella protesta sono in gran parte fuori.</p>
<p>Sì, perché a impoverire Lamezia c’è anche la continua migrazione di giovani, che si formano in scuole e parrocchie ad alto contenuto educativo ed hanno fortuna e successo all’università ma spesso non tornano. Noi lametini, anzi noi calabresi, con i nostri giovani stupendi rendiamo migliori altre comunità e impoveriamo la nostra!</p>
<p>Sembrano passati secoli da quando si denunciava la presenza a Lamezia di una “borghesia mafiosa”. Ma qual è oggi il problema: non c’è più la borghesia mafiosa o è tanto forte da rendersi invisibile? O, peggio, preferiamo non parlarne più.</p>
<p>Bastano i richiami del Prefetto, del Procuratore, del Vescovo, del Sindaco, di qualche singolo politico, gli esempi positivi di qualche imprenditore che denuncia, di giovani imbevuti di antimafia come quelli di “Ammazzateci tutti”, dei  ragazzi di “Legami” del regista Francesco Pileggi? No, tutto questo serve ma non basta.</p>
<p>Né si può vivere di ricordi o riflettere sulle occasioni mancate. Serve guardare in avanti e rafforzare quello che di buono abbiamo. Serve squarciare il velo dell’ipocrisia, smetterla di mostrarci tutti uniti, senza peraltro esserlo neanche un poco. Smetterla di sussurrare che le imprese che lavorano in città sono poche e sempre le stesse, che la speculazione edilizia sta cementificando ogni brandello di spazio inedificato nelle aree urbane, che l’espansione prevista nel preliminare del piano strutturale avvantaggia aree su cui l’attenzione delle cosche è attiva da tempo, che lavorano solo gli amici degli amici, che la Multiservizi non è più quella di una volta e tante altre cose che si respirano nelle vie del paese.  </p>
<p>La politica calabrese tende a scaricare tutti i suoi problemi sui pochi che sono incappati nelle maglie larghe della giustizia. E’ così che Crea o Santi Zappalà, giusto per fare qualche nome, sono rimasti soli, quasi fossero gli unici politi corrotti o compromessi della nostra regione. A Lamezia siamo tutti pronti a mollare Mazzei e la sua cava (che mi pare una cosa sacrosanta) ma questo non può essere sufficiente! Non possiamo pensare che basta avere la fedina penale ancora pulita e che la reputazione non conti più. Dobbiamo rompere quest’unità di facciata che è quella che impedisce un’unità reale delle forze sane della città. </p>
<p>La comunità onestà di Lamezia sarà pure in letargo, come ci dicono il Procuratore e il Prefetto, ma sarebbe sicuramente aiutata a svegliarsi se tornasse a sentire che l’onestà e i valori che magari si praticano nella vita privata sono riconoscibili nei percorsi pubblici e rappresentati con coerenza dalla classe dirigente, non solo politica.</p>
<p>Qualcuno potrebbe pensare che il Sindaco di una bella stagione in cui altri, a partire dal Vescovo emerito, hanno sostenuto che era stata fatta “pulizia nel palazzo” si  voglia togliere qualche sassolino. Non è così anche perché non intendo chiamarmi fuori da nulla e neanche ora la ‘ndrangheta è rappresentata da chi governa la città. E’ che sento la responsabilità e il bisogno di tirare una pietra nello stagno e di dire che a Lamezia non è più tempo di manifestazioni formali e di strette di mano che assomigliano troppo al funerale da evitare, di cui parla Vitello. Se lavoriamo perché le domande trovino una risposta, se cominciamo a parlare il linguaggio dell’autocritica e della verità tutti, a partire dalla politica e dal ceto dirigente, i cittadini non potranno che riconoscersi e mobilitarsi. E se non siamo capaci di farlo, non ci resta che augurarci che siano strati consapevoli della comunità a coinvolgerci e a costringerci, come sta facendo la Procura sul campo rom. </p>
<p>C’è nel Paese ed anche in Calabria una grande istanza di partecipazione e di cambiamento che ha prodotto risultati tangibili anche con il raggiungimento del quorum ai referendum del 12 e 13 giugno. Lamezia, che il quorum non lo ha raggiunto ma ha comunque registrato una presenza significativa, non è estranea a tutto questo ed ha già in passato dimostrato di avere energie e capacità. </p>
<p>Possiamo e dobbiamo farcela. Io comunque sento di dover fare la mia parte e penso di farla anche dicendo con chiarezza quello che penso.</p>
<p>Doris Lo Moro</p>
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		<title>La denuncia di Paolo Borsellino per la morte di Giovanni Falcone</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 12:45:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Testo dell&#8217;intervento di Paolo Borsellino, alla Biblioteca comunale di Palermo, del 25 giugno 1992.
“Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Testo dell&#8217;intervento di Paolo Borsellino, alla Biblioteca comunale di Palermo, del 25 giugno 1992.</p>
<p>“Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.</p>
<p>In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all&#8217;autorità giudiziaria, che è l&#8217;unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell&#8217;evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell&#8217;immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.</p>
<p>Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente &#8211; e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi &#8211; dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all&#8217;autorità giudiziaria, poi &#8211; se è il caso &#8211; ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l&#8217;argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul &#8220;Sole 24 Ore&#8221; dalla giornalista &#8211; in questo momento non mi ricordo come si chiama&#8230; &#8211; Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.</p>
<p>Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione &#8211; in questo momento i miei ricordi non sono precisi &#8211; un&#8217;affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell&#8217;evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all&#8217;autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest&#8217;uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l&#8217;anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell&#8217;articolo di Leonardo Sciascia sul &#8220;Corriere della Sera&#8221; che bollava me come un professionista dell&#8217;antimafia, l&#8217;amico Orlando come professionista della politica, dell&#8217;antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C&#8217;eravamo tutti resi conto che c&#8217;era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest&#8217;uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all&#8217;ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.</p>
<p>Giovanni Falcone, dimostrando l&#8217;altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall&#8217;esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d&#8217;Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l&#8217;aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l&#8217;opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.</p>
<p>L&#8217;opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell&#8217;agosto 1988, l&#8217;opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant&#8217;è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l&#8217;intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po&#8217; più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l&#8217;ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.</p>
<p>Certo anch&#8217;io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell&#8217;attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch&#8217;esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall&#8217;ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch&#8217;io ho espresso nell&#8217;immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l&#8217;organizzazione mafiosa &#8211; non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque &#8211; e l&#8217;organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l&#8217;attentato del 23 maggio, l&#8217;ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.</p>
<p>Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all&#8217;esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l&#8217;indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.&#8221;</p>
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		<title>Un nuovo 25 Aprile per ricostruire l’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 17:56:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Per un nuovo 25 aprile
Il Messaggero &#8211; 24 aprile 2011 
Domani è il 25 aprile. Una data fondamentale per la nostra storia, anche se la distanza ne ha affievolito il ricordo fino a renderlo quasi assente nelle più giovani generazioni. Non ci dobbiamo sorprendere di questo fatto perché il tempo tutto appiattisce e tutto cancella. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Per un nuovo 25 aprile</em></p>
<p>Il Messaggero &#8211; 24 aprile 2011 </p>
<p>Domani è il 25 aprile. Una data fondamentale per la nostra storia, anche se la distanza ne ha affievolito il ricordo fino a renderlo quasi assente nelle più giovani generazioni. Non ci dobbiamo sorprendere di questo fatto perché il tempo tutto appiattisce e tutto cancella. Vale tuttavia la pena di ricordare che cosa significava questo giorno in passato e che cosa deve significare oggi.</p>
<p>Il 25 aprile del 1945 è una data fondamentale nella storia italiana non solo perché ricorda la fine di una lunga tragica guerra e la liberazione della nostra Italia dal giogo del nazismo e del fascismo ma soprattutto perchè apre finalmente una nuova prospettiva di vita economica e politica del Paese.</p>
<p>Non ci si libera solo dal nazi-fascismo ma si liberano le forze positive che, pur con grande fatica e con un procedere non sempre lineare, hanno alimentato il nostro sviluppo civile, sociale ed economico.</p>
<p>Uno sviluppo che parte dalla fissazione dei valori e delle regole della Costituzione, frutto di un lungo, civile ed approfondito confronto fra le principali forze politiche democraticamente elette.</p>
<p>Un momento unico della nostra storia perché mai dopo di allora il Parlamento è stato impegnato così a lungo e in modo così costruttivo in un dibattito dedicato a tracciare le grandi direzioni dello sviluppo futuro dell’Italia. Un dibattito che, pur con tanta fatica e tante difficoltà, è riuscito a fare convergere verso un’idea unitaria le principali forze politiche italiane. Per questo motivo, anche se alcuni aspetti tecnici della nostra Carta hanno dovuto essere adattati ai tempi, i principi fondamentali della Costituzione sono ancora il punto di riferimento della nostra identità politica e resistono anche di fronte ai ripetuti tentativi di sovvertirne la lettera e lo spirito.</p>
<p>Il 25 aprile è anche la data che pone le basi per una nuova politica estera dell’Italia, spinta a guardare verso le altre democrazie e a preparare il terreno per la costruzione europea che, pur con tutti i suoi limiti e le sue incompiutezze, ha garantito pace, sviluppo e progresso civile ad un continente per secoli massacrato da guerre e divisioni. </p>
<p>Da quel momento, e solo da quel momento, è stata possibile una politica capace di preparare una consapevole risposta italiana ai cambiamenti del mondo.</p>
<p>Una risposta che oggi sembra invece lontana, quasi impossibile. Pur avendo conosciuto un crescente benessere l’Italia è infatti attraversata dalla divisione e dalla paura. Paura della nuova concorrenza, paura degli immigrati ma, soprattutto, paura di noi stessi e delle nostre insanabili divisioni. Per costruire un nuovo 25 Aprile bisogna perciò superare queste paure e liberare quelle forze che oggi non sono in grado di esprimersi e che, non potendo contribuire allo sviluppo del paese, ne alimentano la paura.</p>
<p>E’ venuto il tempo di ricostruire la speranza per chi teme di non avere più un futuro, soprattutto per i ragazzi che pensano oramai di avere perduto la gara della loro vita e per le donne, che vedono il loro ruolo molto più debole di quello giocato dalle donne degli altri paesi. Costruire il nuovo significa quindi, prima di tutto, combattere la paura.</p>
<p>Non per nulla di tutti i discorsi che Giovanni Paolo II ha fatto nei lunghi anni del suo Pontificato la frase che più di tutte viene ricordata è proprio il “non abbiate paura”. Un ammonimento che vale per tutti, ma soprattutto per noi italiani. Solo fondandoci su una nuova speranza abbiamo la possibilità di guardare ai cambiamenti del mondo senza sentirci sopraffatti dalle grandi potenze o dai nuovi paesi che cercano quello spazio che la storia aveva loro da lungo tempo negato.</p>
<p>E dovremo anche capire che, se il mondo è tanto cambiato, vi è ancora più bisogno di una Europa forte e coesa. Un’Europa che noi dobbiamo costruire con fiducia giorno per giorno e non limitarci a lamentarne la mancanza quando non la sentiamo solidale di fronte ai nostri problemi. Per avere un nuovo 25 Aprile noi dobbiamo inoltre riacquistare il senso di un destino comune. Il che significa rispettare lo spirito dell’Assemblea Costituente e ritrovare il valore delle regole, come esse sono scritte nella nostra Costituzione.</p>
<p>Regole che non possono divenire uno strumento di sopraffazione e che non possono essere mutate a seconda della nostra convenienza. Non avere paura significa infine avere fiducia nella nostra capacità di trovare in questo momento di gravissima crisi la solidarietà necessaria per convincere tutti gli italiani che la ricostruzione civile ed economica dell’Italia sarà portata avanti dai sacrifici di tutti ma dagli sforzi proporzionati alle spalle di chi li deve compiere. Proprio come apparve possibile il 25 Aprile del 1945, in un’Italia pur ancora dilaniata dagli odii e dalle divisioni.</p>
<p>Romano Prodi</p>
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		<title>Il processo Mills non s&#8217;ha da fare. A qualsiasi costo</title>
		<link>http://www.dorislomoro.it/dlm/il-processo-mills-non-sha-da-fare-a-qualsiasi-costo.html</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 20:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ultimi Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[il Quotidiano della Calabria &#8211; 12 aprile 2011
Voglio dire ai cittadini che sono stanchi di sentir parlare dei processi a carico di Silvio Berlusconi che condivido il loro disappunto e la loro disaffezione verso una politica che ruota sempre intorno agli stessi discorsi. Guai però a pensare che a determinare questo dibattito monotematico sia l’opposizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>il Quotidiano della Calabria &#8211; 12 aprile 2011</em></p>
<p>Voglio dire ai cittadini che sono stanchi di sentir parlare dei processi a carico di Silvio Berlusconi che condivido il loro disappunto e la loro disaffezione verso una politica che ruota sempre intorno agli stessi discorsi. Guai però a pensare che a determinare questo dibattito monotematico sia l’opposizione perché,  come tutti sanno o possono facilmente intuire, a determinare l’agenda politica è la maggioranza di governo. Se sin dall’inizio di questa deludente XVI legislatura il tema della giustizia è stato sostanzialmente assorbito, nel dibattito parlamentare, da leggi ad personam come il lodo Alfano, il legittimo impedimento o il processo breve, diventato poi prescrizione breve, è perché l’ossessione del Cavaliere e del suo entourage è sostanzialmente una: garantire a Silvio Berlusconi l’impunità, bloccando i processi a suo carico o, come succede per la prescrizione breve, favorendo la chiusura dei processi per prescrizione dei reati contestati.</p>
<p>Così mentre si annuncia una presunta riforma epocale della giustizia, scaricando sugli alleati di un tempo i ritardi con cui si affronta l’argomento, alla Camera riparte il dibattito su un disegno di legge votato dal Senato nel gennaio del 2010 e mandato per oltre un anno su un binario che sembrava morto, che nel titolo annuncia “misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”.</p>
<p>La norma fondamentale del testo approvato dal Senato era costituita dall’art. 5 che, accanto alle sentenze di assoluzione o di condanna, prevedeva la “sentenza di proscioglimento per violazione della durata ragionevole del processo”. Sostanzialmente la norma richiamata, poi soppressa dalla Commissione giustizia della Camera, prevedeva una durata massima delle varie fasi del processo, di cui precisava l’inizio e il provvedimento conclusivo, stabilendo che, trascorso il termine di “durata ragionevole” il giudice doveva pronunciare “sentenza di non doversi procedere per estinzione del processo”. Con questo sistema il processo era necessariamente “breve”, anche se per ottenere il risultato del contenimento della sua durata lo Stato rinunciava ad amministrare giustizia. </p>
<p>Quest’impianto non ha retto alla Camera. Già in Commissione, infatti, si è tornato a parlare – come era già successo nel 2005 con la cd. legge ex  Cirielli &#8211; di estinzione del reato per prescrizione e non più di estinzione del processo. L’obiettivo sposato dalla maggioranza è dunque quello di accorciare ulteriormente i termini di prescrizione dei reati. Ma perché questa urgenza? Che conseguenze produce questo meccanismo sulla grave situazione in cui versa il sistema giudiziario? E su quanti e quale tipo di processi incide? Ma soprattutto, considerati gli annunci del Ministro Alfano che sembrava interessato solo a riforme strutturali, c’è un qualche legame tra le norme sulla prescrizione breve e le grandi riforme annunciate?</p>
<p>Tutte domande legittime che sono state poste nel dibattito in aula a una maggioranza silente e ad un Ministro della giustizia, che, più volte sollecitato a dare informazioni e chiarimenti, è rimasto anche lui in silenzio per ore intere, come se la cosa non lo riguardasse più di tanto. La verità è che il processo Mills a carico di Berlusconi non s’ha da fare e che per ottenere questo obiettivo i deputati della maggioranza, con in testa Berlusconi e Alfano, sembrano disposti a tutto.  Ha da passà a nuttata!</p>
<p>Non stupirà se il dibattito si svolge senza un contraddittorio con la maggioranza di governo, che, guardata dai banchi dell’opposizione, scricchiola molto di più di quello che emerge dai voti sinora garantiti, nonostante qualche mal di pancia e più di un’intemperanza. Non stupirà se sia il CSM, anziché il governo, a quantificare in 15.000 i processi a rischio. Tanti sarebbero i processi per truffa, omicidio colposo, corruzione e altro, con imputati ancora incensurati, destinati a finire al macero. Non stupirà se a lanciare l’allarme sui processi siano le parti offese che il disegno di legge non tiene in nessuna considerazione, avendo cura esclusivamente “del cittadino” imputato, soprattutto se (formalmente) incensurato.</p>
<p>Si è detto che si tratta di una sostanziale amnistia. Vediamo se è vero. L’amnistia è una causa di estinzione del reato e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a perseguire determinati reati commessi entro un certo tempo. La prescrizione breve, così come normata, produce lo stesso effetto: è applicabile ai reati già commessi, per i quali impedisce la decisione di merito favorendone l’estinzione anticipata rispetto ai termini già previsti. Se dunque, quanto meno rispetto ai reati già commessi, si tratta di un’amnistia mascherata, il procedimento alla Camera, che è ancora fermo ai primi articoli approvati con uno scarto ridottissimi di voti, appare già viziato perché non rispetta il dettato costituzionale, che richiede per la legge che concede l’amnistia la “maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”.</p>
<p>C’è di più. L’amnistia mascherata introduce di fatto delle discriminazioni. Penalizza le fasce deboli e gli emarginati che, non usufruendo di difese agguerrite e ben pagate, vengono processati a tempo di record e non sono pertanto in condizioni di usufruire della prescrizione breve che si appalesa come un provvedimento di clemenza che non ha il carattere della generalità previsto dalla normativa vigente. Il testo in discussione è inoltre irragionevole sotto un diverso profilo. La durata della prescrizione di un reato, infatti, si misura sulla base della pena stabilita. Stando alla nozione di prescrizione come istituto che concerne gli effetti del trascorrere del tempo, nessuna rilevanza dovrebbero avere le caratteristiche soggettive dell’imputato. La maggioranza intende, invece, avallare, con una norma retroattiva, una durata differenziata dei termini di prescrizione, con un canale privilegiato per l’imputato incensurato. Esiste, dunque, una nuova categoria di soggetti, i formalmente incensurati quasi che il non aver riportato condanne penali incida anche sugli effetti del trascorrere del tempo.  Senza considerare che incensurato non vuol dire innocente e che tale status non esclude la presenza di carichi pendenti per i reati più diversi e più gravi. Si tratta dunque di una disciplina discriminatoria e irragionevole.</p>
<p>Il testo in discussione, inoltre, contraddice gravemente quanto sostenuto in precedenza dal Governo.  Vediamo perché. Si è già accennato alla legge ex Cirielli che nel 2005 è già intervenuta sulla durata della prescrizione dei reati. L’art. 157 del codice penale, riformulato da tale legge, al comma 6 stabiliva il raddoppio dei termini di prescrizione per alcuni reati, tra cui in particolare i reati di mafia. Qualche tempo dopo, nel 2008, l’elenco venne rivisto, includendo il reato di cui al quarto comma dell’art. 589 c.p. in materia di omicidio colposo. Ricordo questo per dire – anche se la cosa è abbastanza evidente – che i reati elencati nel citato comma 6 dell’art. 157 non costituiscono un elenco chiuso e immodificabile e che ben può la politica, ovviamente attraverso il voto in parlamento, esprimere valutazioni attualizzate e modificare l’elenco, includendo reati diversi ed ulteriori che, per una qualche apprezzabile ragione, determinano allarme sociale o richiedano una particolare attenzione. Noi, dall’opposizione, abbiamo chiesto alla maggioranza di ridiscutere l’elenco ma non abbiamo trovato ascolto. C’è da chiedersi dove è finita la pretesa di stabilire le priorità per l’esercizio dell’azione penale contenuto nella formulazione dell’art. 102 della Costituzione prospettata nella riforma costituzionale presentata nei giorni scorsi se oggi non si riesce neanche a discutere per quali reati prevedere il raddoppio dei termini di prescrizione. Entrando poi nel merito delle questioni che sono sul tappeto, c’è soprattutto da chiedersi dove è finito l’allarme sulla corruzione e sui reati contro la pubblica amministrazione che era a base del disegno di legge anticorruzione, con il quale – giova ricordarlo- il governo non si era limitato ad ipotizzare un inasprimento delle pene, prevedendo “un regime di ineleggibilità alla Camera ed al Senato per i condannati con sentenza passata in giudicato in relazione ai reati di peculato, malversazione, corruzione e concussione”. Si ricorderà l’orgoglio con cui Alfano pronunciava queste parole. Di tutto questo non c’è più traccia. La prescrizione viene ridotta senza nessuna eccezione, salvo quelle già previste, con una rinuncia del governo e della maggioranza a valutare le singole ipotesi di reato coerentemente con gli allarmi lanciati nel corso della legislatura. Non c’è priorità e allarme che tenga!</p>
<p>Nelle prossime ore insisteremo molto per modificare il testo sulla prescrizione breve ed in particolare  per raddoppiare i tempi di prescrizione per una serie di reati, tra cui il reato di corruzione e del quale, il caso vuole, è chiamato a rispondere Silvio Berlusconi nel cd. processo Mills. Non si tratta solo di ostruzionismo parlamentare e comunque l’opposizione deve usare gli strumenti che ha per contrastare un disegno di legge che, oltre che sbagliato e ingiusto, è anche inopportuno.  Molti esponenti della maggioranza insistono, per allontanare il sospetto che questo disegno di legge nasca per favorire imputati eccellenti, su un argomento ormai logoro. Si dice: il processo Mills è comunque destinato alla prescrizione per cui non serviva una legge per raggiungere questo obiettivo.  Non c’è chi non colga la differenza tra una prescrizione che arriva prima della ricostruzione della verità processuale, con una eventuale sentenza di condanna in primo grado, e una prescrizione che blocca ogni attività istruttoria. La stessa sentenza che prende atto dell’intervenuta prescrizione può essere motivata diversamente, soprattutto nei processi con parti civili costituite o quando, come nel processo Mills,  già esiste una sentenza che condanna il corrotto. Ecco perché nasce per la difesa di Berlusconi, che lavora più in parlamento che nei luoghi in cui normalmente si svolge l’attività professionale, l’esigenza di bloccare tutto all’inizio. Aggiungo una riflessione nel merito del processo che non si deve celebrare. Il nostro codice penale punisce con la stessa pena corrotti e corruttori. Non è una cosa di poco conto, soprattutto quando potrebbe succedere in concreto che il corrotto sia condannato e il corruttore resti incensurato. E, in quanto tale, destinatario di un termine più breve per la prescrizione di reati. Come dire: ci vuole pazienza, ma processo dopo processo si può riuscire a beneficiare della prescrizione breve e a restare incensurati.  </p>
<p>Non posso infine trascurare un dato. Mentre la Camera discute la prescrizione breve, in Commissione giustizia del Senato la maggioranza approfitta di un disegno di legge nato per inibire il rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo e pensa ad allungare il processo e a togliere valore probatorio alle sentenze passate in giudicato. Nel processo Mills c’è una sentenza definitiva che prova la corruzione. Se andasse a buon fine il tentativo avviato al Senato potrebbe diventare, rispetto alla posizione di Berlusconi, carta straccia o quasi. Sarà anche questa una coincidenza? Siamo in tanti a non crederlo.</p>
<p>Quello che è certo è che non si può far saltare migliaia di processi per bloccarne uno. </p>
<p>Doris Lo Moro</p>
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		<title>Intervento del Presidente Anpaca on. Doris Lo Moro &#8211; Roma 5 Aprile 2011</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 14:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riunione Soggetti Responsabili Patti Territoriali e Responsabili Unici Contratti d’Area 
Roma 5 Aprile 2011 &#8211; ore 10.30 &#8211; sede Anpaca
Grazie a Tutti per aver accolto il nostro invito a partecipare a questo incontro mirato a fare il punto sulle iniziative attivate negli ultimi due mesi da Anpaca ed a definire e condividere un percorso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riunione Soggetti Responsabili Patti Territoriali e Responsabili Unici Contratti d’Area </p>
<p><em>Roma 5 Aprile 2011 &#8211; ore 10.30 &#8211; sede Anpaca</em></p>
<p>Grazie a Tutti per aver accolto il nostro invito a partecipare a questo incontro mirato a fare il punto sulle iniziative attivate negli ultimi due mesi da Anpaca ed a definire e condividere un percorso di lavoro per il futuro.</p>
<p>Come a Voi noto, il 10 febbraio scorso, sono stata eletta dal Consiglio Direttivo presidente di Anpaca su proposta del presidente f.f. Armando Spina.<br />
La scelta del Consiglio Direttivo di Anpaca  ha valorizzato la mia esperienza sulle tematiche riguardanti gli strumenti della Programmazione Negoziata maturata a metà anni 90’ insieme al CNEL nel ruolo di Sindaco di Lamezia Terme, ed in tale ruolo Soggetto Promotore del Patto Territoriale Lametino approvato nel 1999 e del Patto Territoriale Agrolametino approvato nel 2001, e di Presidente dall’atto della sua costituzione 1997 al 2001 della società consortile per azioni Sviluppo Area ex Sir oggi Lameziaeuropa Spa Soggetto Responsabile dei Patti Territoriali Lametino ed Agrolametino.</p>
<p>Dal 2008 sono parlamentare calabrese e Segretario della 1° Commissione Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni. Dal 2005 al 2008 ho ricoperto il ruolo di consigliere regionale della Calabria ed assessore regionale alla Sanità dal 2005 al 2007.</p>
<p>Ho accettato questo ruolo in Anpaca con entusiasmo perché mi permette di ritornare ad occuparmi delle tematiche dello sviluppo locale, per me molto importanti, in un’ottica prettamente istituzionale e non legata a visioni di schieramento politico.<br />
Sono Comunque consapevole che le sfide vincenti non sono una corsa solitaria e per questo mi sento confortata dalla forte sintonia che ho avvertito con il Segretario Generale ed i componenti del Consiglio Direttivo, a partire dal presidente Spina.</p>
<p>L’obiettivo che da subito ci siamo posti come Consiglio Direttivo, insieme ai Vicepresidenti ed al Segretario Generale, è quello di rilanciare e legittimare istituzionalmente il ruolo di Anpaca, Associazione nazionale che rappresenta e coordina gli oltre 200 Soggetti Responsabili dei Patti Territoriali e Contratti d’Area per lo sviluppo locale presenti in Italia, attraverso una interlocuzione diretta con i Ministeri competenti e le Direzioni Generali finalizzata a perseguire i suoi principali obiettivi istituzionali:<br />
la promozione ed il rilancio dello sviluppo locale attraverso la valorizzazione dell’esperienza della Programmazione Negoziata; la creazione di reti d’impresa; il raccordo con i Ministeri competenti, le Regioni e l’Unione Europea per individuare nuovi ed efficaci strumenti di intervento per lo sviluppo locale; la definizione insieme agli Enti Locali di mirate strategie di sviluppo basate sul produttivo utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica.</p>
<p><em>Il Lavoro svolto in questi due mesi.</em></p>
<p>La nostra attività è stata finalizzata a richiedere al Governo il superamento delle criticità attuali legate ai Patti Territoriali ed al ruolo dei Soggetti Responsabili, il rilancio della Programmazione Negoziata anche nell’ambito del Piano per il Sud mediante la riassegnazione delle risorse finanziarie legate alle rimodulazioni rivenienti da revoche e rinunce da anni disponibili, ma allo stato ancora bloccate.</p>
<p>A tal fine siamo riusciti a far inserire nel Decreto Milleproroghe all’art. 2 comma 17 ter la proroga fino al 31 dicembre 2011 del termine per il completamento delle iniziative agevolate finanziate con gli strumenti della programmazione negoziata purchè già realizzate in misura non inferiore al 40% degli investimenti ammessi.</p>
<p>L’inserimento di questa norma ci ha permesso di presentare in data 25 febbraio 2011 alla Camera dei Deputati, nel corso della discussione del decreto legge, un Ordine del giorno che è stato accolto dal Governo e che lo impegna in particolare su tre obiettivi strategici proposti da Anpaca:</p>
<p>1)	Predisporre gli interventi necessari per il superamento delle criticità evidenziate in questi anni da Anpaca e riguardanti in particolare gli obiettivi occupazionali ed il tasso di attualizzazione finale degli investimenti al fine di rendere possibile la conclusione positiva delle iniziative finanziate e non disperdere il lavoro svolto in questi anni su tutto il territorio nazionale.<br />
2)	Mettere in atto azioni immediate finalizzate alla rassegnazione delle risorse finanziarie rivenienti da rinunce e revoche ed oggetto di istanze di rimodulazione su progetti immediatamente cantierabili, presentate dai soggetti responsabili ai sensi della Legge 99 del 2009 e attualmente in perenzione amministrativa.<br />
A tal fine abbiamo richiesto al Governo il parziale utilizzo delle cosiddette “risorse liberate” legate alla programmazione 2000 – 2006 o nell’ambito del decreto di riforma degli incentivi alle imprese e di quanto previsto nel Piano per il Sud in fase di definizione.<br />
3)	Valorizzare, anche nell’ambito della prevista riforma della Programmazione Negoziata il lavoro svolto in questi anni sul territorio nazionale dai Soggetti Responsabili dei Patti Territoriali e dei Contratti d’Area che ha ottenuto importanti risultati anche in termini di coinvolgimento del partenariato locale, crescita sociale, coesione istituzionale tra tutti i soggetti protagonisti dello sviluppo, Enti Locali, Forze sociali, Associazioni imprenditoriali e di categoria.</p>
<p>Nel corso della discussione in Aula su queste tematiche abbiamo già avuto una interlocuzione con il Ministro per gli Affari Regionali con delega al Piano per il Sud on. Raffaele Fitto che porterà a breve ad un incontro operativo a cui parteciperà anche la struttura ministeriale.</p>
<p>Inoltre in data 30 marzo abbiamo richiesto una audizione al sen. Cesare Curzi, presidente della Commissione Industria del Senato.</p>
<p>Per supportare il confronto con i Ministeri competenti abbiamo richiesto al Prof. Alberto Capotosti un parere giuridico sulle questioni concernenti la legislazione sulla Programmazione Negoziata in ordine alla problematica delle richieste di rimodulazione.<br />
Tale parere, trasmesso dal prof. Capotosti ad Anpaca il 9 marzo scorso, evidenzia l’assoluta legittimità delle richieste avanzate dai Soggetti Responsabili in questi anni.</p>
<p>Inoltre stiamo già lavorando, insieme al prof. Capotosti per gli aspetti giuridici ed al prof. Caroli per gli aspetti economici, ad un Progetto di Legge organico da presentare a breve finalizzato ad un riconoscimento normativo dell’attivita dei Soggetti Responsabili dei Patti Territoriali e dei Responsabili Unici dei Contratti d’Area mirato a definirne nuove funzioni e ruoli nell’ambito della nuova legislazione della Programmazione Negoziata e da veicolare anche a livello normativo regionale.</p>
<p>In particolare Anpaca insieme al il Prof. Matteo Caroli, Professore Ordinario di gestione d’impresa alla Università LUISS di Roma, sta già approfondendo la tematica riguardante un’evoluzione positiva del ruolo degli organismi di gestione degli strumenti della Programmazione Negoziata basata sulle capacità gestionali maturate in questi anni, le competenze e le specializzazioni operative acquisite, la reputazione positiva e credibilità istituzionale goduta ancor oggi presso i propri interlocutori pubblici e privati e le forze economiche e sociali del territorio. </p>
<p>E questo aspetto l’ho verificato anche personalmente in Calabria in queste ultime settimane attraverso il riscontro positivo dato dai Focus Group realizzati da Promuovitalia nell’ambito del progetto a livello nazionale promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico per la trasformazione dei Soggetti Responsabili in Agenzie per lo sviluppo locale.</p>
<p>Con questo Progetto di Legge vogliamo valorizzare questo patrimonio di competenze attraverso il riconoscimento degli organismi di gestione dei Patti e Contratti quali attori rilevanti dello sviluppo economico locale con un ruolo di “Anelli Finali” sul territorio della catena di soggetti istituzionali impegnati nelle politiche di sviluppo economico portate avanti dal Governo, dalle Regioni con i Programmi Operativi Regionali, dalle Province e dai Comuni con ad esempio i PISL, Progetti Integrati di Sviluppo Locale, in fase di attuazione.</p>
<p>Tale riconoscimento deve quindi determinare per i Soggetti Responsabili, anche prevedendo meccanismi di premialità per i soggetti che si sono particolarmente distinti in questi anni, la concreta possibilità di essere referenti delle Regioni e degli Enti Locali per l’attuazione di programmi di sviluppo economico previsti da leggi regionali e nazionali, di essere incaricati della diretta attuazione di progetti di sviluppo economico anche attraverso la partecipazione individuale o in collaborazione con altri soggetti a bandi pubblici, di essere inclusi tra i soggetti cui vengono indirizzate le politiche di sviluppo economico territoriale di livello statale con riferimento tra le altre a quella in fase di attuazione legata alla promozione delle reti d’impresa.</p>
<p>Stiamo inoltre lavorando per rafforzare i rapporti di collaborazione tra Anpaca e Promuovitalia e con Enti di Ricerca quali il Censis che ha svolto anche di recente un importante lavoro di approfondimento sull’esperienza dei Patti e dei Contratti d’Area commissionato dal Dipartimento Affari Regionali e per verificare e confrontarci su  lavori svolti dal Centro Sudi di Bankitalia che, basandosi su approcci di analisi prettamente econometrici, pervengono a conclusioni non positive sull’esperienza realizzata.</p>
<p><em>Gli obiettivi di lavoro per il futuro</em></p>
<p>Richiesta di intervento urgente al Ministero dello Sviluppo Economico per superare questa fase di stallo a livello operativo legata alla mancanza del Direttore Generale, che si prolunga ormai da troppo tempo, per delegare da subito i poteri di firma al fine di dare concrete risposte alle richieste inevase dei soggetti responsabili con particolare riferimento a quanto dovuto per i contributi globali residui già accertati ed allo stato non trasferibili.</p>
<p>Riattivazione del Tavolo Tecnico presso il Ministero con l’obiettivo primario di avere un quadro preciso dell’attività svolta a partire dal 2010 dagli Uffici in merito alla tematica delle rimodulazioni per poter avviare un confronto definitivo con gli organi di rappresentanza politica dei Ministeri competenti ( Sviluppo Economico, Tesoro ed Affari Regionali ) ai fini della riassegnazione in tempi brevi delle risorse spettanti ai Patti e Contratti.</p>
<p>Calendarizzazione ( entro massimo la prima decade di giugno ) di una Iniziativa pubblica promossa da Anpaca a Roma a livello nazionale per un confronto sul futuro della Programmazione Negoziata e per presentare il Progetto di Legge organico promosso da Anpaca per il riconoscimento degli organismi di gestione dei Patti e Contratti quali attori rilevanti dello sviluppo economico locale.</p>
<p>Promozione di iniziative nelle regioni, in collaborazione con l’Unione delle Province Italiane, per rilanciare sui territori le proposte presentate in occasione dell’iniziativa nazionale di Roma.</p>
<p>In conclusione i Patti Territoriali ed i Contratti d’Area hanno costituito i primi concreti esempi sul territorio nazionale di concertazione dal basso delle politiche di sviluppo locale.<br />
Per la prima volta sulle tematiche dello sviluppo si è fatto fronte comune e si è sperimentata la politica della Coesione Istituzionale e si è costruita, soprattutto, una Rete tra istituzioni locali.<br />
Su tale impostazione che possiamo considerare il vero valore aggiunto della Programmazione Negoziata sono state aggregate le imprese proponenti nuove iniziative produttive.<br />
Da questa governance condivisa si è creata una fiducia tra pubblico e privato che ha permesso, nonostante le criticità legate a questi strumenti (normativa farraginosa, tempistica dei collaudi finali, difficoltà di rapporti con Ministero e soggetti istruttori, ecc.) di completare gran parte delle iniziative avviate.</p>
<p>In questa ottica e valorizzando tutto quello che abbiamo creato in questi anni, l’esperienza già consolidata, le buone prassi sperimentate ed applicate nel lavoro quotidiano, dobbiamo ripartire con nuove ambizioni e motivazioni per ritornare ad essere protagonisti anche nell’ambito della nuova riforma della Programmazione Negoziata.<br />
Lavorando insieme con idee chiare e proposte e richieste operative e legislative precise da presentare ai nostri interlocutori istituzionali a livello nazionale, regionale e locale, possiamo raggiungere importanti risultati per lo sviluppo futuro dei nostri territori.</p>
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		<title>Sanità, Doris Lo Moro: &#8220;verità sui 360mln di euro dell&#8217;ex art.20&#8243;</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 13:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Adriano Mollo
La parlamentare: «No ai tagli lineari, c’è il rischio che Tremonti si riprende i soldi non spesi». 
Doris Lo Moro chiede la verità sui 360 milioni dell’ex articolo 20
Doris Lo Moro, parlamentare del Pd torna ad incalzare Regione e Governo centrale sul tema della sanità: «Non possiamo continuare a piangere morti in corsia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Adriano Mollo</p>
<p><em>La parlamentare: «No ai tagli lineari, c’è il rischio che Tremonti si riprende i soldi non spesi». </p>
<p>Doris Lo Moro chiede la verità sui 360 milioni dell’ex articolo 20</em></p>
<p>Doris Lo Moro, parlamentare del Pd torna ad incalzare Regione e Governo centrale sul tema della sanità: «Non possiamo continuare a piangere morti in corsia e poi continuare a non dare risposte alla domanda buona sanità». </p>
<p>Nei giorni scorsi ha presentato un’interrogazione al ministro della Salute Ferruccio Fazio molto dettagliata sui fondi già destinati alla Calabria che però a distanza di anni non vengono spesi: «Il rischio che si avverte &#8211; spiega la Lo Moro &#8211; è che, a fronte di un sistema sanitario al collasso non si prendono contromisure». </p>
<p>La parlamentare lancia l’allarme sui fondi dell’ex articolo 20, circa 350 milioni di euro che lei da assessore regionale aveva programmato per soli investimenti in innovazione tecnologica e che ancora oggi, a distanza di quattro anni non sono stati spesi. «Mi sono rivolta al ministro &#8211; aggiunge &#8211; visto che ha potere di controllo sulla sanità calabrese dopo il commissariamento perché voglio sapere che fine hanno fatto quei soldi».<br />
Dalle audizioni della Commissione parlamentare per gli errori sanitari di cui fa parte, avverte anche il rischio che quei fondi non ci siano più: «Se il commissariamento dovesse produrre che questi soldi servono al ministro Tremonti per fare cassa, la Calabria sarebbe perduta. Se in una sanità che &#8211; a suo giudizio &#8211; avrebbe bisogno di recuperare la fiducia dei cittadini con interventi migliorativi strutturali ed organizzativi e una seria politica del personale, prevalgono i tagli lineari con ricadute ulteriormente negative sulla qualità dei servizi», vuol dire che per questa regione «non c’è speranza». </p>
<p>La parlamentare non ritiene valido il modo in cui si sta gestendo la sanità in Calabria. «I tagli lineari potrebbero andare bene per regioni come la Toscana o l’Emilia Romagna ma non per la Calabria che anzi sono un pericolo». </p>
<p>Perché, aggiunge, «non si può tagliare in modo generalizzato utilizzando lo stesso criterio per ospedali o reparti che stanno bene e rispetto ad altri che vanno potenziati. I tagli &#8211; ribadisce &#8211; devono essere finalizzati all&#8217;eliminazione di sprechi e non devono colpire sempre e comunque. Altrimenti ci potremmo trovare anche ad uscire dal commissariamento ma con una sanità che non dà risposte ai cittadini».</p>
<p>il Quotidiano della Calabria</p>
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		<title>Ruby, deputate Pd chiedono le dimissioni del premier per restituire dignità alle donne italiane</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 08:46:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dorislomoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[“Siamo con le donne della segreteria nazionale del Pd.
La dignità delle donne e delle istituzioni non può essere ulteriormente calpestata: Berlusconi si deve dimettere.
Siamo all’ultima fermata, quella dei festini con le minorenni, della sovrapposizione fra vita privata e ruolo pubblico del premier, abituato a comprare tutto: aziende, deputati, donne.
Non in nostro nome, Presidente Berlusconi.
Restituisca la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Siamo con le donne della segreteria nazionale del Pd.</p>
<p>La dignità delle donne e delle istituzioni non può essere ulteriormente calpestata: Berlusconi si deve dimettere.</p>
<p>Siamo all’ultima fermata, quella dei festini con le minorenni, della sovrapposizione fra vita privata e ruolo pubblico del premier, abituato a comprare tutto: aziende, deputati, donne.</p>
<p>Non in nostro nome, Presidente Berlusconi.</p>
<p>Restituisca la dignità che ha scippato alle donne, al Parlamento, al Paese.</p>
<p>Si Dimetta.</p>
<p>Emilia De Biasi, Elisa Marchioni, Delia Murer, Barbara Pollastrini, Lucia Codurelli, Anna Paola Concia, Susanna Cenni, Luisa Gnecchi, Donella Mattesini, Letizia De Torre, Ileana Argentin, Marina Sereni, Sabina Rossa, Maria Coscia, Paola De Micheli, Raffaella Mariani, Laura Froner, Maria Grazia Gatti, Chiara Braga, Rosa Villecco Calipari, Manuela Ghizzoni, Carmen Motta, Marilena Samperi, Doris Lo Moro, Sesa Amici, Marianna Madia, Donata Lenzi, Luciana Pedoto, Silvia Velo, Alessia Mosca, Rosa De Pasquale, Daniela Cardinale, Alessandra Siragusa, Amalia Schirru, Luisa Bossa, Daniela Sbrollini, Teresa Bellanova, Caterina Pes, Giusy Servodio, Vittoria D’Incecco, Elisabetta Rampi, Pina Picierno, Laura Garavini, Maria Grazia Laganà Fortugno, Cinzia Capano, Donatella Ferranti”. </p>
<p><a href="http://www.dorislomoro.it/dlm/wp-content/uploads/2011/01/Immagine-doris.jpg"><img src="http://www.dorislomoro.it/dlm/wp-content/uploads/2011/01/Immagine-doris-300x190.jpg" alt="" title="Immagine doris" width="300" height="190" class="aligncenter size-medium wp-image-1350" /></a></p>
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